di Raffele Santini
- è una feste piu' popolari sopratutto nel Centro Abruzzo dove si rinnovano riti,tradizioni e manifestazioni varie che si legano alla cultura e alle identità dei diversi territori-
Sulmona,17 gennaio.-Sant’Antonio, che condusse una vita ascetica e in totale distacco dal mondo, è stato sempre amato ed ha avuto una grande popolarità, specialmente fra le classi più umili.Nel mondo contadino, ancora oggi, il sant’anacoreta è venerato come protettore degli animali e di tutto ciò che ruota intorno alla fase produttiva, poiché la sua festa ricade in un periodo che introduce la primavera, con l’allungarsi delle giornate e la ripresa dei lavori. Basti pensare alla vasta gamma di proverbi e detti diffusi fra la gente abruzzese. Atanasio, vescovo di Alessandria, suo contemporaneo e amico, ne scrisse la vita e le gesta.Sant’Antonio visse dal 251 al 356 per ben 105 anni e, proprio per la sua vecchiaia, nell’iconografia popolare è rappresentato con la barba bianca, in abito da abate,
con bastone, campanello e maialino. Del santo parlano anche S. Girolamo, il suo discepolo Rufino, e il vescovo Palladio, come di un modello di virtù inimitabili, a cominciare dall’amore e dalla pazienza. L’asceta spesso è definito in solitudine, senza udire, né parlare né vedere, in totale meditazione. Il mondo occidentale è pieno di leggende che lo ritraggono in vittoriosa lotta contro il demonio, contro l’ardore delle passioni umane e le fiamme dell’inferno.
La fantasia del popolo, spinta più dall’impulso dei sensi che dal raziocinio, dà ai simboli un significato di concretezza. Chi domò il fuoco delle passioni e il fuoco eterno divenne il protettore da qualsiasi fuoco, sia reale sia spirituale.Nei poemetti del Trecento, di cui si conserva uno abruzzese, la leggenda del santo assurge a motivi fantastici, che esulano dalla sua vita reale. Si racconta che nacque durante u pellegrinaggio dei genitori che infransero il voto di castità, per cui sarebbe stato votato al diavolo. Scacciato da altri eremiti e dal papa stesso, è accolto come portinaio dell’inferno. Antonio, però, impedisce alle anime di entrare e ai diavoli di uscire, per cui anche questi lo scacciano; tornato al mondo si rifugia in una cella, evitando qualsiasi tentazione demoniaca, infine è accolto da Dio in paradiso.Con lavenerazione del santo i popoli europei si assicurano la protezione contro l’erpes zoster, il cosiddetto “ fuoco di Sant’Antonio”. Durante il Medioevo si ricorse a lui per la guarigione di una forma epidermica, che fu erroneamente considerata peste; le reliquie, trasportate nel sec. XI a Vienne del Delfinato, secondo il popolino avrebbero operato molte
guarigioni dal terribile morbo, conosciuto anche con il nome di “ ignis sacer” e “ ignis gehennalis”.Secondo la credenza il campanello, che il santo portava legato al bastone, serviva a scacciare il diavolo e gli spiriti maligni. A Napoli si faceva bere ai bambini un po’ d’acqua nel campanello di Sant’Antonio, affinché parlassero prima e in modo più spedito. Forse dal motivo che il santo fosse sempre in lite con il demonio, che appariva spesso sotto forma di sembianze di bestie e in genere di maiale, che la fantasia popolare lo associò all’idea della protezione degli animali. Questa è soltanto un’ipotesi, poiché altri episodi della vita del santo possono averne alimentate altre. Non ultima la consuetudine di allevare un maialino, detto appunto “ porco di Sant’Antonio”, da parte della comunità. L’animale era lasciato libero di scorazzare per le vie dei borghi abruzzesi, di entrare nei cortili e nelle case, perché era mantenuto da tutti; dopo un anno, nella ricorrenza del santo, era ammazzato e la sua carne era distribuita ai poveri, oppure utilizzata per fare una grande festa insieme, con l’obiettivo di rinsaldare lo spirito di aggregazione e quello di mutua assistenza nella comunità. L’uccisione del maiale, di cui abbiamo scritto in altra sede, rappresentava fino a qualche anno fa un rituale presso quasi tutte le famiglie dell’area peligna dell’Abruzzo.
