Venerdi, 10 novembre 2017

Pratola Peligna: villa Comunale finalmente intitolata alla Brigata Maiella


2016/04/05 12:022 comments

brigata maiella

Il 9 aprile 2016 la Villa Comunale di Pratola Peligna sarà finalmente intitolata alla Brigata Maiella: un doveroso riconoscimento, anche se tardivo, all’unica formazione della Resistenza italiana la cui bandiera è decorata di Medaglia d’oro al Valor Militare. E non solo. Sarà anche un doveroso omaggio alla memoria dei 108 antifascisti Pratolani che, dopo la liberazione della Valle Peligna (13 giugno 1944), decisero di continuare a combattere la soldataglia tedesca e i suoi servitori fascisti arruolandosi nei reparti della formazione partigiana abruzzese.

Se – come ha ricordato Gilberto Malvestuto (comandante della sezione mitraglieri della compagnia pesante mista) – furono circa 400 i partigiani della Brigata che «provenivano da Sulmona e dalle zone limitrofe», Pratola, con i suoi 108 combattenti, è stato senza dubbio uno dei comuni della Valle Peligna che, in proporzione al numero degli abitanti, diede il maggior numero di uomini (di questo si parlerà in uno studio di Vincenzo Pizzoferrato di prossima pubblicazione).

Durante il suo «primo ciclo», da Casoli alla Valle Peligna, la Brigata abruzzese aveva combattuto alle dipendenze del 5°corpo inglese dell’VIII armata britannica. Ai soli effetti amministrativi, nel gennaio 1944 era stata inquadrata nelle forze armate italiane, divenendo reparto della 209ª divisione di fanteria. Aveva però conservato l’autonomia delle origini (soprattutto per questioni attinenti al reclutamento, all’organizzazione interna e alla disciplina), la pregiudiziale politica antimonarchica e l’ispirazione repubblicana e democratica. «Questa ferma presa di posizione», ha ricordato Nicola Troilo, «non fu evidentemente dettata da una ostilità verso il Regio esercito, ma dalla ostilità verso le istituzioni monarchiche. I tempi non erano certo i più propizi all’impostazione di questioni istituzionali che sarebbero state esaminate in epoche migliori: la liberazione del Paese era l’unico obiettivo cui allora si dovesse tendere superando ogni diversità di concezioni politiche. Si chiese perciò l’onore e il privilegio di continuare a combattere ma di conservare la propria libertà di ispirazione e di azione; si chiese di non snaturare il carattere di movimento popolare che aveva rivestito la formazione dei nuclei partigiani, che si ritenevano – senza vanterie ma senza false modestie – gli alfieri di un’Italia nuova e antifascista e che avevano acquistato, con il proprio sangue, il diritto di combattere per le proprie idee» (Nicola Troilo, Storia della Brigata Maiella). Niente stellette dunque, né alcun altro segno distintivo delle forze armate italiane monarchiche: solo un nastrino tricolore ai lati del bavero e una speciale tessera di riconoscimento.

Dopo la liberazione della Valle Peligna, la Brigata lasciò il 5° corpo inglese per passare alle dipendenze del 2° corpo polacco, con il maggiore Wilhelm Lewicki quale ufficiale di collegamento e, di fatto, comandante militare della Maiella; sul piano amministrativo transitò dal 515° al 522° reggimento di fanteria, sempre facente parte della 209ª divisione costiera. In questo «secondo ciclo» ai maiellini spettò il compito di avanzare sul versante interno del fronte adriatico insieme ai polacchi (alla loro destra) e agli uomini del Corpo italiano di liberazione (alla loro sinistra). Dopo la liberazione di Pesaro (2 settembre 1944), e dopo ben dieci mesi ininterrotti di prima linea, alla formazione abruzzese fu concesso un periodo di riposo a Recanati.

