Home Cultura (primo piano)- Grande Meraviglia

(primo piano)- Grande Meraviglia

Scritto da redazione

Sulmona, 21 gennaio– “Qui pare un manicomio!” “I pazzi stanno fuori e non dentro!” Sono espressioni che, nella fraseologia corrente, capita di ascoltare o pronunciare sovente. Nella maggior parte dei casi, e si aggiunga fortunatamente, chi le ascolta o le pronuncia non ha contezza di come sia strutturato l’addome di un manicomio. Un vero e proprio “apparato intestinale” con funzionalità e disfunzionalità a dir poco peculiari.

Viola Ardone in Grande Meraviglia si assume il complesso onere di organizzare la disputa di una partita di calcio differente. Fa scendere in campo squadre anomale, da un lato atleti che devono, innanzitutto, gareggiare per una vita senza scosse di corrente, dall’altro a calpestare lo stesso manto, conduce tutti coloro che non dovrebbero opporsi o contrapporsi alla realizzazione altrui, seppur questa avvenga in maniera non canonizzata. Poco è scontato, e nulla avviene in tempi e in modi semplici. Gli allenamenti richiesti saranno tanti e dispendiosi e per dispendiosi si pensi a vere e proprie emorragie di vita e di legami. La soluzione più rosea passerà per una sostituzione dell’allenatore.

Il lettore, in questo percorso che, non è solo di lettura, ma è di vita, si imbatte in tante e nitide verità, soprattutto perché i matti, non hanno bisogno di mentire, sono i sani che hanno urgenza di bugie. Basti pensare che, quelli che si definiscono equilibrati, si raccontano che la pazzia sia distribuita fra i poveri, i ricchi, a loro dire  ne sarebbero indenni.

L’apertura del romanzo è riservata all’estro e all’ironia sana e tagliente di Elba. Questa, mitica, protagonista femminile non le manda a dire a nessuno e su nessuno tace. Per ogni nuovo arrivo in quel luogo che, dovrebbe essere solo di cura e non di tortura, lei stila una sorta di profiling, individua, con gli strumenti a sua disposizione, la patologia della persona giunta e l’appunta in un taccuino. A nessuno, personale incluso, risparmia un epiteto calzante, tutto desunto da abitudini comportamentali o ruoli ricoperti. Facile intuire che il soprannome Lampadina l’abbia attribuito a chi maneggia con l’elettroshock.

Le giornate in un manicomio, in specie, nei manicomi prima della legge Basaglia, non passavano proprio allegramente, bisognava pilotarle un attimino. L’Ardone, come un istruttore di trapezio, mette Elba in condizioni di compiere tripli salti mortali fra i sedati dai farmaci, il personale poco propenso a forme di cure alternative e il rivoluzionario dottor Meraviglia. Di suo l’intraprendente Elba adatta il manicomio ai suoi possedimenti affettivi e prova a dare al tutto una personale visione e condotta, il fato vuole che le riesca magistralmente.

Nel mezzomondo, questa la definizione con cui Elba, cataloga il gabbio in cui vive, il tempo tende al gioco sporco, le stagioni sono identiche, caratterizzate sempre e solo dall’attesa. Le matte i compleanni non li contano più, fanno i conti solo con le puzze, alle docce l’arduo compito di lavare dalla puzza del dolore…

… noi matte siamo piante con le radici a vista …se abbiamo fame ne abbiamo troppa, se non ne abbiamo non mangiamo più, se siamo contente cantiamo e balliamo, se siamo tristi è come se fossimo morte da un pezzo…

La spontaneità di una nevicata appare poesia e lascia ben sperare che le espressioni e le forme di vita incontaminata possano arrivare ovunque, si può attendere una fioritura, l’annientamento deve pur avere una forma di contrasto.

Ogni rapporto dovrebbe essere unico ed irripetibile, Viola Ardone investe tutta la sua immensità di autrice nel rapporto fra Elba e il Dottor Meraviglia. Quest’ultimo e, non solo lui, sanno bene che Elba si finge pazza perché è convinta che,  non vi sia altro posto dove possa essere più vicina a sua madre, se non in quel recinto di mortificazione creato dagli umani per gli umani…

…Elba era sana, sanissima. Per quanto possa esserlo un umano, insomma…

Peccato che tentando a farcela si perdono pezzi e si finisce per vivere in maniera incompleta, l’unica che, per colpa di terzi ed indefiniti individui finisce per spettare a chi di colpe non ne ha, ammesso e non concesso che le “colpe”, ove mai vi fossero, vadano espiate in un manicomio.

Le forme di colpa da rieducare possono essere altre, quelle dell’amore non condiviso, dell’aiuto non messo a disposizione, delle scuse non formulate. Non vanno esaltati gli eroi, quelli sono i figli di società che dividono, escludono e reprimono. 

In questo spaccato di vita di cui tutti hanno contezza, ma che pochi vogliono realmente guardare nelle iridi, Viola Ardone denuda e mostra come la figura scientifica, nel caso il Dottor Meraviglia, finisca per tatuarsi dentro e fuori della sua esistenza i suoi pazienti…

…l’infelicità degli altri, alla fine ti entra nella radice dei capelli, si insinua sotto le unghie, è un tartaro che si incrosta fra denti e gengive … a lungo andare ti consuma fino a farti sanguinare i pensieri… 

Si evince, ed è giusto che si evinca, che i manicomi non sono diversi da un carcere, le privazioni e i trattamenti sono troppo analoghi, ma è analoga la patologia con la colpa del reato? Li accomuna l’errore, che può interessare un innocente e un sano. Basterebbe concepire che…

…se emessi in condizioni di fare cose normali, i pazzi si comportano da sani. E i sani in condizioni disumane impazziscono…

 Grande Meraviglia è un libro che non traccia, solo, una linea fra i manicomi illegali, seppur legali, fra il prima e il dopo della legge Basaglia, è una denuncia contro i tanti ignoti, purtroppo noti, che additano e relegano chi è disobbediente, chi è sfacciato, chi è diverso, chi è magro, chi è malinconico, chi è incontrollabile, chi è smaliziato, chi non è conforme. E per conforme si legga: “ciò che fa comodo alla causa dei condottieri senza attributi!”

Il sopravalutato è ricorrente e, si inflaziona da solo, attraverso la vita priva di fronzoli, improntata all’essere. Nel mentre la narrazione si impossessa delle facoltà di intendere e volere del lettore, resta la necessaria lucidità per comprendere che a voler vivere, vivere veramente, non è un peccato, bensì un dovere e un compito di cui dover rendere conto a sé stessi e al bene comune.

Vanno incentivate le idee, anch’esse sono forme di amore, va sostenuto l’insieme, perché laddove vi sono forme di pazzia non si può che miscelarle a forme di normalità, l’ottenuto sarà l’imperfezione umana che è l’unica forma di bellezza e gentilezza su cui si deve continuare ad investire.

La meraviglia, se, contrapposta al consueto, come la ribellione, se, contrapposta alla rassegnazione possono essere il valico che porta oltre il muro. Gli uccelli cantano a favore della migrazione, si intoni il loro canto e si intraprenda il loro volo, non si resti nelle gabbie, si abbisogna di nidi nuovi e diffusi.

Cesira Donatelli

GRANDE MERAVIGLIA di Viola Ardone

Edito Einaudi

Leggi anche

Lascia un commento