Martedi, 18 settembre 2018

Sulmona: “Hanno zappato la stazione”


2018/08/27 07:190 comments

(di Mario Setta)

 

–   27 agosto 1943,venerdì, 75 anni fa a Sulmona il primo bombardamento in Abruzzo. Una delle pagine più drammatiche  per la nostra comunità-

Sulmona ( bombardamenti 1943)Sulmona,27 agosto.- Una normale giornata di fine agosto. Nella tarda mattinata, decine e decine di aerei anglo-americani (fortezze volanti e  liberator)  appaiono sul cielo della Valle Peligna. La popolazione non sospetta nulla di grave, anche se quegli aerei lassù, così numerosi, non possono che incutere terrore. L’Italia è in guerra da più di tre anni e da qualche mese i bombardamenti  sul suolo italiano si sono intensificati. La vista di quel traffico di aerei a pieno carico che stazionano sull’area sovrastante la città fa subito capire che  Sulmona non può essere più considerata un’isola felice. Suona l’allarme. La gente corre da ogni parte per trovare un rifugio sicuro.

Il rumore degli apparecchi era assordante, – afferma in una relazione scritta Rina Angelini, allora quindicenne -. Non potevo fare a meno di guardare il cielo. Vedevo molto chiaramente le bombe sganciate dagli aerei scendere proprio su di noi… Cosa sentivo e pensavo in quegli attimi è difficile spiegare, stringevo forte la sorellina più piccola. Per noi era la fine… Non so quanto tempo trascorse…Gli aerei  si allontanarono, le sirene dettero il cessato allarme. Eravamo terrorizzati, ma vivi. Colonne di fumo si alzavano nel cielo. Capimmo subito che era stata bombardata la stazione ferroviaria… Mio padre era là a lavorare… Tornò a casa scalzo. Si era riparato in una cunetta vicino alla galleria per Roma, mentre molti suoi compagni che si erano rifugiati nel boschetto trovarono la morte…

La stazione di Sulmona era ritenuta un obiettivo importante, perché nodo ferroviario nevralgico per i collegamenti Nord-Sud (Terni-L’Aquila-Sulmona-Carpinone-Napoli) ed Est-Ovest (Pescara-Sulmona-Roma). Diventerà infatti bersaglio militare privilegiato nella strategia dei bombardamenti  in Abruzzo. Quel giorno, in  quel luogo, a quell’ora, si verifica il primo bombardamento aereo nella regione. Per Sulmona fu il primo dei numerosi bombardamenti che si avvicendarono dall’agosto 1943 al maggio 1944 e che seminarono terrore, morte e distruzione. Altro obiettivo strategico era la fabbrica militare della Montecatini, a poca distanza dalla stazione di Sulmona, ai piedi del colle S. Cosimo nel Comune di Pratola.

Lavoravo alla Montecatini per la produzione di materiale bellico, – racconta Ida Paolini, 73 anni – vi si produceva il P5 a granelli color pisello, il T4 in polvere bianca ed il T4 umido, che serviva proprio per i tedeschi e che successivamente veniva fatto sostare nel seccatoio di polveri. Eravamo quasi tutte donne, perché gli uomini erano stati in gran parte richiamati. Il nostro era un lavoro pericolosissimo. Durante il bombardamento il terrore ci invase e cominciammo ad urlare e a correre all’impazzata, nascondendoci nelle riservette, dove erano situate le merci già imballate, pronte per essere spedite. Fummo fortunate perché quella zona non fu raggiunta dalle bombe. Un giovane che si era riparato in una cunetta fu colpito e morì.

Walter Cavalieri presenta una interessante puntualizzazione sulla filosofia dei bombardamenti:

Una volta selezionati gli obiettivi si provvedeva a scegliere le tattiche di attacco, i mezzi e le armi da impiegare. Alla filosofia del bombardamento “di precisione” (selective bombing) prevalentemente americana, tendente a risparmiare vite umane (…), si contrapponeva la logica inglese dell’ area bombing (o bombardamento “a tappeto”), volta a diffondere il terrore con bombardamenti devastanti su intere zone abitate. Naturalmente, anche quando avevano una qualche valenza bellica, bombardamenti e mitragliamenti esprimevano sempre anche intenti terroristici, poiché, oltre a colpire obiettivi militari o infrastrutture d’interesse militare, le azioni aeree avevano lo scopo di creare disagi alle popolazioni, diffondere la paura… .

