Home Attualità Francesco Longobardi, presidente di Medea esplicita le forme della violenza

Francesco Longobardi, presidente di Medea esplicita le forme della violenza

Scritto da redazione

La famiglia può fare la differenza, formandosi

Sulmona,4 novembre- La propria casa, la propria famiglia dovrebbero essere il nido più sicuro e più caldo, che spetta ad ogni nascituro, purtroppo, non sempre il ramo su cui si è costruito questo covo è robusto ed esemplare. L’integrità delle famiglie odierne è spesso indebolita dalle apparenze, dalla incapacità di dire qualche no, dalla brama del denaro, dalla competizione e dal successo. Cotanta modernità non si esimia dal presentare il suo personale e straziante conto. È un conto a cifre tetre e lo si paga non con moneta a corso legale, lo si salda, bensì, perdendo vite umane lungo i bordi delle strade. La modernità può divenire “assassina” se non la si conosce approfonditamente. 

Ci si addentra nelle varie facce della violenza con Francesco Longobardi presidente di Medea, laureato in psicologia sociale, docente universitario Isfoa, laurea honoris causa in criminologia investigativa forense.

  • Medea presidente Longobardi, è un’organizzazione non governativa presso la Camera dei Deputati. A chi la guarda dall’esterno appare come una sorgente che irrora le parti più buie, più aride. Come nasce Medea, perché nasce e dove sta guardando?

Medea nasce per sopperire alle tante lacune che gli antivalori, inseriti nella nostra società hanno generato. La nostra associazione cerca di contrastare tutto ciò per dare un futuro migliore ai nostri giovani. Facile puntare il dito contro i ragazzi, verso le devianze che gli appartengono. Loro non hanno colpe! Medea cerca di dar voce a chi non ha voce, cerca di far capire l’importanza della denuncia. Ci si adopera per dare un supporto psicologico e legale, scopo primario è quello di prevenire le forme predatorie, contrastando, per esempio, il patriarcato. Risulta faticoso diffondere la cultura del rispetto e della non violenza, ecco perché, quando ho pensato alla nascita di Medea, è stato necessario coinvolgere professionisti disposti a spendere parte del loro tempo per diffondere l’educazione culturale al contrasto della violenza. Oggi Medea è divenuta un contenitore di competenze, vi sono avvocati, psicologi sociologi, educatori e vittime di violenza stessa. Chi ha subito soprusi o abusi, può divenire la voce della speranza per chi sta patendo l’atroce sopruso. 

  • Di frequente la si vede in compagnia di figure dalle professionalità più differenti, questo contribuisce a creare la rete capillare di aiuto e prevenzione a livello nazionale di cui più strati della società abbisognano?

Medea nasce per fare la differenza, non per far numero, nulla a togliere ad altri. Noi abbiamo deciso di intercettare le forme di maltrattamento sin dalla nascita. La violenza, ha due facce, può essere innata o appresa. Quella che più si conosce è la forma appresa, si apprende in ambito famigliare. I giovani sono spugne, vivere in un contesto violento, comporta l’assimilazione di ogni antivalore che i genitori pongono in campo, il disagio educativo rende il ragazzo o la ragazza, purtroppo, violenti. Da ciò il coinvolgimento della responsabilità genitoriale, che passa per l’educazione dei genitori stessi.

Oggi le famiglie non esistono più, ci si deve adoperare per un’operazione di salvaguardia di alcuni zoccoli duri educativi. Vero pure che non si può pretendere che il nostro modello educativo venga trasmesso, nella totalità, ai figli dell’oggi. Al centro dell’attenzione va portata la famiglia, la violenza nasce nel nucleo familiare e in esso va contrastata. Chi mette al mondo un figlio deve sapere che gli fa capo una responsabilità nei confronti dello stesso, fino al momento in cui non ha la possibilità socioeconomica di avere una vita autonoma. Spesso i nostri giovani si trovano, già in età adolescenziale ad affrontare un mondo sconosciuto, a questo si sommi l’ignoranza dei genitori in ambito social. La piazza virtuale di cui si compone buona parte della vita dei giovani, porta al cyber bullismo, al bullismo, tutto questo miete vittime.

  • Di recente avete ottenuto pronunce legislative che vi sono state di supporto?

Sì, le ultime misure aggiuntive al codice rosso. Fino ad ora non vi erano leggi sul bullismo, oggi c’è una legge sul bullismo e non solo sul cyber bullismo, significativa l’attenzione che si presta al body shaming.  Quello che una volta poteva classificarsi come sfottò, oggi si è tramutato in consistenti maltrattamenti che portano al suicidio. Le denunce in corso in tal senso sono tante e destinate ad aumentare, finché, non ci si siederà intorno ad un tavolo con la classe genitoriale che non riesce, purtroppo più, a educare i propri figli. Se non si riesce a educarli meglio, a mio avviso, è meglio non mettere al mondo figli, perché si creano violenze nei territori, devianze e disagio. Ciò per cui non si viene attenzionati in famiglia lo si cerca fuori, dove si viene valorizzati per il negativo, da ciò le baby gang. 

