Venerdi, 10 novembre 2017

Sulmona 1943: quel treno per Dachau


2016/10/12 20:171 comment

L’8 ottobre 1943 partì da Sulmona un treno che trasportò nel lager di Dachau detenuti comuni, detenuti politici e partigiani jugoslavi e greci imprigionati nel carcere della Badia

Badia

di Edoardo Puglielli

Il 27 luglio 1943 il governo Badoglio dispose la liberazione dei detenuti politici, con l’esclusione di comunisti e anarchici. In alcune città i detenuti politici furono liberati tutti, senza distinzione, dall’intervento diretto della folla che assaltò le prigioni; in altri casi la liberazione di tutti i prigionieri politici fu possibile grazie alla pressione della piazza. Nei giorni successivi altri prigionieri furono liberati dalle stesse autorità governative, che vollero però evitare l’emanazione di un provvedimento di liberazione generale. Così in molte località, come a Sulmona, furono le autorità locali ad ostacolare la liberazione dei detenuti politici, soprattutto dei comunisti e dei militanti dei movimenti più avanzati.

Nel carcere della Badia di Sulmona, oltre ai detenuti comuni erano stati imprigionati anche «un gruppetto di politici italiani, due centurie di partigiani jugoslavi e montenegrini e una trentina di ragazzi greci». Tra i detenuti politici italiani vi era anche il socialista rivoluzionario Giovanni Melodia (1915-2003), arrestato nel 1939 e condannato a 30 anni di carcere per attività antifascista dal Tribunale Speciale.

Nei cosiddetti «45 giorni» che vanno dal 25 luglio all’8 settembre i detenuti politici e gli antifascisti jugoslavi e greci tentarono di fuggire. «Con le brande trasformate in arieti avevamo sfondato le porte dei cameroni, strappato i fasci littori dalle mostrine dei secondini, e non più italiani o jugoslavi, greci o montenegrini, ma una comunità sola, di noi politici dei vari Paesi» (Giovanni Melodia, Sotto il segno della svastica. Gli italiani nel Lager di Dachau, Mursia, Milano 1979, p. 5).

Il tentativo fallì.

Nella tarda serata del 13 settembre arrivarono a Sulmona i primi reparti tedeschi. Il 14 venne affisso nei comuni della Valle Peligna il primo manifesto del comando militare germanico. Il 23 un manifesto del commissario prefettizio invitò la popolazione «alla scrupolosa obbedienza alle disposizioni emanate dalle Autorità di occupazione»: in quel giorno, nei territori occupati dalle truppe naziste era nata la Repubblica Sociale Italiana.

Nei giorni successivi all’armistizio, man mano che gli Alleati risalivano la penisola i tedeschi svuotarono le carceri (complessivamente, nel periodo compreso tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 partirono 123 trasporti diretti verso la rete concentrazionaria nazista). Il carcere della Badia di Sulmona fu svuotato la mattina dell’8 ottobre. I detenuti politici, i partigiani jugoslavi e greci e i detenuti comuni (complessivamente 391 persone, secondo Melodia) furono condotti presso la stazione ferroviaria di Sulmona, caricati su treni merci piombati e fatti partire per il Reich.

Così Melodia ha ricordato la deportazione dei prigionieri del carcere della Badia di Sulmona.

«L’amnistia promessa ai detenuti politici si intiepidì in una blanda ‘raccomandazione’ ai prefetti, che erano ancora quelli, proconsoli di un potere del quale avevano salito qualche gradino; perciò la ‘raccomandazione’ – con l’aggiunta di un suggerimento di prudenza – fu trasmessa ai direttori delle carceri, che pur essi nel regime e per il regime avevano fatto carriera e ci s’eran lustrati i galloni.

Così i cancelli di molte galere restarono serrati o si schiusero appena appena, per venire subito dopo ancor più fortemente sprangati, a meno che non fosse intervenuta, a schiantarli, la furia del popolo.

Noi, dell’Abbazia di Sulmona, trasferitivi dalle carceri della costa più esposte agli sbarchi avversari, c’eravamo arrivati soltanto da un paio di mesi.

