Politica

Sulmona,la campagna elettorale

( di Mario Setta *)

 

In una situazione di grande attenzione e di attesa,proponiamo ai candidati per l’amministrazione comunale la lettura di uno di libri più belli su Sulmona e sulla Valle Peligna “Un pranzo di erbe” di John Verney

Sulmona, 14 settembre John Verney non ha scritto un libro. Ha scritto una lettera d’amore per i contadini che li avevano sfamati, aiutati, amati. Non ha confessato solo i suoi sentimenti, ma ha dimostrato che amare significa conoscere la storia, rivivere l’ambiente, condividere fatiche e speranze. Ha espresso profonda gratitudine per aver imparato, in quei mesi di fame e di rischi, tra grotte di montagna e nascondigli nelle case, che vivere e aiutare gli altri a vivere è l’unico scopo che valga la pena di raggiungere. Una testimonianza straordinaria, quella di Verney. Forse la più coinvolgente e la più bella delle opere scritte dagli ex-prigionieri di guerra. Artistica nella forma e profonda di contenuto. Solo un innamorato poteva esprimere parole indimenticabili. Verney era ed è rimasto un artista, anche dopo la tragedia della guerra. Quando, più volte, è tornato in Abruzzo, vi è tornato con la voglia di conservare e ravvivare quello spirito di innocenza o, come lo chiama, nostalgie de la boue, (nostalgia della genuinità) che l’affascinava.

«Sono venuto per riprendermi qualcosa. L’interesse per la vita, si potrebbe dire, o il gusto per le cose essenziali, come pane, formaggio, salsicce, aglio… Succede, spesso, che da giovane leggi un libro che ti colpisce e influenza la vita. Poi nella mezza età cerchi di rileggerlo… Sono venuto qui per rivivere un’esperienza, ricordare l’importanza della gentilezza disinteressata, apprendere di nuovo una lezione che ho imparato in Italia durante la guerra… »

«Questa valle… Non sapevo niente di essa, né della gente, con la quale ero stato a contatto solo per un breve periodo e in momenti fuori dalle normali circostanze. Non sapevo parlare bene la lingua. Eppure stavo pensando di scrivere un libro proprio su questa gente. Un tardivo tributo che significava riconoscerne l’importanza. Ma cosa dire? Che era stato il caso a condurmi nella valle la prima volta?  O che perfino questa mia nuova presenza con Matthew potesse far parte di un modello di vita misterioso, anche se rassicurante? Modello che sarebbe svanito, se avessi tentato di definirlo chiaramente.»

“Un pranzo di erbe” è il titolo del libro, desunto da un versetto biblico dei Proverbi: “Un piatto di verdura con amore è meglio di un bue grasso  con odio” (15,17), che l’autore pone come epigrafe del libro. La dedica: To Sinibaldo Amatangelo, Antonio Crugnale and their kind / A Sinibaldo Amatangelo,  Antonio Crugnale e ai loro familiari.

John Verney, autore di un altro volume di memorie di guerra dal titolo: Going to the Wars, e di opere per ragazzi,  ricorre in  questo libro al  tipico humour anglosassone. Verney scrive A Dinner of Herbs non come seguito del primo, ma come testimonianza della sua esperienza di prigioniero fuggiasco. La narrazione procede secondo la tecnica del flash-back. Nella primavera del ’43 l’autore si trova in Palestina, arruolato nei “Bomfrey’s Boys”, un piccolo gruppo specializzato in azioni di sabotaggio. Lo scoppio della guerra aveva interrotto la sua carriera di pittore, appena iniziata.  Viene fatto prigioniero e condotto in Italia, in un campo di concentramento che chiama “Vasco”, ma in realtà è il campo n.21 di Chieti. Il campo è descritto come una specie di college universitario. Dopo una prima descrizione del campo e della vita al suo interno, l’autore ci riporta al presente. In Italia, a Firenze, dove incontra ad un ricevimento, Matthew Prendergast, amico e collega di prigionia, convincendolo a seguirlo in Abruzzo. Partono da Roma verso l’Abruzzo con una “Fiat seicento”.

