Cultura

Settembre 1943

( di Mario Setta *)

 

 Sulmona , 7 settembre- Dopo la firma dell’armistizio, ci si aspetta l’annuncio ufficiale. Secondo gli italiani, stando alle  supposizioni di Castellano,  l’annuncio avrebbe dovuto  aver luogo il 12 settembre. Invece il 7 settembre, di sera, due americani, il Gen. Taylor e il Col. Gardiner hanno un incontro con il Gen. Carboni, al quale riferiscono che l’inizio dell’aviosbarco per la difesa di Roma avrebbe avuto luogo la notte successiva, in concomitanza con la grande operazione, detta Avalanche, dello sbarco della V Armata Americana a Salerno. Carboni resta sbalordito e dice che le operazioni erano stabilite per il 12 settembre.  Il Gen. Taylor nega che vi sia stato un accordo su tale data. Si recano, a notte fonda,  a casa di Badoglio per informarlo. Badoglio chiede un rinvio al Gen. Eisenhower, che si dichiara irremovibile. Badoglio resta annichilito. E’ un diktat. Il consiglio della corona,  convocato per il pomeriggio dell’8 settembre, discute addirittura la possibilità di sconfessare la firma dell’armistizio.  Ma la vergogna sarebbe stata ancora più grave, perché gli americani avevano documentato e filmato tutto  e minacciavano di far conoscere i fatti al mondo intero.

Quella stessa sera, l’annuncio di Eisenhower e la successiva conferma di Badoglio rivelano agli italiani e al mondo intero l’accordo per l’armistizio. Per i tedeschi è l’ufficializzazione del tradimento. Per gli italiani, la speranza della sopravvivenza.

 

4. La questione del “tradimento”

Permane tuttora una specie di senso di colpa per il tradimento operato dall’ Italia nei confronti dell’ alleato tedesco. L’ occupazione e le violenze perpetrate dai tedeschi vengono addirittura, più o meno consapevolmente, legittimate come giusta punizione.

Secondo lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, la teoria del tradimento fu essenzialmente di Hitler, derivatagli dal trauma psicologico ricevuto alla notizia della caduta di Mussolini.

 La notizia del “congedo” di Mussolini, secondo la versione ufficiale di Roma, ferì tremendamente Hitler che reagì come se la caduta del dittatore alleato prefigurasse la propria.(…) Ferito com’ era, fin dal 25 luglio Hitler escogitò la tesi del tradimento italiano (14).

La questione viene ulteriormente ripresa e approfondita da Klinkhammer:

Vista dalla prospettiva odierna non è giustificata l’accusa mossa al governo italiano di aver “tradito l’alleato”. Anche se non fu fatto il tentativo di sciogliere di comune accordo l’alleanza     (il che sarebbe stato comunque inutile), l’ Italia aveva senza dubbio “il diritto di tradire” (così Giorgio  Bocca, Storia dell’ Italia partigiana, Roma-Bari 1977, pp.25 sg.). Anche Kuby  (Verrat, p. 241), Bartoli (L’Italia si arrende) e Plehwe (…) giudicano ingiustificata l’accusa. In generale si deve considerare superfluo qualsiasi tentativo di assolvere moralmente l’Italia dall’accusa di tradimento, dato il comportamento dell’alleato tedesco e in generale la criminale dinamica del regime nazionalsocialista. Anche Rudolf Lill giudica ingiusto qualificare come tradimento il doppio gioco del governo italiano dopo la caduta di Mussolini: “In quanto essi cercarono di salvare il salvabile, agirono più onestamente del governo tedesco che ha portato alla disfatta completa il paese e il popolo” (Lill, Geschichte Italiens, pp. 363 sg.).  (15).

Erich Kuby, storico e giornalista tedesco, nell’opera “Verrat auf Deutsch” , tradotta in italiano con il titolo “Il tradimento tedesco. Come il Terzo Reich portò l’Italia alla rovina” dimostra come sia stata la Germania a ingannare sistematicamente l’Italia. Dalla dichiarazione di guerra alla Polonia fino alla fine i tedeschi perseguirono i loro obiettivi infischiandosene degli italiani. Mussolini fu ingannato dal suo complesso di “fedeltà germanofila”. E, più in generale dalla vicenda del tradimento italiano nella prima guerra mondiale, che cercava di non ripetere.

