Attualità

Quel 23 maggio 1992, l’attentato a Giovanni Falcone ed alla sua scorta

Sulmona, 23 maggio– Ci sono giornate, date, istanti, avvenimenti, che resteranno per sempre nella memoria collettiva e nella storia d’Italia  non per felicità, gioia, allegria, ma purtroppo per dolore, morte, sofferenza, ferite italiane che mai si rimargineranno.

Sabato 23 maggio 1992 alle ore 17:57 nei presi di Capaci lungo la rete autostradale A29 il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro periscono a seguito di un grave attentato mafioso il quale fa letteralmente saltare in aria l’autostrada sulla quale il corteo blindato si trova a transitare. L’esplosione, la deflagrazione, si odono per molti chilometri. Il magistrato Giovanni Falcone da anni è impegnato in prima linea nella lotta contro cosa nostra temibile, spietata organizzazione mafiosa. Egli è uno dei protagonisti del Maxi Processo a Cosa Nostra il quale vedrà sfilare sul banco degli imputato 444 esponenti della mafia siciliana, che per decenni terrorizzeranno la Sicilia.

Nel 1988 Giovanni Falcone scampa ad un primo tentativo d’attentato con la bomba collocata all’Addaura nel giugno del 1989, con l’ordigno collocato nella spiaggia antistante la villa affiatata dal magistrato sulla costa palermitana. Giovanni Falcone attende i colleghi svizzeri per un’inchiesta giudiziaria che lo vede ancora impegnato in prima linea. La strage di Capaci del maggio del 1992 presenterebbe ancora oggi a distanza di ventotto anni ombre, misteri, enigmi mai chiariti. Molte ancora le domande prive di risposta. Si è argomentato di eventuali mandanti occulti legati alla strage di Capaci. Giovanni Falcone, è esempio di professionalità, coraggio, spirito di sacrificio, assieme agli uomini della scorta e delle forze dell’ordine impegnati in prima linea senza sosta. Il 1992 è altro anno terribile; il 19 luglio dello steso anno a cadere il via D’Amelio sarà il magistrato Paolo Borsellino collega ed amico di Giovanni Falcone, insieme agli agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Cosina, i quali non hanno via di scampo. Più volte si chiede e giustamente si pretende che le automobili in via D’Amelio non vengano più parcheggiate, ma nulla cambierà. “Vite blindate” come sono state sempre definite quelle dei magistrati e delle loro famiglie impegnati in prima linea nella lotta contro Cosa Nostra; la vita di Giovanni Falcone, come quella di Paolo Borsellino, di altri magistrati e colleghi delle forse dell’ordine, è stata sempre in prima linea, vissuta con coraggio, spirito di sacrifico, abnegazione. In questo triste anniversario della strage di Capaci desidero rimembrare altri caduti in servizio nella magistratura e nelle forze dell’ordine, colleghi che hanno lavorato con il pool Anti Mafia, voluto e fondato dal Giudice Antonio Caponnetto, che giunge a Palermo al posto del giudice Rocco Chinnici caduto anch’esso in un attentato mafioso assieme ai due carabinieri di scorta e al portiere del palazzo nel quale abita.

Antonio Cassarà detto Ninni dirigente della polizia, Roberto Antiochia collega di Cassarà cadono il sei agosto 1985 in Viale della Croce Rossa a Palermo, il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il Capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo, il tenente Colonnello Giuseppe Russo uno degli uomini di fiducia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro, l’agente di scorta Domenico Russo, il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, Giuseppe Montana capo della squadra mobile di Palermo, che indaga con Cassarà ed Antiochia sui clan mafiosi della Sicilia. Questi sono solo alcuni dei nominativi dei caduti in servizio nell’adempimento del dovere, morti per difendere i valori della legalità, i principi espressi ed impliciti consacrati nella Costituzione Italiana. Rappresentano un mosaico di preziosa, fondamentale, indelebile identità italiana. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, per precauzione vengono trasferiti con le loro famiglie sull’isola dell’Asinara per terminare l’istruttoria del Maxi Processo a Cosa Nostra. Ricordarli tutti indistintamente credo significhi renderli immortali. Sabato 23 maggio 1992 è altra giornata di dolore, angoscia, sgomento, morte. Giovanni Falcone è uno degli esempi, dei piedritti italiani che si dovranno sempre ricordare con affetto, gratitudine, memoria indelebile.

Andrea Pantaleo

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