«Il cielo era diventato viola e le montagne illuminate dal sole sembravano fogli di cartone sbiancati e spiegazzati. Continuammo la nostra conversazione un po’ insensata, da vecchi amici, in stile stenografico orale. Nessuna frase conclusa. Spesso una sola parola  per far capire l’intera sequenza di idee. Parlammo degli amici di gioventù, discutendo sul perché alcuni non fossero riusciti a raggiungere gli obiettivi che si erano proposti di raggiungere, mentre altri avevano realizzato molto più di quello che si sarebbe potuto immaginare. Fummo dispiaciuti dell’effetto corrosivo che la mezza età aveva avuto su di loro. Fantasticammo su cosa sarebbero diventati quelli che erano stati uccisi in guerra. E così parlammo dell’influenza che la guerra aveva avuto su di noi.

“Ho sempre pensato che avresti fatto quello che in effetti hai fatto”, dissi. “Ricordo di averlo detto una volta a Mark Duffy durante la guerra”.”Sono certo che non l’avrei fatto. È stata la guerra a scuotermi e a darmi fiducia. Ero in un bel guaio quando cominciò, come forse ricordi. Puoi dire di non averne guadagnato?””Certamente no. Ci ho guadagnato moltissimo. A parte la famiglia ed il matrimonio, – mi ritengo fortunato per essermi sposato prima – quasi tutto quello che è stato importante per la mia vita lo devo alla guerra”. Stavo per aggiungere: “all’Abruzzo”, ma egli aveva iniziato a parlare di un suo argomento preferito: la mancanza di sfide per i giovani di oggi.

“Hanno bisogno di mettersi alla prova. Che diavolo c’è nella vita di oggi? Vanno in giro rombando sulle loro motociclette, cacciandosi nei guai. Al loro posto forse farei lo stesso!” Discutemmo fino ad Avezzano passando per Tagliacozzo.  Rumorosa come solo una città italiana moderna può essere di domenica mattina, con la maggior parte della popolazione che preparava lo scooter e la Fiat per trascorrere una giornata al mare. Matthew suggerì di prendere un altro caffè. Aveva un’insaziabile voglia di caffè, conseguenza del suo periodo Bedu.

“Sì, una buona idea”, acconsentii.”Vuoi veramente un caffè o lo dici solo per essere educato?””No, lo voglio veramente”.”Parlando di una persona educata”, disse, quando ripartimmo, “Mark Duffy è una di quelle che non ha valorizzato i propri talenti, non credi? Tutta quella intelligenza e quel sapere per diventare un personaggio televisivo!”

“Chi è ipocrita, ora? Ti ho visto non molto tempo fa  in televisione in un’intervista e si capiva che  ti piaceva”.”Devo ammettere che è stato divertente. Mi è stato detto, però, che Mark ne ha fatto un’abitudine. Siamo stati  un anno insieme ad Oxford. Era brillante. Non ricordo se tu conoscevi”. “L’ho conosciuto durante la guerra. Al campo di Athlit. E dopo… C’è un sacco di cose da dire di Mark. Mi ha scritto prima che arrivassi a Firenze,  ma non lo vedo da anni”.

Cominciammo ad attraversare la pianura del Fucino, così fertile e così monotona. Era un lago fino ad un centinaio di anni fa. Parlai dei vari tentativi per prosciugarlo, da quello fallito dell’imperatore Claudio al successo del principe Torlonia.”Gli costò una fortuna, ma ne creò una infinitamente più grande per la sua famiglia. L’effetto sui poveri contadini del luogo è l’argomento del romanzo di Ignazio Silone, Fontamara. Potrebbe anche essere quel villaggio laggiù”.