Marco Patricelli analizza il bombardamento dal punto di vista dello scontro nei cieli:

Il 27 viene recisa la vena ferroviaria che collega Roma all’est attraverso l’Appennino, bombardando Sulmona., la città che ha dato i natali al cantore dell’amore, il poeta latino Ovidio. Sono i giorni dell’odio, non c’è spazio per la poesia e per i buoni sentimenti , e neppure per la memoria di chi li incarnò. A Sulmona, c’è anche una divisione corazzata tedesca che rappresenta una ghiotta preda. In quest’occasione l’asso Luigi Gorrini, con un Macchi MC205 nuovo di zecca la cui vita operativa si conclude dopo appena 48 ore per le conseguenze di una battaglia aerea, butta giù due Fortezze e un Lightning: viene citato sul bollettino ufficiale e finisce sulla copertina della “Domenica del Corriere”, dove le sue gesta vengono reinterpretate da Achille Beltrame.

Mancano le testimonianze  della gente di Sulmona che confermino lo scontro aereo. Anche se il ricordo di quel giorno resta stampato nella memoria dei sulmonesi che vissero quelle ore drammatiche.  Mario Miccolis, classe 1915, capo stazione, racconta:

Il 27 agosto andai regolarmente alla stazione, poiché ero addetto alla distribuzione delle buste-paga per i ferrovieri. Ma quel giorno i ruoli-paga non erano arrivati  e il titolare mi disse di prendermi un giorno di congedo. Ripresi la bicicletta e tornai in città. Quando cominciò il bombardamento ero ormai vicino casa. Poteva essere circa mezzogiorno. Un’ora cruciale per la stazione, perché avveniva la coincidenza di quattro treni: da Roma, da Terni, da Pescara e da Napoli. Da alcuni giorni stazionavano vari carri-merci carichi di grano. Gli aerei che arrivarono erano le cosiddette fortezze volanti, che zapparono letteralmente la stazione. Le bombe caddero anche nel boschetto vicino, dove si erano rifugiate molte persone, perché era il luogo dove ci si dirigeva ogni qual volta veniva lanciato l’allarme aereo. E proprio lì morirono molte persone, ferrovieri e viaggiatori.

Lorenzo Marinucci, in servizio  quel giorno al piazzale della stazione:

All’ improvviso arrivarono i bombardieri quadrimotori pesanti che provenivano da Raiano. Ci furono varie ondate. Era arrivato il treno da Roma e c’erano molti forestieri. Scapparono tutti, chi nel boschetto e chi da altre parti. Quelli del boschetto che si trovava di fronte alla stazione morirono tutti perché gli aerei scesero anche a mitragliare. Io scappai dalle parti di Zappannotte. Vicino a me capitò un ragazzo di 13 anni. Erano sette figli. Il fratello fa il ferraio a Porta Pacentrana. Quel ragazzo morì di fianco a me, colpito da una scheggia in testa e dicendo per tre volte “Oddì mamma”. Era andato alla stazione a fare la carbonella dei treni per la famiglia. Quanti pianti s’è fatto la mamma per quel figlio…..Io non gliel’ ho mai detto che s’ era morto vicino a me…..Ci eravamo gettati tutti e due in terra. Io mi nascosi in una formella, perché mi ero da poco congedato e sapevo che le schegge non ti prendono se sei sdraiato a terra. Invece quel ragazzo si era messo troppo in alto. Io glielo dicetti: “mittete più in basso, mittete più in basso”. Quando finirono i bombardamenti era morto. C’era anche un vecchierello forestiero a fianco a me, pure lui morto, senza naso.  Poi me ne scappai alla strada che gli dicevamo Pulina che porta a Santa Rufina. Il ragazzo si chiamava Giulio Puglielli.

