Giovedi, 23 maggio 2019

Sacro e profano


2019/05/16 06:490 comments

 

 Sulmona, 16 maggio-Non c’è paese, non c’è frazione che, in Abruzzo (e non solo), durante la primavera o la stagione estiva, non organizzi una festa in onore del Santo patrono. Spesso con duplice programma: religioso e civile: dalla celebrazione della Messa solenne alla processione per le vie del paese e all’esibizione di qualche famoso cantante di musica leggera o di complessi bandistici. Mircea Eliade, uno dei più autorevoli storici delle religioni, ha scritto: “La prima definizione che si può dare del sacro è che esso si oppone al profano”. Rudolf Otto ne aveva data una definizione rimasta classica: “ganz andere” (totalmente altro). Ma, forse, la distinzione tra sacro e profano è più convenzionale che reale. Una tipologia che pone in rilievo, secondo Eliade, le caratteristiche delle “due situazioni esistenziali assunte dall’uomo nel corso della storia”. L’essere nel tempio e l’essere fuori dal tempio. Due modelli di vita. Spesso due modi che convivono nella stessa persona.

Se analizziamo attentamente le due dimensioni del Sacro e del Profano ci accorgiamo che ambedue sono a servizio dell’uomo. «La religione – ha scritto Feuerbach, a conclusione della sua fondamentale opera “L’essenza del Cristianesimo”-  è la prima coscienza che l’uomo ha di se stesso e appunto per questo le religioni sono sante». Che la teologia si trasformi in antropologia e che il nuovo principio di vita sia “Homo homini deus”, come voleva Feuerbach, è un ideale pressoché irrealizzabile. Anche se bello e affascinante.

Ognuno, mediante il Sacro e il Profano, tende a realizzarsi come uomo. Le preghiere rivolte al Santo o direttamente a Dio e alla Madonna sono, di norma, “petizioni” per il benessere  fisico o morale proprio o dei propri cari. Vista sotto questo profilo, la preghiera è un atto “egoistico”. E la religione “il sospiro della creatura oppressa” (Marx). Con l’offerta, spontanea e spesso cospicua,  data al comitato per la festa del patrono, il credente apre lo spiraglio al di-vertimento. “La ita è de lu Sante, la remenuta è la nostra” è un antico motto, tra i pellegrini abruzzesi. Adempiuta  la parte religiosa, comincia quella  riservata al soddisfacimento dei bisogni materiali: mangiare, bere, gozzovigliare, ubriacarsi. Una via di fuga, inconscia, che fa  superare il  senso di colpa, tipico della religione. La gente è consapevole che il denaro servirà per le spese d’illuminazione, dei fuochi d’artificio, dei cantanti e quant’altro. Ma paga volentieri il tributo in denaro a condizione che vada in onore del Santo. Spesso i devoti pretendono che la loro moneta cartacea  sia collocata e ben in vista  sulle fettucce di stoffa che ornano la statua del Santo o sugli stendardi che l’accompagnano. Dio e Denaro,  Sacro e Profano in stretto legame. Un parroco che tentasse di “modificare” o addirittura di “sopprimere” la festa, non vi riuscirebbe facilmente e incorrerebbe nelle ire dei suoi parrocchiani.

Ma una pastorale che volesse  “redimere” la festa religiosa dal paganesimo in cui è precipitata,  può fondarsi unicamente sulla eliminazione di ogni rapporto di prestazione d’opera tra sacerdote e fedeli. L’esempio c’è: la cacciata dei mercanti dal tempio (Mt.21, 12-14). Un simile comportamento condurrebbe alla negazione del ruolo del prete come “professionista del sacro”, dando risalto alla sua funzione profetica. In buona compagnia con altri profeti, come  Amos, di cui si leggono ancora oggi le dure parole, poste sulla bocca di Dio: «Io detesto, respingo le vostre feste… Lontano da me il frastuono dei tuoi canti… Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (5,21ss). Il punto d’approdo della dialettica Sacro/Profano è una nuova sintesi che, superando i termini di partenza, arrivi ad una forma di “secolarizzazione”, secondo cui «cristianizzare il mondo non significa propriamente  altro che renderlo “mondo”, cioè ricondurlo alla sua autonomia e alla sua possibilità di disporre di se stesso» (Metz).

Sul versante del Profano, c’è qualcosa di nuovo, oggi. Sta nascendo un nuovo stile. Sorgono  nuove forme di socializzazione. Non si  ha più bisogno di rivolgersi al Sacro per realizzare la dimensione ludica.  Nascono e si diffondono le sagre paesane: dalla sagra della patata a quella del fagiolo, della cicerchia, dell’aglio, della cipolla, della lenticchia, dell’uva, ecc. ecc. Nuove opportunità, che si prestano meglio a soddisfare l’Homo ludens. Non sono sintomi del declino del Sacro o della Trascendenza, né siamo di fronte ad  una scristianizzazione galoppante. E’ in atto una rivoluzione strisciante che lentamente  modifica funzioni e ruoli sociali istituzionalizzati. D’altronde, nella vita,  “gli eventi sono sempre penultimi”, diceva Bonhoeffer e le parole non sono  mai ultime.

 

Mario Setta

 

 

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