Matthew stava russando tranquillamente. Lo feci dormire. Un miglio o due prima di arrivare in cima, accostai la macchina al lato della strada e mi fermai. “Svegliati”, dissi, “questo è ciò che ti ho portato a vedere”.

Uscimmo e ci fermammo sospesi come un’aquila, guardando nella valle dove i fiumi Aterno, Gizio, Sagittario e qualche torrente più piccolo confluiscono, nelle vicinanze di Popoli, per diventare il fiume Pescara, che sfocia nell’Adriatico. Il massiccio del Gran Sasso a nord era cinto da nuvole temporalesche con ghirigori e macchie, come un acquerello di Alexander Cozens. A sud, la Majella e l’arida gobba del monte Morrone, sotto cui potevo vedere lo scintillio di Sulmona. Anche Ovidio, in qualche sua opera, descrive lo stesso panorama, tornando nella sua casa di campagna con un amico, per trascorrere qualche giorno di vacanza, lontano dalla vita convulsa di Roma. Dopo 2000 anni i dettagli della scena erano cambiati di poco, tranne il fatto che ai suoi tempi c’erano più alberi sulle montagne e più tetti a Corfinio, la capitale del territorio. Oggi rimane solo un frammento di muro, accanto alle splendide strutture dell’Abbazia romanica di San Pelino.

Dozzine di vedute sono intimamente intrecciate alla mia vita. Panorami che conosco e amo profondamente. Le ondulanti colline inglesi, gli angoli di Londra e di Firenze, la vista dalla finestra del mio studio nel Surrey dove scrivo, con il porcile sotto il castagno. Ma, nessun panorama mi commuove così tanto come questo: la Valle di Sulmona, osservata da qualsiasi versante. Un contrasto drammatico: la fertile pianura e l’aridità delle montagne circostanti. E poi la ferrovia, che sale serpeggiando a Roccaraso sui viadotti di montagna, l’abbozzo di foreste di faggi sulle cime più elevate del monte Genzana, il profumo della terra coltivata, riarsa fino a diventare polvere grigia, scura e rossastra per la pioggia. Tutto mi riempie d’un desiderio quasi doloroso, riportandomi alle dieci settimane della mia vita durante le quali, sebbene affamato e impaurito, ero intensamente vivo.

Difficilmente potevo pensare che Matthew condividesse la nostalgia che mi stava sopraffacendo. Lo guardai con curiosità per vedere come reagiva. Sorrideva. Mi disse piano: “Sì. È valsa la pena venire”.»Al campo di Chieti, un capitano chiamato Croce, è odiatissimo dai prigionieri per la sua crudeltà. Ma c’è anche un professore di Italiano che gli insegna la lingua e gli rivela che “il vero Abruzzo è in quelle montagne tra Gran Sasso e Maiella”, istruendolo sulla storia della regione, terra di stregoni, di maghi e di santi, rimasta inalterata per duemila anni.

«Gli Abruzzesi divennero famosi orafi, vasai, scalpellini e produttori di dolciumi. Ciononostante, gran parte della regione rimase per lungo tempo covo inaccessibile di lupi, orsi e montanari. Oggi i discendenti di lupi e orsi sono raccolti nel Parco Nazionale, tra Sulmona e Pescasseroli. Mentre i discendenti dei montanari si mescolarono con i discendenti degli invasori longobardi, franchi, svevi, spagnoli ed austriaci. Persistette tuttavia, e nessuno aveva più motivo di me per esserne grato, il loro atteggiamento ostile alle crudeltà commesse da stranieri. Il prodotto più bello dell’Abruzzo erano quei contadini forti, coraggiosi, indipendenti, industriosi e solitamente poveri. Vita dura, capace di sfociare nella poesia, nelle canzoni e nei fantasiosi costumi, che forse rappresentavano il folklore più ricco d’Italia. Emigrati a migliaia nelle Americhe, per forza di cose, ma quasi tutti tornati a casa per morire, non molto più ricchi di quando erano partiti.