Nell’iconografia, il santo con una lunga barba bianca, che rappresenta la longevità, è sempre rappresentato conun maialino a lato, che secondo la tradizione popolare simboleggia il demonio sconfitto.Il culto di Sant’Antonio Abate si fonda su due tematiche: il fuoco e gli animali. Anticamente era diffusa l’usanza dei “ falò di Sant’Antonio”: erano costruite cataste di legna e ceppi, con il contributo di tutti, accese alla vigilia o il giorno della festa. Il fuoco era benedetto dal sacerdote e ognuno dei presenti poteva riportarsi un tizzone a casa, un carbone oppure la cenere, da sistemare in campagna per fugare i parassiti. Ciò avveniva in tutti i centri peligni, dove ogni vicolo era illuminato dai fuochi. Ad Anversa la vigilia del santo coincideva con la festa di s. Marcello, per cui il fuoco era detto di “ san Marcello”. Tutto finiva con una festa popolare, con canti, balli e vivande.Pittoresca era la forma di culto connessa alla protezione degli animali. Il 17 di gennaio, tutti quelli che possedevano cavalli, asini, muli, pecore, capre, cani, gatti, uccelli, maiali ecc. si recavano nella piazza antistante alla chiesa parrocchiale, o in uno spiazzo nelle vicinanze, per aspettare la benedizione del sacerdote. Nell’occasione il parroco distribuiva una figurina del santo, mentre, a Pacentro, i confratelli della congrega omonima offrivano le “ panicelle di Sant’Antonio”, che erano ritenute miracolose per la guarigione dei malati. I contadini sistemavano l’immagine nelle proprie stalle, a protezione dei loro animali. Molto diffusa era l’usanza della questua, per mantenere i confratelli poveri. I questuanti, muniti di bisacce, giravano di casa in casa, cantando e recitandofilastrocche concernenti la vita del santo, per ricevere prodotti in natura, quale grano,granturco, pane, ceciecc.
A Villalago si accendono i fuochi nei vari rioni e si fa la questua delle fave, recitando la seguente strofa:
Damme le fave de Sant’Antuone,
che Dije te guarde pècure e buove.
A Pacentro, come ad Avezzano, Goriano Sicoli, Raiano, Pentima (Vedi A. De Nino “Usi abruzzesi”vol.) I pag. 105) il 17 di gennaio si distribuivano i “ granati “ ai poveri. Si trattava del granturco lessato, preparato dalle famiglie benestanti, per donarlo in elemosina. In altri centri abruzzesi la distribuzione avveniva nel giorno dei morti, a S. Silvestro, Capodanno, il primo di aprile, il primo di maggio ecc., a dimostrazione che l’usanza deriva dalla connessione con il culto dei natali del Dio sole, festeggiato con i germi di prodotti agricoli, fin dall’antichità.
In molti centri abruzzesi persistono queste tradizioni, sfrondate magari di molti elementi oppure modificate dal progresso, come avviene, ad esempio, con la benedizione non più di animali, ma di mezzi agricoli o automobili.
A Corfinio, secondo il De Nino, erano rappresentate le “ tentazioni” con i personaggi di sant’Antonio, il diavolo e l’angelo e ci riporta, altresì, due componimenti in versi sulla figura del santo (Usi abruzzesi, vol. IV, pag. 173-176), che finivano con la richiesta di doni.
A Collelongo, in provincia di L’Aquila, i festeggiamenti, che richiamano gran numero di visitatori, si protraggono per più giorni e si concludono con enormi conviviali o sagre con prodotti tipici. Non si dimentichi che la festa di Sant’Antonio dà inizio al Carnevale, per cui tra i due avvenimenti si può notare una comunanza ritualistica. La satira, gli episodi buffoneschi, le sacre rappresentazioni, le filastrocche e le forme poetiche, sono la testimonianza di un connubio fra sacro e profano, che contraddistingue altre feste religiose.
A Raiano allegre comitive andavano in giro per il centro, cantando “ i santantuònije”, in altre parole gli episodi della vita del Santo anacoreta. Sia il Fucinese, che il Giannangeli, nelle loro opere, hanno raccolto ciò che è rimasto del caratteristico rituale, tra cui le seguenti strofe:
Bona sere, miei signori,
bona sere, bona gente,
Sant’Antonije è qui presente,
una visita vi fa.
Noi vogliamo cose spicce:
na trentina de saucicce
e sultante per l’assagge
cinque pezze de formagge.
Date pure mezze maiale,
giacchè seme a Carnevale.
Un canto in uso a Pratola Peligna concludeva così:
Se me rè na savecicce
me la mette a lu canistre,
se me rè nu fecatazze
me lu mette a la vesacce.
