di Mario Setta
Sulmona,19 maggioTra i valori o specificità della letteratura, che Italo Calvino elenca nelle “Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio”, viene collocata per prima la leggerezza: “La ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere”.
Proprio la leggerezza, aspirazione di ogni umana esistenza, è il clima che si respira leggendo la storia-romanzata di Valentino Ceneri, “Il maestro d’ascia” (edizioni Tracce, Pescara 2011). Un clima in cui vive ed agisce il protagonista, Jesuha, e che fa da leitmotiv nei vari e contrastanti eventi biblici riferiti, ma che, soprattutto, si trasfonde nel lettore. È con questa capacità di parlare al lettore, di farlo protagonista che l’autore, teologo e psicoterapeuta, riesce a rendere “umana”, “fraterna”, la figura di Gesù di Nazareth.
“Un testo di passione laica, bordeggiante le virtù civili e la pedagogia dei sentimenti più che le urgenze religiose della fede, senza sbavature confessionali o fughe escatologiche, il prodotto di una necessità interiore che scaturisce da meditazioni di anni e di esperienze” ha scritto Giacomo D’Angelo.
Valentino Ceneri non tratta la famiglia di Nazareth alla stregua di José Saramago, che nel “Vangelo secondo Gesù”, si compiace nel descrivere il rapporto sessuale tra Maria e Giuseppe, con queste parole: “Solo un minuto, e forse neanche tanto, riposò Giuseppe sopra il corpo di Maria”.
La descrizione della famiglia di Nazareth, nel libro di Ceneri, non si discosta affatto da quella tradizionale, secondo cui la gravidanza di Myriam è opera dello Spirito Santo. Un rapporto sublimato, quello di Myriam e Joseph, esplicitato perfino dalle parole che l’autore mette sulla bocca di Joseph: “Le emozioni che mi dà l’attesa di questo figlio, che l’Angelo del sogno mi ha comandato di chiamare Jesuha, sono così appaganti che le pur belle vibrazioni dell’attrazione fisica si fondono armonicamente con esse, come il suono dell’arpa si fonde col canto di gloria” (p.157).
Tutto il libro si svolge alla luce dei rapporti “face to face”, come si direbbe oggi. Il modello “famiglia” diventa il nucleo centrale di ogni relazione, di ogni forma di pedagogia: “Con la loro famiglia sarebbe cambiato, per la prima volta nella storia umana, il modello del rapporto Padre-Madre-Bambino” (p.158).
Il tema del rapporto tra i componenti la famiglia diventa problema del rapporto tra persona e persona, etnia ed etnia: galilei e samaritani, ebrei e romani: “Uno spirito di verità avrebbe potuto evidenziare una nuova circolazione comunicativa e un nuovo assetto del potere all’interno della famiglia. PADRE-FIGLIO-SPIRITO DI VERITÀ. Ecco la soluzione: le origini e il futuro dell’uomo sono riuniti in un unico progetto: tutti figli di Dio, tutti uguali, tutti con una medesima condizione di partenza” (p. 248).
Ma anche luogo di conflittualità come nel rapporto Caino/Abele o come nel fatto di Sichem (Gen. 34) in cui i figli di Giacobbe, Simeone e Levi, per vendicare l’infamia del disonore, subìto dalla sorella Dina da parte del figlio di Camor, principe di quel paese, ordirono l’inganno di farli circoncidere con la promessa di integrarsi a loro. In tal modo, gli uomini di Camor, indeboliti dalla febbre per la ferita subita nella parte più delicata del corpo, vennero barbaramente trucidati dai figli di Giacobbe.
Le riflessioni sulle vicende storiche di Israele, i continui riferimenti alla Torah e ai testi biblici da parte di Jesuha rappresentano un’analisi, spassionata e distaccata, della psiche umana: “Era contento di aver ricostruito la genesi dell’infelicità: dall’inganno della mente di ciascun individuo si passava all’inganno di coppia, per poi arrivare all’inganno del delirio collettivo, a cominciare dai piccoli gruppi fino ad arrivare alle nazioni. In tutti questi passaggi il lievito dell’inganno originario faceva fermentare la pasta acida dell’infelicità” (p. 242)
La salvezza dell’umanità consiste(va) nel ricercare “il simbolo del divino stampato in ogni uomo”. Solo così si può raggiungere “un punto elevato di conoscenza, da cui sviluppare una relazione reciproca d’amore”. E per ottenerlo, deve cessare “il connubio tra il dominio della religione e il dominio dello stato, esercitati entrambi in nome di Dio”(p. 275). Quindi, per salvare l’umanità dalla degradazione è necessario “ricercare il codice originario dell’immagine progettuale, stampato in ogni Adam, poi, coll’eseguirla, in corso d’opera, fino ad arrivare alla somiglianza promessa”(p.284).
Il metodo? “Ridiventare bambini”.
Per Jesuha, attraverso l’esperienza del suo rapporto sereno e filiale con la madre, libero da ogni pulsione conscia o inconscia da complesso edipico, rafforzando la fede in Yawé, si giunge ad una specie di famiglia allargata: padre, madre, figlio e Padre celeste (o Madre celeste?). “Il Padre celeste come garante originario del giusto posto da assegnare ad ognuno… Una vera rivoluzione per tutti i modelli educativi presenti nel mondo” (p.311).
Questo, in estrema sintesi, il percorso che ci offre Valentino Ceneri sulle orme di Gesù di Nazareth. Indubbiamente pagine profonde, calibrate, dense di spunti. Il libro di Ceneri è un inno al Dio-Incarnato. E Jesuha non è visto tanto come personaggio storico, se non per il fatto che Gesù di Nazareth è realmente esistito sulla base di prove storiche inconfutabili, ma assume le caratteristiche del personaggio mitico. E come tutti i grandi personaggi degli antichi miti, Jesuha, “vasaio di se stesso”, trascende il tempo storico per diventare modello ideale fino alla perfetta Immagine e Somiglianza di Dio: era, è, sarà.
Resta un interrogativo lacerante a livello operativo: come tradurre in pratica un modello pedagogico, idilliaco e teorico della vita pre-pubblica di Jesuha, quando le istituzioni più rappresentative per tale scopo, come la Chiesa e lo Stato, si dimostrano così refrattarie e antitetiche all’ideale evangelico?