Di là dalle inferriate delle celle dell’ex convento benedettino trasformato in reclusorio, scorgevamo, lontano, quasi in vetta allo scosceso fianco del Monte Morrone, l’eremo microscopico dal quale – sette secoli addietro – fra Pietro Celestino Angelerio era sceso, sul dorso d’un asinello, per ricevere quella Tiara a cui avrebbe ben presto rinunziato e per la quale un prezzo altissimo avrebbe dovuto pagare poco dopo.

Il fascismo era caduto, ma il nuovo e tuttavia decrepito Governo non aveva ritenuto opportuno limitare le prerogative dei prefetti. Così i giornali uscivano con grandi spazi bianchi in mezzo alle pagine, colonne intere di stampa asportate d’autorità da una censura ingagliardita di rinnovata giovinezza.

Forse gli abitanti della cittadina adagiata nella bella valle del Gizio non lo sospettavano neppure che là, pochi chilometri a nord, ai piedi del monte sacro alle loro devote memorie, da tutta un’ala della vecchia Badia, in fondo all’ultimo chiostro, erano stati allontanati i reclusi per isolarvi un gruppetto di politici italiani, due centurie di partigiani jugoslavi e montenegrini e una trentina di ragazzi greci […]. Nessuno, perciò, venne a reclamare la nostra liberazione, nessuno si presentò ad esigere che quei cancelli venissero aperti.

Noi afferrammo le assi delle brande, ci buttammo contro le porte delle celle. I secondini si fecero smorti e gli battevano i denti, ci consegnarono le chiavi; anche il direttore si fece del color del limone, ma riuscì a recuperare un filo di fiato, telefonò al colonnello, a Sulmona, e il colonnello venne con un battaglione di fanteria ad accerchiare le carceri.

Ci fu poi l’armistizio, e il grande cancello non si aprì ancora. Noi improvvisammo dei piccoli zaini, studiammo, anche per gli altri, la topografia del Morrone e della Majella: c’era posto per partigiani, lassù.

Ma i detenuti comuni temettero che non li volessimo con noi, che ci avesse spaventato la loro proposta di aver mano libera, appena fuori, per le loro prime vendette […]; e, prima ancora dell’alba, per precederci, si avventurarono loro contro il cancello. Era un manufatto di grosse sbarre di ferro, alto, massiccio, tutto foderato di lamiera robusta: resisté. Allora (e noi, lontani, isolati, dall’altra parte dell’immensa Abbazia, ancora non sapevamo nulla) essi si lanciarono verso le scale della direzione: sarebbero entrati nell’ufficio del direttore, sarebbero saltati sulla strada da quelle finestre.

Ma avevano perso tempo nell’assalto al cancello: il direttore ormai li aspettava con un manipolo di secondini armati, dietro la porta chiusa. Appena le prime mani picchiarono ci fu una scarica: di là dalla porta sforacchiata i primi uomini caddero. Le grida di paura e di dolore eccitarono i secondini e nuove scariche bucherellarono il mortale uscio di legno.

Gli ammutinati si buttarono indietro, cercarono di fuggire; ma erano centinaia, le scale erano zeppe, quelli più in basso tardavano a invertire la marcia. Perciò l’uscio della direzione fu aperto, i secondini e il direttore mirarono facile, coi loro moschetti, dall’alto della scala, nel folto bersaglio vivente.

Ci furono cinque morti e sette o otto feriti.

Nella notte erano arrivati a Sulmona i tedeschi; due, su una motocicletta. Il primo a saperlo fu il colonnello e, prudentissimo ora, tagliò la corda, contemporaneamente ai cinquemila prigionieri del Commonwealth britannico del recinto spinato che si trovava a un tiro dall’Abbazia. Le vigne erano cariche d’uva e la popolazione accogliente e bonaria: fu agevole per gli ufficiali britannici di grado più elevato dimenticare i precisi accordi che avevano preso con noi per l’evenienza.