Il professore mi trasmise un amore per l’Abruzzo che presto l’esperienza avrebbe aumentato. E, come racconterò, da allora vi sono tornato occasionalmente, per motivi sentimentali, ma anche perché la regione mi attrae come uno dei pochi luoghi della penisola che non sono stati massacrati dall’incompetenza culturale.»

Intanto la situazione politica italiana precipita. I prigionieri ricevono l’ordine dal comando inglese di non lasciare il campo, che verrà però preso in consegna dai tedeschi. Verney viene trasferito al Campo 78 di Fonte D’Amore, a Sulmona. L’autore descrive la città  con riferimenti precisi alla sua storia, a Ovidio, a Pietro da Morrone. Ricorda poi la sua fuga durante il trasferimento in Germania, saltando dal treno con altri due compagni, Amos e Mark. Fuggono verso le campagne tra Sulmona e Cocullo. Alle falde del monte Genzana, incontrano  dei giovanotti “armati fino ai denti”, che fanno incontrare i tre fuggitivi con altri quattro prigionieri in fuga, provenienti dall’Aquila, amorevolmente assistiti dalla popolazione. I giovanotti si vantano di aver fatto razzie a Introdacqua e di aver picchiato un carabiniere fascista. Il capo della banda è un tipo infido, spaccone e maligno. Lo chiamano “il maiale”. Gli inglesi stanno di malavoglia con loro. Verney va a Introdacqua per ascoltare le notizie dalla radio. Ritrova il professore di Chieti, in casa del parroco. Un  anziano di Introdacqua,  Paolo, si prende cura di loro, affidandoli prima a Gabriele e alla sua giovane moglie, e poi accompagnati dal giovane Dionino  ad Antonio (Crugnale).

«Dionino ci presentò uno sconosciuto, un contadino abbastanza robusto di cinquant’anni, di nome Antonio, dal viso grigio e impassibile. Aveva combattuto contro i tedeschi nella prima guerra mondiale e poi era stato in America per un breve periodo. Non parlava inglese. Uomo di poche parole, ma con un cuore gentile. Quanto lo fosse realmente, lo scoprimmo in seguito. Avendo appreso da Dionino, fidanzato di una delle sue figlie, dove eravamo, Antonio aveva deciso di prendere in mano la situazione.

Dionino ci spiegò che era troppo difficile per lui continuare a portare il cibo alla grotta. Avevano trovato un posto sicuro nella valle. Saremmo scesi lì al tramonto. Le due belle figliole di Antonio, anch’esse piuttosto robuste, avevano portato un grande piatto di terracotta ricoperto di lino, pieno di maccheroni ed ancora abbastanza caldo. Si sedettero tremanti all’ingresso della grotta, mentre noi divoravamo i maccheroni. Non indossavano vestiti caldi per proteggersi dal freddo, a cui evidentemente erano abituate.

Cercammo di essere gentili con loro, per esprimere almeno una piccola parte della gratitudine che provavamo. Le ragazze, ancor meno loquaci del padre, allora e in seguito, non sembravano prestare attenzione a quello che stavamo dicendo. E non gliene importava. Anche Antonio era sempre imbarazzato, quando lo ringraziavamo. In risposta, agitava la mano verso ogni piatto che ci presentava, dicendo bruscamente: Non importa ringraziare, mangiare o qualcosa del genere, volendo dire: “Forza, mangiate finché è caldo”.