Dino Piccirilli, nato ad Anversa degli Abruzzi il 4.9.1923, macchinista FF.SS al Deposito di Sulmona, racconta: Il 27 agosto 1943 ero tornato da Pescara con un treno merci, viaggiando tutta la notte. Rientrammo al deposito verso le nove del mattino. Ero allora fuochista. Erano passate le dieci del mattino quando suonarono le sirene d’allarme. I più spericolati non vi fecero caso, perché le sirene suonavano spesso senza che succedesse nulla.  Sentimmo il rumore di un aereo da ricognizione e vedemmo il lancio di piccoli paracaduti con fumogeni sugli obiettivi da colpire. Ci impaurimmo e ci organizzammo: i più vecchi ripararono in vari luoghi vicini, mentre noi giovani corremmo verso la galleria del tratturo, a circa un chilometro di distanza. Dalla parte di Raiano arrivava un fortissimo rumore di aeroplani carichi. Vedemmo una nuvola di aerei che venivano verso la stazione. Facemmo appena in tempo a raggiungere la galleria che subito cominciarono a cadere le bombe. Arrivavano a ondate. Furono sette-otto, con esplosioni spaventose. Durò circa mezz’ora. Era una bella  giornata. Ma il fumo di quelle esplosioni ora oscurava  il sole. Non sentendo più i rumori delle bombe e vedendo che gli aerei andavano verso le Puglie, uscimmo dalla galleria e corremmo verso il deposito. Locomotive sventrate, bidoni d’olio che andavano a fuoco, acqua che schizzava dappertutto. Tutto era  nero. Grida di feriti, corpi lacerati  e scaraventati sulle pareti; frammenti di carne umana sui resti dei muri; pozzanghere di sangue. Era impossibile camminare.  L’acido solforico degli accumulatori fuoriusciva  e corrodeva tutto. L’orologio esterno della pensilina era fermo alle 11.27.

Elia Pagliaro, nata a Sulmona il 10.1.1924,  sorella di Guerino, operaio delle ferrovie, racconta:

Mio fratello ci diceva sempre che, se fossero venuti  a bombardare la stazione, lui sarebbe andato a rifugiarsi dentro la galleria per Roma. Non fece in tempo ad arrivarci. Mio padre, dopo averlo cercato per ore lo trovò nella campagna di Zappannotte. Il corpo da una parte  e la testa, troncata da una scheggia, da un’altra. Chi può dire la sua disperazione. Eppure, andò a prendere un carretto. Ci ricompose il corpo del figlio, lo avvolse in un lenzuolo e da solo  lo portò al cimitero.  Da allora non fu più lo stesso. Ma la tragedia non era finita.  Due mesi dopo, il 25 ottobre, di notte, una bomba, una sola bomba, cadde  su piazza XX Settembre da un aereo solitario che passò sulla nostra città. Perché non si è mai saputo.  La bomba colpì il teatro Caracciolo e la  casa della famiglia di Guerino. Uccise la moglie Maria e le sue due figliolette, Lucia di quattro anni e Titina di dieci mesi. Quella sera Maria mi aveva chiesto di andare a dormire da lei per farle compagnia.  Non ci andai, non ricordo nemmeno perché. Per un puro caso evitai quell’assurdo appuntamento con la  morte.

 All’Istituto Magistrale Parificato, vicino alla villa comunale, a poca distanza quindi dalla stazione, era preside il prof. Guido Salomone. Data la sua assenza, lo sostituiva l’insegnante Aldino Iafolla, classe 1921, che si occupava anche del lavoro di segreteria. Racconta che le pareti del corridoio dell’edificio scolastico oscillavano come un pendolo, a causa delle esplosioni e dello spostamento d’aria, tanto che una signora di Roma, venuta a Sulmona per iscrivere la figlia a scuola, cadde svenuta  proprio in mezzo al corridoio del pianterreno: un ordigno era precipitato vicino all’edificio, dal lato del campo sportivo.

Secondo Caravita Pacella, classe 1920, che abitava vicino a villa Orsini, nella zona sud della città, gli aerei arrivavano ad ondate, bombardando all’impazzata come se stessero zappando la stazione e il tratturo. I morti furono tanti che vennero trasportati al cimitero con le mambrucche. I feriti furono trasportati all’Ospedale Civile, situato nel palazzo dell’Annunziata. Dalla stazione all’ospedale c’ era  una striscia di sangue continua, una specie di rivolo che scorreva sulla strada.