Se il “malaugurato complesso di fedeltà” che egli coltivava e ostentava di fronte a Hitler , atteggiandosi per così dire a portavoce dell’intero popolo italiano, non lo avesse trasformato in un topo ipnotizzato dal serpente, il duce sarebbe stato capace di guidare l’Italia basandosi sulle proprie valutazioni politiche (15b)

Oggi non sono pochi gli storici e gli intellettuali  tedeschi che riconoscono come l’Italia abbia agito politically correct , accettando l’armistizio, quando ormai gli Alleati avevano invaso già metà dello stivale. Se anche la Germania avesse fatto lo stesso di fronte alla superiorità militare degli Alleati, si sarebbero evitati eccidi, stermini, devastazioni, che avvennero in quei successivi seicento giorni.  E’ vero, però, che  la storia non  è fatta di  “se…”, ma possono forse servire per apprenderne  la lezione.

5. Fuga, disarmo, caos

A Roma, alle quattro di mattina del giovedì 9 settembre ha luogo la riunione con Badoglio dei massimi dirigenti militari. Si decide la fuga. Verso le 5, un primo corteo di automobili imbocca la Tiburtina, unica via lasciata libera dai tedeschi. Destinazione: Pescara. Dopo quattro ore di viaggio, il re e i suoi  collaboratori arrivano a Crecchio, in provincia di Chieti, al castello dei duchi di Bovino. Badoglio si imbarca da Pescara sulla nave corvetta chiamata Baionetta, verso le 22, mentre il re e il suo seguito salgono a bordo della stessa nave dal porto di Ortona. In totale 57 persone. Ultima destinazione: Brindisi, dove sbarcheranno nel pomeriggio del 10 settembre. (16)

Nel frattempo, il comando  tedesco  lancia le parole convenzionali con le quali si pone in atto il disarmo delle truppe italiane. In pochi giorni le truppe tedesche, che contano ora circa 400 mila uomini, realizzano l’occupazione di gran parte del territorio italiano, applicando la ferrea legge del più forte.

I soldati italiani, circa 650 mila e più di 20 mila  ufficiali, vengono considerati prigionieri. Rastrellati e deportati nei campi di concentramento in Germania. Furono requisiti 1.250.000 fucili, 38.389  mitragliatrici, 9.988 cannoni, 970 carri armati, 4.553 aerei; e inoltre: munizioni, automezzi, ecc. tanto che il comandante tedesco Jodl ha potuto affermare: “Nell’ esercito tedesco tornò l’abbondanza…..E’  il solo servizio che l’Italia ci abbia reso!” (17).

 Anche gli Anglo-Americani puntavano sulla “merce” italiana. Churchill ne aveva scritto a Roosevelt già il 31 luglio: “…..io sono disposto a trattare con qualsiasi autorità italiana  che sia in grado di consegnare la merce…..”.  Rimasero a mani vuote.

L’esercito italiano fu lasciato allo sbando.

 Era stato preparato un documento, chiamato Memoria 44 OP (Ordine Pubblico),  riguardante le istruzioni in caso di conflitto con i tedeschi. Ma le disposizioni contenute nel documento non vennero attuate per mancanza di ordini precisi e per la latitanza dei più importanti capi militari fuggiti col re.

In tal modo i soldati italiani non ebbero più né capi né ordini. L’esercito si sciolse e fu il              tutti a casa. Un caos che privò gli alleati anglo-americani dell’appoggio dell’esercito italiano e favorì il disegno tedesco di bloccare e far ristagnare sul territorio italiano l’avanzata nemica.

 

Dal Libro: E si divisero il pane che non c’era” (a cura di Rosalba Borri, Maria Luisa Fabiilli, Mario Setta), nuova ediz. a cura dell’ass. “Il Sentiero della Libertà, Freedom Trail”, ed. Qualevita 2009, presentazione di Giovanni Bachelet, presidente.

( *storico)

 

 

 

 

 

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