  • Nel suo libro le Tre Facce della Violenza, ci si imbatte nella prefazione di Giovanni Malagò, quanto lo sport può essere strumento di aiuto nel contrasto alla violenza?

Lo sport è uno strumento molto importante, è un’azienda sociale che oggi può fare tanto. Ben inteso che può fare se da parte dell’adolescente vi è la libera scelta, i genitori non devono strumentalizzare la pratica sportiva, altrimenti è violenza psicologica. Tutto passa per il dialogo, conoscere le propensioni del ragazzo, dandogli opportunità di scelta e accompagnandolo nella scelta stessa. Oggi le prospettive per i giovani sono poche e ridotte, si deve tronare a valorizzare la vita, i lanci estremi da palazzi non aiutano, tolgono valore all’esistenza. Lo sport aiuta a far comprendere il valore della vita, collabora al benessere psicofisico, culturale ed educativo, insegna a perdere. Il confrontarsi con la sconfitta stimola a fare meglio, la competizione leale è crescita.

Lo sport è a colori, è inclusivo, prepara alla società multietnica che ci aspetta. Basti pensare che lo sport ha abbattuto il muro fra la Corea del Nord e la Corea del Sud, ha portato valore aggiunto in due nazioni che per anni si sono fatte la guerra. Il modello di sport da noi messo in pista, ben accetto da Malagò, è un progetto teorico, non pratico. Abbiamo voluto spiegare ai ragazzi i poteri e i valori dello sport, abbiamo trattato, persino, le negatività dello sport imposto.

Spesso i genitori investono sui propri figli con l’aspettativa che diventino campioni per migliorare le sorti economiche della famiglia. Così è come se si investe a livello commerciale sui propri figli, non vi è nulla di più sbagliato. Lo sport fa la sua parte anche per quanto concerne il benessere alimentare, lo sport è una azienda che da attenzione e collaborazione per la crescita sana dei giovani, talvolta può divenire opportunità lavorativa. Mettiamo spesso i normodotati a confronto con i disabili, per far comprendere l’importanza di non sprecare la vita. Lo sport può essere mezzo e strumento per reinserirsi nella società. Lo sport dovrebbe essere a costo zero, si deve investire in tal senso con infrastrutture.  La scuola non potrà sostituire il ruolo genitoriale, ma le palestre aperte il pomeriggio, con coach messi a disposizione, si fanno azione sociale.  Le scuole potrebbero aiutare i genitori a conoscere la tecnologia, la vita dei loro figli passa per un telefonino, dovrebbero avere questa formazione. Lo sport in tutto questo ha un ruolo determinante, chi frequenta associazioni sportive difficilmente delinque e usa violenza, perché viene educato a tendere la mano al più debole.

  • Medea qualora ravvisi delle situazioni di abuso, ha strumenti per intervenire direttamente o si avvale dei canali ufficiali?

Medea, innanzitutto, invita sempre la vittima a denunciare. Noi non ci sostituiamo alle forze di polizia, noi collaboriamo con esse. Accade che, spesso, attraverso la rete che abbiamo diamo supporto psicologico o legale a chi ce lo richiede, non possiamo obbligare alla denuncia, cerchiamo di condurre la vittima a comprendere l’importanza della stessa. L’aggressività può diventare tossica, può portare al femminicidio o al suicidio. Le forze dell’ordine non vanno viste come un’azione restrittiva, sono composte da persone competenti e capaci che, aiutano a superare e ad affrontare il narcisista che usa prevaricazione. Denunciare può aiutare, attraverso strumenti specifici, anche, chi commette il fatto o si accinge a farlo.

Sovente i lampioni lungo le strade non fanno il loro dovere, non illuminano! Basterebbe adoperarsi affinché funzionino, molti decenni fa vi era una persona che si occupava dei lampioni, il lampionaio. Il lampionaio era un uomo che non temeva il freddo e le intemperie, si assicurava ogni santo giorno che vi fosse luce ad illuminare la notte e i luoghi oscuri. La nostalgia e la paura abbastanza diffusa lo vorrebbero ancora all’opera con il suo lungo bastone e con la sua cartuccia di combustibile. Questo, forse, resterà un sogno, seppur lui si occupasse, pure, della pulizia e della cura dei lampioni. La pratica delle attenzioni resta sempre carente, andrebbe rimpinguata.

Trovare una sintesi fra il fotovoltaico e il lampionaio, aiuterebbe a salvare vite, a non vivere nella violenza e darebbe una grossa mano a Medea e a tutte le persone che donano il loro tempo e la loro competenza al prossimo. Chi si alza al mattino per tendere la mano al prossimo più sfortunato è un angelo terreno che vuole rendere il mondo azzurro, privo di nuvole e donargli ali forti per il domani.

Cesira Donatelli 

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