Il prof. Concezio Alicandri-Ciufelli, allora studente universitario al 5° anno di medicina, frequentava l’ospedale in qualità di collaboratore.  Ha un ricordo netto e sconvolgente di ciò che avvenne quel giorno:

I morti furono portati direttamente al cimitero in attesa di essere riconosciuti e tumulati; i feriti, con mezzi di fortuna, furono trasportati all’ospedale. Ricordo con raccapriccio la sequenza di persone con il torace squarciato, con gli intestini fuori del bacino, senza arti…;dappertutto lamenti, sangue, sofferenza. Prestavano servizio il prof. Violati, primario chirurgo, il prof. Vegni, primario di medicina, e la dottoressa Semperlotti. Ci mettemmo subito all’opera. Il prof. Violati diede ordine di iniziare dai feriti meno gravi, perché avrebbero avuto maggiori possibilità di salvezza rispetto agli altri. Furono quindi allestite le camere operatorie. Si operò per tutta la notte. Nel frattempo, dalle città vicine,  erano giunti in aiuto anche altri medici: Pierangeli, Stefanini e Piermarini. Quando la situazione si fu un po’ normalizzata, rimasto solo, stavo facendo un giro di ispezione, sentii un respiro affannato, pesante, intervallato da uno strano e sordo risucchio. Cercai tra i letti e scoprii che proveniva da una vecchietta rimasta abbandonata sotto un letto, con un foro nel torace”.

A Sulmona – scrive Cavalieri – accorse immediatamente dall’Aquila il prefetto Biancorosso  per coordinare le operazioni di soccorso, cui prese parte ininterrottamente per 15 ore anche la squadra di protezione sanitaria anti-aerea (P.S.A.A.) della Croce Rossa dell’Aquila, da cui dipendeva il sottocomitato di Sulmona. Facendo la spola tra L’ Aquila e la città colpita, i soccorritori trasportarono alcuni feriti gravi all’Ospedale S. Salvatore anche se, presso Poggio Picenze, un’ambulanza  dei Vigili del Fuoco carica di feriti uscì fuori strada, complicando ulteriormente il lavoro della Croce Rossa.

Al Campo dei prigionieri di guerra n. 78 nella frazione di Fonte d’ Amore gli oltre 3000 prigionieri alleati non nascondono la loro gioia e soddisfazione per il bombardamento. Vedono ormai vicina la liberazione. John Esmond Fox, prigioniero di guerra al campo, scrive:

Come cadde la prima pioggia di bombe, verso il cielo salirono lunghe strisce di fumo, mentre si diffondevano grida di acclamazione e di evviva, tra il rumore crescente di vetri che si frantumava delle finestre fracassate. Non contrastati dagli aerei da  combattimento e dalla contraerea, ondata dopo ondata, i bombardieri scaricarono il loro carico di morte sull’area segnalata, e dopo ogni ondata la coltre di fumo si ispessiva. Poi,  tra il rumore e la confusione  si udì una grande deflagrazione come se fosse esplosa e ridotta in pezzi una fabbrica di polvere da sparo, che scosse il suolo sul quale eravamo, oscurando totalmente l’intera area. A parte i nervi a pezzi e le finestre in frantumi,  il campo non era stato toccato. Questo inaspettato  attacco fu come un fulmine a ciel sereno, che spazzò via la nostra sfortuna degli ultimi tempi e diede vita ad un rinnovato entusiasmo.

 “Ci fu comunque una gioia contenuta e si poteva capire la loro soddisfazione” ricorda Torinto Sciuba, allora ufficiale medico nel Campo. Su ordine del Comandante, Giuseppe Santoro, il dottor Sciuba viene inviato, con un paio di autocarri, in soccorso ai feriti del bombardamento. Tre anni dopo questi tragici fatti, nel settembre del 1946, Giuseppe Capograssi scrive alcune annotazioni ai  margini   d’una   copia del  libro Istoria dei Peligni di Emilio De Mattaeis,  trascritta  da Nunzio Federigo Faraglia,  rintracciate e pubblicate a cura di Giuseppe Bolino:

