Lunedi, 5 febbraio 2018

Un altro Vescovo


2018/02/02 14:020 comments

Sulmona,2 febbraio– Arriverà  domenica, 4 febbraio 2018, un altro vescovo, Michele Fusco, nella diocesi di Sulmona-Valva, per succedere ad Angelo Spina, trasferito ad Ancona. Niente di nuovo, ma solo un  avvicendamento, secondo le regole rigide dell’istituzione ecclesiastica. Tuttavia, si tratta di una nomina piuttosto strana, perché Michele Fusco proviene da un ambiente geo-culturale molto diverso da quello peligno. Lui, uomo di mare, catapultato tra le montagne della Maiella e del Gran Sasso, dovrà adattarsi ad un habitat ben diverso da quello della costa amalfitana, anche s nello stemma episcopale ha voluto richiamare la sua terra di nascita.

 Ciò che colpisce in questo evento religioso e civile è la prevalenza della macchina burocratica e sfarzosa di stile curiale nelle due diocesi, a Sulmona come ad Amalfi. La nomina e l’ordinazione di un vescovo simile ad un antico baccanale, in cui la forma e l’apparato oscurano la sostanza. Sui manifesti della città di Sulmona che annunciano l’arrivo del nuovo vescovo la raffigurazione delle due città sembra un falso abbraccio o un desiderio inconscio di unire mare e montagna. Tuttavia è il simbolo più evidente che la chiesa non ha confini e cerca di abbracciare il mondo intero.

Ma la chiesa, oggi, si trova di fronte a problematiche decisive: o rinnovamento o estinzione. D’altronde la linea di papa Francesco presenta un chiaro sforzo di “aggiornamento”, come previsto da Giovanni XXIII. Purtroppo in questo mezzo secolo, il rinnovamento è andato molto lentamente.

In Italia, l’istituzione ecclesiastica, con la revisione del Concordato del 1929, avvenuta nel 1984, ha aumentato entrate finanziarie e benefici. Le retribuzioni per vescovi e preti sono notevolmente incrementate. Il numero delle diocesi non è diminuito. Il sistema clericale si è rafforzato, a scapito dell’evangelizzazione secondo la linea della “kenosi”, l’annullamento e l’abbandono di ogni potere. Non sono pochi quelli che vi si oppongono:  preti e vescovi che continuano a presentarsi come “signorotti” d’altri tempi, distribuendo sacramenti a suon di denari o accaparrando poteri per i propri fini individualistici.

Mons. Castellucci, arcivescovo di Modena e Nonantola, ha scritto (settembre 2017) che un vescovo dovrebbe ispirarsi al modello di vescovo delineato da don Milani. Ma una visione simile scardinerebbe la struttura clerico-episcopale, perché don Milani contestava il vescovo-prigioniero nel suo palazzo, dialogando animatamente con il cardinal Florit, che lo accusava di “egocentrismo pazzo” e lo riteneva “tipo orgoglioso e squilibrato”.

La chiesa è ancora inabissata nel trionfalismo di ogni genere, da quello socio-politico a quello liturgico. Basta assistere ai pontificali nelle cattedrali e osservare vescovi e preti, rivestiti di abiti sfarzosi, celebrare funzioni sacre come fossero scene teatrali. Non solo, ma perfino il linguaggio è rimasto legato al concetto di “borghese/servo”, quando invece a conclusione del Concilio, fu firmato da numerosi presuli il “Patto delle Catacombe”, promosso da Helder Camara con l’impegno di  “vivere come vive la nostra popolazione; rinunciare all’apparenza e alla realtà della ricchezza; affidare la gestione finanziaria e materiale ad una commissione di laici competenti; rifiutare di essere chiamati, oralmente o per iscritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere: Eminenza, Eccellenza, Monsignore…”. Erano vescovi che vedevano il Cristo povero, umano, senza pianeta o casula o mitria o pastorale, ecc.  E nemmeno senza quegli atteggiamenti farseschi nell’elevare l’ostia (pane) o il calice (vino), riducendo la Cena (ultima) ad una pantomina.

A Sulmona, Michele Fusco viene come quinto vescovo dopo l’episcopato di Luciano Marcante, il vescovo del periodo di guerra. L’unico vescovo che ha dimostrato vicinanza e difesa del  popolo, nonché esempio di carità fraterna. I vescovi che si sono succeduti si sono attenuti ad una linea comune: conservatorismo, oscurantismo, egocentrismo, assolutismo. Con un clero altrettanto conservatore e,  per di più, privo di ogni minima preparazione culturale. Il gesto del vescovo Fusco di privilegiare detenuti e Caritas con la partecipazione alla mensa dei poveri è evangelicamente encomiabile, ma altrettanto evangelicamente discutibile per la pubblicizzazione che se ne fa dimenticando le parole di Cristo: “Non suonare la tromba…non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt. 6. 2-3).

D’altronde sembra che la Caritas sia diventata fonte di guadagni e di speculazioni, lontana da quegli   inizi sotto le bombe dei bombardamenti del 1943 a Roma San Lorenzo, come opera fondata da un vescovo, Ferdinando Baldelli.

Chi scrive queste note fu richiamato da Roma nel 1970 per programmare una pastorale di rinnovamento. L’esito è stato assolutamente negativo, tanto da essere “sospeso a divinis” e  costretto a superare concorsi nella scuola pubblica per conseguire il ruolo di docente di storia e filosofia al Liceo Scientifico Statale “Fermi” di Sulmona. Ma già nel 1974, nell’evasione di Horst Fantazzini, fui suo ostaggio. Finì senza spargimento di sangue. Dopo qualche giorno, incontrando il vescovo di allora, Amadio, scherzando mi disse: “Peccato che non ti abbia sparato”. Lo presi come uno scherzo, ma non scherzava mai. Lo dimostrò negli anni seguenti.

Mario Setta

 

 

Leave a Reply


Trackbacks