Un altro, invece, aveva questa cadenza:
Se la hatte te’ la cora ricce,
dacce na ponte de savecicce;
se la hatte te’ la cora nere,
pijje la brocca e dacce a beve’….
A Scanno sant’Antonio è detto Barone, per distinguerlo dall’altro del giglio. L’origine di questo nomignolo deriva dall’usanza medievale di chiamare i santi con appellativi nobiliari.
Singolare è l’usanza tramandataci dalla famiglia Di Rienzo, che una volta possedeva un gran numero di greggi. Di buon mattino, presso il loro aristocratico palazzo, si preparano fuochi con grandi caldai di rame, in cui saranno cotte sagne, condite con ricotta. Dopo la funzione che si svolge nella chiesa di sant’Antonio, si forma un corteo di fedeli, che, guidati dal sacerdote, si dirigono verso la casa Di Rienzo. Giunti vicino ai caldai, avvengono la benedizione del cibo e la recita di orazioni e formule tratte dal cantare “ de lo beatissimo egregio Missere li barone Sancto Antonio”. I presenti, quindi, badano a servirsi e a riportare a casa una scodellina di minestra, che si consumerà per devozione. Se il giorno della ricorrenza del santo ricadeva il venerdì, al posto della ricotta e sagne, erano distribuiti fagioli e olio d’oliva. Una volta, dopo la distribuzione delle sagne, un personaggio, detto Corriere del Carnevale, in groppa a un asinello, a suon di tromba annunciava l’inizio del Carnevale per le vie del paese. La sua apparizione nei giorni seguenti, fino a martedì grasso, era accompagnata dalle maschere, vestite da eremiti e confratelli; non mancava il cosiddetto “ episcopello”, un bambino che per un giorno vestiva da vescovo, assumendone le funzioni. Questa figura, di origine medievale, appariva nelle feste “ dei folli” (festa stultorum, fatuorum, follorum), che si celebravano burlescamente il giorno di santo Stefano e dei santi Innocenti(28 dicembre). Si eleggeva per scherzo tra i chierici e preti un ragazzo, cui si davano ampi poteri vescovili, con lo scopo di deridere e trasgredire, solo per un giorno, la funzione ufficiale della Chiesa, esaltando le follie materialiste, proibite dai canoni ecclesiali.
Ad Ateleta la festa di Sant’Antonio è celebrata in modo particolare, tra il pagano e il religioso. I ragazzi, nei giorni precedenti, con il suono di campanacci, fanno una questua per le case, in cerca di legna, mentre gli adulti si aggirano per i boschi, per tagliare tronchi, ciocchi, frasche, che trasportano nelle due piazze del centro, per prepararvi i fuochi, in grandi cataste a forma conica, alte fino a otto metri, sulla cui cima è issata su una pertica l’immagine del santo. Avviene la gara al fuoco più grande, tra la parte alta del paese (Piazza Carolina) nella piazza storica e la parte bassa (Duca degli Abruzzi), che riaccende la rivalità e divide il paese anche dopo la festa. Il rito religioso avviene con la processione del santo, cui partecipano autorità civili e religiose, con un corteo formato da personaggi in costume, montati su cavalli e fedeli che si recano nelle piazze, ove sono accesi i fuochi e si benedicono animali di ogni sorta, addobbati per l’occasione. Una giuria, appositamente nominata, bada a stabilire il premio, per i costumi più caratteristici e rappresentativi di un periodo storico. La festa continua fino a tarda notte con canti e balli intorno ai fuochi, non trascurando di gustare i cibi locali.
Anche a Pescocostanzo la festa in onore del santo mantiene le sue caratteristiche antiche, pur se sono andati persi alcuni aspetti, quali la raccolta e l’asta della legna occorrente per i fuochi. Già la sera precedente i giovani girano il paese, cantando episodi della lotta fra il santo e il diavolo, facendo la questua per le case. La mattina del diciassette si accende un grande fuoco in Largo Porta Berardo, sotto la scalinata che porta al “ Peschio”, dove è sita l’antica chiesa, in cui si celebra la messa solenne. Dopo la funzione serale, in Piazza Municipio si lanciano le mongolfiere, “ palloni gonfiati” per mezzo del fuoco acceso alla base. Dal volo dei dodici palloni (uno per mese e sull’ultimo sventola l’effigie del santo), il popolo traeva, un tempo, le previsioni meteo per tutto l’anno.