Quando finimmo di mangiare e il fuoco fu riacceso, Dionino ci disse che negli ultimi tempi non faceva altro che nascondersi dai tedeschi e da un destino ignoto riservato  ad ogni  giovanotto che riuscivano a catturare: Sempre scappare…Scappava continuamente, cavandosela per il rotto della cuffia. Era tale la devozione nei nostri confronti e verso gli alleati, che non si preoccupava affatto della sua salvezza. Tutto ciò che voleva era aiutarci.» Dal momento che la casa di Antonio è troppo esposta, vengono trasferiti presso Sinibaldo Amatangelo, che parla un po’ di inglese. Amatangelo viene chiamato da loro Sam, il nome che  usava negli USA. E’ un contadino molto povero e molto amico di Antonio. Ha moglie e tre figli. I prigionieri si affezionano subito a Sam (“lo amammo appena lo vedemmo”). La moglie è una donna tranquilla ma diffida degli estranei e poiché è talmente preoccupata da piangere sempre solo a vederli, i tre inglesi decidono di andar via.

Lasciano la famiglia di Amatangelo e si trasferiscono in un’altra grotta, alle falde del Genzana, continuando ad essere nutriti da Sam e da Antonio. Le riflessioni di Verney esprimono ammirazione per l’aiuto dato dai poveri alla gente più povera. «Amos una volta disse, scherzando, che sperava ci considerassero un investimento. Sono quasi certo che per loro non era così. Persone profondamente semplici, sull’orlo della fame, che non sapevano quali erano i motivi della guerra. Un disastro, del quale non si sentivano responsabili.  Colpa del governo. Noi eravamo tre stranieri portati dalla guerra. E ancora più poveri di loro. Indigenti. Per questo ci avevano aiutato. Solo per questo. Il pensiero di essere ripagati non passò loro neanche per la testa. C’era poca certezza che la guerra sarebbe finita e nessuna probabilità che avremmo potuto ripagarli. Naturalmente furono tutti abbastanza felici del denaro che ricevettero alla fine. Io mandai tutto ciò che potei. Così fece Mark, credo. E dal momento che si trovava in Italia riuscì a spillare dal governo il più possibile. Quando la volta scorsa venni a trovarli, mi dissero che erano stati trattati generosamente. Stavano un po’ meglio economicamente, o quella fu la mia impressione.

Ciò che fecero per noi non si può assolutamente misurare in denaro… La situazione divenne impossibile nella valle. Quando ce ne andammo per vivere nella caverna, credevamo di restarci per una settimana. In realtà i tedeschi mantennero salde le posizioni con il famoso Winterstallung e la linea rimase bloccata per parecchi mesi. Fummo costretti a restare nella caverna. Sam ed Antonio salivano ogni tre o quattro giorni con il cibo. Su e giù. Sei o sette ore da aggiungere al loro lavoro nei campi, a tutte le loro preoccupazioni. Nelle ultime tre settimane lo fecero sotto la neve. Una volta Sam portò una forma di scarpa di ferro da calzolaio sulle spalle per riparare i miei stivali. Due contadini semplici. Non sapevano niente della nostra esistenza fino a qualche settimana prima. Appartenevamo ad una nazione diversa, all’esercito invasore. Capirai meglio domani quando saliremo su quella montagna, se ci riusciremo. Non sono sicuro di farcela. Questa è la scoperta che sto facendo adesso, perché ho più o meno la stessa età che avevano loro allora.»Nel frattempo c’è lo sfollamento di Pettorano e molte famiglie si rifugiano nelle grotte. Gli inglesi sono costretti a scendere e tornano da Sam, con l’intenzione di procurarsi gli scarponi e fuggire attraverso le montagne. Cambiano spesso rifugio.

«Le ragazze della famiglia di Pettorano affrontavano una salita di tre ore, ogni giorno, con il cibo per i loro uomini. Arrivavano puntualmente ogni mattina alle nove, con qualsiasi tempo, scalze e cantando, con un asino carico ed altri piatti sulle loro teste. Sembrava che si divertissero a farlo. Qualche volta una di loro proseguiva la salita fino a noi, portandoci qualcosa. Eravamo profondamente riconoscenti.