Il 27 agosto 1943 per la prima volta nella guerra del 1940, Sulmona è stata bombardata, verso il mezzogiorno (venerdì). Colpita la stazione ferroviaria (binari e rete elettrica), lo stabilimento della Montecatini (tratturo di Pratola) e mitragliata molta gente (sembra 300 morti) sia nella campagna prospiciente la stazione, tra la strada e il fiume, e le colline (dove molti viaggiatori, arrivati coi treni, si sono buttati per scampo) sia lungo la strada della stazione. Sulla città sono cadute 4 bombe, una alla casa di Marcone il pasticciere, (ex De Matthaeis): proprio la casa dello storico sulmonese autore della presente Historia Peligna ! (…..) un’altra al palazzo Tabassi (salvandosi la finestra preziosissima), due altre alle cavallerizze del Palazzo Mazara, rimaste inesplose. Immenso il panico: la maggior parte delle famiglie di ogni ceto si sono rifugiate in campagna, nei casini, nelle stalle, nei paesi attorno. La città è caratteristicamente deserta, pochi sono i rimasti. Le botteghe sono chiuse. Interrotta la Ferrovia: a Bugnara si parte per Roma, a Pratola per Pescara, terribili i prezzi dei trasporti….

Il bilancio di quel primo bombardamento: 100 morti, centinaia di feriti, devastazione della stazione, danneggiamento  della fabbrica bellica al colle S. Cosimo di Pratola. Ada Marinucci, nata il 1.10.1915, moglie di Panfilo Angelone, racconta:

Faticavamo come bestie.  Dovevamo lavorare  noi donne, le nuore, perché i nostri mariti si trovavano in guerra. Quel giorno era già suonato l’allarme, verso le otto, ma non ci avevamo fatto caso; suonava ogni tanto e quindi non ci si dava peso. Verso le 10,30 suonò di nuovo. Dissi a mio suocero: “Oddio, ha suonato un’altra volta, tatà, io vorrei tornare a casa”. Mio suocero mi rispose: “Sì, vai pure a vedere i tuoi figli”. Presi la coscina  e uscii sulla via per tornare a casa. Ma sentii un grande rumore. Feci pochi passi, mi voltai a guardare in alto  e vidi tutti quegli apparecchi, che sembravano piccoli piccoli. Buttai la coscina e mi misi a correre. Altre persone venivano dalla stazione. Ci buttammo a terra. Mio marito mi aveva assicurato  che qui non sarebbero venuti a bombardare, ma se fosse successo ci aveva raccomandati di buttarsi a terra, come un pesce. Sentendo le bombe, mi gettai a terra, stesa.  Passata la prima ondata, scappai a casa, campagna campagna. Arrivai più vicino casa, ma tornarono a bombardare; mi gettai in mezzo ad una forma. Riuscii ad arrivare alla bocca della galleria. Un soldato con un fucile mi disse di correre presso di lui, ma mi diressi verso casa e vidi che era stata tutta spallata. Arrivai e trovai  morti e  feriti. I morti erano tutti sfracellati. Io non ricordo più niente: strillavo. Un pianto amaro che te lo ricordi per tutta la vita: sette morti e sette feriti. Erano morti i miei figli più piccoli, Alberto e Giovanni. Due bei figli, oddio quanto erano belli.  E con loro due mie cognate, con un figlio a testa.  Carlo era più grandicello e si era salvato, insieme ad una cuginetta. Quando mi vide, si mise a gridare: “Portami da nonna Carmela”, che abitava in un’altra zona. Io non ho saputo più nulla. Mio fratello, Antonio Marinucci, ha pensato a tutto. I corpi furono avvolti con le lenzuola e messi su un carretto. I feriti furono trasportati all’ospedale. Rimasta sola con mio figlio Carlo, andai da mia madre, all’Arabona. Intanto mio marito aveva saputo dal giornale la notizia del bombardamento su Sulmona. Disse al capitano di voler tornare a casa, ma il capitano gli negò il permesso. Riuscì a fuggire. Tornò che era notte. Accese i fiammiferi. Trovò solo mio suocero, che gli disse: “Qui sono tutti morti”. Venne a casa di mia madre, cercando i figli.  I pianti… Da allora mio marito rimase a casa. Piangeva, dicendo: “Li avessi portati con me…”, perché ogni volta che ripartiva per il servizio militare i bambini gli correvano dietro gridando: “Vogliamo venire con te… Vogliamo venire con te…”.E intanto la guerra continuava. Tornavano sempre a bombardare. Appena avvistavamo qualche aereo, fuggivamo. Vivevamo sempre con la paura, la paura… (h.7,00)

(dal libro “E si divisero il pane che non c’era”, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona e Ass. Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, stralci dal capitolo primo) 

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