Ad Acciano, nell’area Subequana era attestata una chiesa intitolata a sant’Antonio, fin dal 1182, (G. Celidonio, “ La diocesi di valva, Casalbordino, 1909-1912, vol. III), mentre un’altra è presente a Castelvecchio Subequo nel 1576 (vedi A. Chiaverini “ La diocesi di Valva e Sulmona”, 1977-1980, vol. III); in Castel di Ieri funzionava un ospedale sotto lo stesso titolo nel 1574 (vedi Bullettino D.A.S.P., annata LXXV, L’Aquila 1985, R. Colapietra “ Zelo di pastori e protervia di greggi in diocesi di Sulmona 1573-1629). Il culto di s. Antonio era molto diffuso in quell’area, dove sorsero altari e cappelle. Rituali popolari si ripetono in ogni centro, con filastrocche, musica, canti, balli, rappresentazioni mimiche delle tentazioni, distribuzione di “ caciotte” (ranati), che sono i chicchi di mais bollito, che assolvevano una funzione propiziatoria di abbondanza (messi a mollo, in tempo debito, ricrescevano durante la cottura). Mangiare granati significava assicurarsi il bene e l’abbondanza, di cui si rendevano partecipi coloro ai quali erano donati. Non mancano riti purificatori con acqua e fuoco. Uno studioso locale ci fa sapere (M. Santilli “ Storia arte e devozione a Castelvecchio Subequo” Synapsi ed. Lit. Botolini, Rocca S. Giovanni 2001) che negli ospedali di S. Antonio si curava l’Erpes Zoster, con grasso di maiale, spalmandolo sulle piaghe.
In tutto l’Alto Sangro ci sono attestate chiese e tradizioni legate al culto di s. Antonio (vedi Roccacinquemiglia, Rivisondoli, Scontrone ecc.).
La festa di S. Antonio ricade a cavallo tra l’inverno e la primavera e si riallaccia ad antichi culti agrari, con rituali purificatori, incentrati sul fuoco e sui sacrifici degli animali, tipici di un periodo di passaggio. Si pensi alle “ Ferie Sementinae”, in onore di Cerere, celebrate a Roma a fine gennaio, con l’accensione di grandi fuochi e con l’uccisione rituale di scrofe gravide. Il fuoco e il sangue sono elementi purificatori per eccellenza, che si ritrovano nei rituali di passaggio, dedicati a S. Antonio. Proprio come nei tempi pagani, al crepuscolo del 17 gennaio, in tutta Europa si accendono i fuochi sacri, mentre nelle stalle si consuma il “ sacrificio del porcello”, animale caro alle grandi Madri mediterranee. Il fuoco e il sangue “ lustrale” purificano la terra dalle impurità invernali e la preparano al rinnovamento cosmico primaverile. Il fuoco, come si è visto nelle tradizioni di molti centri abruzzesi, aveva virtù apotropaiche, i devoti custodivano i tizzoni, per proteggere le case e le campagne. Le stesse ceneri erano cosparse per fugare i mali. In alcune aree aquilane si preparava il “ cicerocchio” a scopo propiziatorio, a base di mais, aglio e peperoncino.
La figura del santo, ispiratrice di numerose poesie, leggende, canti e drammi, protettrice da terribili mali e pericoli, che interessano gli uomini e le bestie a loro più utili e familiari, ci sembra a buona ragione meritevole del diffuso e vivo culto che il popolo con tanta devozione le tributa.
A dimostrazione di tanta devozione sono da enumerare le cappelle e gli altari dedicati a Sant’Antonio, in quasi tutti i centri abruzzesi, fin dal Medioevo. Nel 1671 il vescovo Carducci, della diocesi di Valva e Sulmona, durante la visita pastorale a Pacentro, nella chiesa di S. M. della Misericordia, trovò tra gli altri l’altare di Sant’Antonio e S. Ivo, mentre altri due erano mantenuti da famiglie locali nella chiesa di San Marcello, un altro si trovava nella chiesa della Madonna degli Angeli. Presso ogni altare vi era un Beneficio ed erano di giuspatronato delle famiglie più facoltose del centro (Per approfondire vedi: R. Santini “ La Confraternita di San Carlo Borromeo” Tip. La Moderna, Sulmona, pagg. 85-88). (h, 10,20)
nella foto: un particolare delle festività di Sant'Antonio Abate in uno dei centri abruzzesi



Tradizioni Peligne