I tedeschi avevano udito quel fragore di spari. Ma qualcuno li rassicurò: non temessero: si trattava soltanto di un ammutinamento di carcerati.

Era intanto arrivato qualche altro gruppetto di militari germanici e un giovane medico poté sbizzarrirsi a fare l’autopsia di quei morti italiani: occorreva sventrarli per poter capire che erano veramente morti per fucilate, i molti morti del fronte non bastavano.

I tedeschi misero un’autoblinda davanti al grande cancello, entrarono nei cameroni coi mitra, urlarono che ci avrebbero fucilato tutti. Poi andarono a ringraziare il direttore per l’efficiente collaborazione, vollero, a riprova della rinnovata alleanza, la pianta dell’Abbazia: i muri erano da fortezza, le cantine asciutte e capaci, i dormitori puliti e imbiancati di recente. Per quanto riguardava i detenuti che li ingombravano, ci avrebbero pensato loro, ormai.

Noi ci eravamo preparati anche a questo, ma dopo anni di galera – a una sola, e ben scremata, minestra al giorno, e a un solo umidissimo pezzo di pane – eravamo deboli, né volevamo, i nostri compagni malati o troppo anziani, lasciarli dietro. Perciò cercammo di organizzare i gruppi, e che gli individui più forti aiutassero i deboli e gli ammalati, si caricassero dei feriti e dei morti che avremmo avuto: programma pesante per spalle debilitate da anni di reclusione e di fame.

Un pomeriggio e una notte intera passarono a scegliere i comandanti dei gruppi, a perfezionare un piano, a cercare di individuare, a priori e senza averne potuto vagliare di fatto le attitudini, gli uomini che sembravano più coraggiosi. Perché ai tedeschi piaceva assai la massiccia Abbazia, e ci avrebbero trasferito in Germania. E noi, appena fuori dal cancello, avremmo dovuto buttarci contro gli uomini armati di mitra, affinché i sopravvissuti potessero essere liberi.

Forse fu un caso, o forse qualcuno tradì, o forse agli informatori del direttore non erano sfuggiti quei nostri incontri e poi il lungo colloquio dei pochi, uno per gruppo, nella notte: certo è che i tedeschi al mattino furono dentro prestissimo e con colpi di canne dei fucili sulla schiena si affrettarono a radunarci a scaglioni distanziati nei vari chiostri, sparpagliarono accuratamente i politici fra i detenuti comuni, i pochi comandanti prescelti nella notte lontanissimi l’uno dall’altro, tutti gli altri ignari, ché non c’era stato il tempo per informarli delle decisioni.

Fummo fatti uscire a gruppetti, a piedi. Il direttore, finalmente sereno, era sul grande balcone barocco, di marmo, dal quale un tempo i priori miravano la folla dei benedettini. Accanto a lui c’erano sua moglie, i suoi figli: e ci facevano ciao ciao con le dita. Andavamo via, lontano, tutti, sotto buona scorta. Un grosso pensiero di meno.

Il grande cancello rimase aperto, ormai la prigione era vuota. Dalle casupole rannicchiate ai piedi della monumentale Abbazia visi spauriti facevano capolino: i familiari dei secondini. Che cosa avrebbero fatto i loro uomini, ora, nella grande galera vuota? Eravamo noi il loro pane.

Intanto, al minimo gesto, alla prima parola, gli uomini della Wehrmacht ci colpivano, senza la minima esitazione, col calcio dei fucili, e alla stazione fu presto pronto il merci dentro i cui vagoni avremmo compiuto il viaggio verso l’ignoto».

[Giovanni Melodia, La quarantena. Gli italiani nel Lager di Dachau, Mursia, Milano 1976, pp. 217-223].

Dopo sei giorni di viaggio, senz’acqua e senza viveri, il 13 ottobre 1943 i detenuti del carcere della Badia di Sulmona arrivarono a Dachau, la «scuola d’omicidio e di terrore delle SS».

1 Comment

  • Bell’articolo che ha il merito di riportare in luce una pagina importante, ma negletta anche dalla storiografia, dell’internamento nei lager nazisti.
    Complimenti

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