Sam o Antonio o entrambi, accompagnati di solito da uno dei loro ragazzi, ci visitavano ogni quattro giorni,  portando tutto quello che potevano: grandi filoni di pane, pezzi di vitello o maiale  (avevano ucciso i maiali per paura delle razzie dei tedeschi), formaggio, un barattolo di miele,  avanzi di gallina (i cui ossi ci servivano per insaporire il brodo per una settimana, dal momento che  avevamo portato una piccola pentola). Noci, mandorle e mele completavano la nostra alimentazione. Vivevamo. Ma l’aria di montagna, la camminata giornaliera alla fontana e la ricerca della legna, ci rendevano tremendamente affamati. I rifornimenti non duravano a lungo, sia pure con un rigoroso razionamento. Sentivamo spesso un dolore sordo allo stomaco.»

Intanto Sam riesce a procurare solo due paia di scarponi. Li prendono Amos e John, mentre Mark preferisce restare. Attraversando le montagne fino ad Alfedena e oltre, Amos cadrà falciato da una mina e il suo corpo non sarà più ritrovato, mentre John riuscirà a raggiungere le linee alleate.

Tornando al presente, Verney descrive le famiglie conosciute e le loro attuali condizioni, mettendo in evidenza il fatto  che Mark era tornato prima di loro a ringraziare. A piazza Garibaldi, a Sulmona, Verney incontra il professore di Vasco. Il giorno successivo, con Manfredo un giovane di 28 anni, raggiungono la grotta che avevano chiamato Adullam. Matthew resta meravigliato nello scoprire che, per sei settimane, sotto la neve, erano stati lassù, nutriti dalla gente. Capisce, ora, perché John ha voluto tornare in Abruzzo, tra Sulmona e Pettorano, a rivedere quella grotta che aveva dato senso alla sua vita. Sulle pareti riconoscono le iniziali dei nomi di Mark Duffy ed H.K. Henry Kempster, che Verney credeva ucciso dai tedeschi alla stazione di Sulmona, ma Matthew gli svela che Kempster è vivo e risiede a Firenze con una numerosa famiglia. Matthew ha fretta di tornare a Firenze, perché il giorno dopo avrebbe sposato Zozo, la sorella di Kempster.

 ( * storico)

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Associazione Culturale

“Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” SULMONA

18 Comments

  1. Magari un titolo più calzante al contenuto dell’articolo.
    Dopo la nota introduttiva.. il nulla collegato alla “campagna elettorale”.
    Però il clickbait … paga!
    Bravi!

  2. Andrea Pantaleo

    Come professore dell’anonimato trenta e lode, escludendo il bacio accademico per ragioni di contagio.

    Andrea Pantaleo

  3. Andrea Pantaleo

    Lei è anonimo, ho elogiato il suo anonimato, le sembra non ci sia correlazione? Forse abbiamo idee diverse sul significato di correlazione?

    Andrea Pantaleo

    • Si ho ragione, il suo commento con il mio non c’entra nulla.
      Se vuole, si rilegga il commento, il commento, lo rimarco nuovamente e me lo critichi nuovamente:
      “Magari un titolo più calzante al contenuto dell’articolo.
      Dopo la nota introduttiva.. il nulla collegato alla “campagna elettorale”.
      Però il clickbait … paga!
      Bravi!”.

  4. Andrea Pantaleo

    Repetita non semper juvant. Ripetere sempre gli stessi atti, le stesse affermazioni nello stesso modo, o in modo poco dissimile, sperando che il risultato cambi è pura follia. Non lo dico io ma Einstein che, sicuramente, è un po’ più accreditato del sottoscritto nella scala del pensiero.

    Andrea Pantaleo

  5. Omnis homo mendax. Tutti gli uomini sono bugiardi (proverbio latino).
    Di seguito il link per una “sua riflessione” sul citato proverbio: shorturl.at/nFIW8
    “Una differenza che non fa la differenza… non è una differenza!” (frase non mia e da me presa in prestito).
    Buona accurata lettura!

  6. Andrea Pantaleo

    Grazie per il consiglio, vorrei sapere chi ringraziare.

    Andrea Pantaleo

    • Ma si immagini, per così poco.

      Deve ringraziare Francesco Amato, le basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca >> francesco amato ripetere non sempre aiuta, repetita non semper iuvant .

      Poi mi ringrazierà.

  7. Andrea Pantaleo

    Benissimo quindi lei che si firma Temp in realtà è Francesco Amato? Oppure si spaccia per Francesco Amato? Per lei in tal caso repetita iuvant e non semper iuvant. Considerato che, lei si firma Temp, le cito un mio aforisma; il tempo non esiste: il passato è passato, il presente sfugge, il futuro deve ancora arrivare.

    Andrea Pantaleo

    • Mi è sufficiente che abbia letto la pagina, così come l’ho letta io dopo il suo commento del 19 Settembre 2021 delle 13:37 e del suo compiuto sono pienamente soddisfatto.

  8. Andrea Pantaleo

    Guardi che io non ho letto proprio nulla; lei non ha compreso nemmeno la mia ironia.

    Andrea pantaleo

    • Peccato non abbia letto l’articolo, le avrebbe rivelato una verità che forse altri avranno notato.
      Ha comunque letto i miei commenti e sono doppiamente soddisfatto, anche della sua auto ironia.

      • Andrea Pantaleo

        Qui se c’è una persona che attua l’ironia quella è soltanto lei. Quanto all’aver letto i suoi commenti ho letto e risposto per dovere di cronaca. Non ho letto l’articolo consigliato da lei poiché nessuno mi ha chiesto di leggerlo, essendo anonimo. Quanto alla verità che l’articolo da me non letto mi avrebbe svelato lei, in un precedente commento, ha scritto: Omnis homo mendax (tutti gli uomini sono bugiardi (proverbio latino). Cosa fa rinnega quello che ha scritto nel precedente commento? Fermo restando l’illustre proverbio latino non è vero che, tutti gli uomini sono bugiardi, a tal riguardo concludo con un proverbio che è il seguente: nel paese della bugia la verità è una malattia (Gianni Rodari). Una bugia, ripetuta innumerevoli volte diventa verità, prendendo il posto di una vera verità, fatta passare per bugia. Mi scusi dimenticavo di aggiungere la seguente affermazione: nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario, (George Orwell libro 1984).

        Andrea Pantaleo

        • Io che ho letto l’articolo che lei “non vuole leggere”, vi ho notato una “leggerissima corrispondenza” con il suo editato commento del 19.09.2021 – 13:37.
          Verifichi, anche se non vuole! Coincidenza? Chissà!
          Usi più suoi pensieri che cercare altrui qualificati appigli.
          E impari anche a restare a tema nell’intervenire nei suoi commenti. Ne guadagnerà di stima.

  9. Andrea Pantaleo

    Il «vile anonimo» è quello che scaglia il sasso e nasconde la mano. Noi siamo tutti un po’ anonimi, non foss’altro perché nascondiamo il vero nome nostro; (Domenico Giuliotti e Giovanni Papini, Dizionario dell’omo salvatico, 1923), ed ancora: oggi è possibile raggiungere la fama senza perdere il beneficio dell’anonimato: si diventa famosi così in fretta che di solito non se ne accorge nessuno; (Mauro Parrini, A mani alzate, 2009), ed inoltre: La libertà di stampa dovrebbe essere condizionata dal più rigoroso divieto dell’anonimato; (Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851).

    Andrea Pantaleo

    • Lei commette in partenza un errore di fondo.
      La dirimente questione è stata già ampiamente dibattuta e ne conosce benissimo le conclusioni.
      Abbandoni l’ossessione concentrata sull’anonimato e torni sul criticare il contenuto degli articoli e dei commenti. Guardi oltre!

  10. Marcello Romano

    Quante polemiche inutili e interminabili!
    Andate sugli argomenti, piuttosto!

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