A Recanati s’impose la necessità di un potenziamento dell’organico. Fu perciò lanciata una vasta campagna di arruolamento in Abruzzo. Spettò a Vittorio Travaglini, responsabile dei servizi e dell’amministrazione, il compito di selezionare i nuovi volontari. Gian Domenico Rosatone – che fin dall’estate del 1943 aveva comandato un gruppo partigiano denominato Garibaldi operante nel circondario di Prezza e nei paesi vicini (Scanno, Campo di Fano, Bisegna, Torre de’Nolfi, Ortona dei Marsi) – ha ricordato così alcune fasi di questo reclutamento: «dopo l’adunata dei più volenterosi gregari già inquadrati nelle nostre Bande, dopo l’accordo preso con l’aiutante maggiore Travaglini in Pratola Peligna, e l’ultimo incontro con gli altri comandanti di bande locali, lunedì 18 settembre 1944 stabilimmo di convocarci a Sulmona per il primo mattino del giorno successivo. Infatti alle ore 7 del martedì 19 settembre, nel centro della Villa Comunale di Sulmona, ci fu l’appello di tutti coloro che erano risoluti di riprendere l’azione» (Gian Domenico Rosatone, Majella eroica,). Con le parole di Nicola Troilo: «Travaglini si recò per tre volte in Abruzzo allo scopo di reclutare nuovi volontari: l’invito a combattere fu anche questa volta accolto dagli abruzzesi con tale entusiasmo che, qualora i Comandi Superiori l’avessero consentito, la Maiella avrebbe potuto in pochi giorni inquadrare alcune migliaia di unità. Si contenne invece l’effettivo nei limiti precisati dal piano portando quindi la forza della Maiella a circa 1.000 uomini» (Nicola Troilo, Storia della Brigata Maiella 1943-1945).

A Recanati ebbe così inizio il terzo ed ultimo ciclo di attività della Brigata Maiella. Al maggiore Lewicki, che aveva seguito la Brigata da Sulmona a Pesaro, subentrò quale ufficiale di collegamento con il 2° corpo polacco il maggiore Józef Kopeć. Sul piano amministrativo la Maiella passo dalla 209ª divisione alle dipendenze della 228ª divisione di fanteria, comandata dal giovane generale Attilio Tomaselli, che prese subito in simpatia la Maiella gloriandosi di averla tra i propri reparti. La Brigata fu divisa non più in plotoni ma in compagnie: una di comando, quattro di fanteria e una pesante mista, cui presto se aggiunse un’altra di complementi. Al pratolano Gino Tedeschi fu assegnato il comando della prima compagnia fanteria.

La notte del 20 novembre 1944 la Brigata Maiella tornò di nuovo in linea distinguendosi per eroismo. In Romagna occupò d’assalto Monte Castellaccio, Pietramore, Monte Ceparano, Bicocca, Brisighella, Monte Mauro e Monte della Volpe, tutti posti su terreni minati, fortemente presidiati e logisticamente impervi. Nell’avanzata verso il fiume Senio, la posizione di Monte Mauro era stata giudicata addirittura «impossibile». Finché il 13 dicembre 1944 il vice comandante Domenico Troilo si offrì di scalare il monte frontalmente, rinunciando all’appoggio dell’artiglieria, riuscendo a cogliere i tedeschi di sorpresa: una scelta che aveva già compiuto a Brisighella, salvando così l’abitato e la popolazione dalla distruzione certa. La manovra, veloce e silenziosa, fu ineccepibile e costrinse i difensori alla resa. Gli ufficiali tedeschi, dopo la battaglia, vollero addirittura stringere la mano agli uomini che li avevano sconfitti. Gli ultimi combattimenti videro la Brigata Maiella impegnata da Faenza a Bologna. Lungo la via Emilia i partigiani abruzzesi giunsero ad Imola, occuparono Castel San Pietro, Ozzano Emilia e superarono il fiume Indice. All’alba del 21 aprile 1945 la Brigata Maiella fu tra le primissime formazioni liberatrici ad entrare a Bologna. Alcuni plotoni proseguirono fino ad Asiago, che liberano il primo maggio 1945.

La Brigata Maiella raggiunse l’organico massimo di 1.326 unità. Fu sempre lasciata in condizione di inferiorità numerica e di equipaggiamento rispetto alle altre unità alleate e italiane. Alla fine del conflitto contò 56 caduti, 19 prigionieri e 151 feriti. Venti mesi quasi ininterrotti di combattimento ne fanno la formazione partigiana con il più lungo ciclo operativo.

Edoardo Puglielli

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2 Comments

  • Ezio Pelino

    Ottimo, documentato articolo.
    Mi permetto solo di fare una precisazione. I combattenti della Brigata Maiella non si possono chiamare partigiani. Sono soldati volontari in divisa che militano in un esercito organizzato gerarchicamente che combatte il nemico sulla linea del fronte.
    Il partigiano è un combattente che non appartiene ad un esercito organizzato, non ha il nemico di fronte. Partecipa ad un movimento di resistenza, che solitamente si organizza in bande o gruppi, per colpire con il metodo del “mordi e fuggi” un esercito regolare, ingaggiando una guerra asimmetrica.

  • Andrea Pantaleo

    Innanzitutto congratulazioni per l’articolo del Pregiatissimo Edoardo Puglielli. Se posso permettermi vorrei fare una precisazione storico giuridica senza mancare di rispetto a nessuno. Mi permetto di asserire che non dobbiamo porre in essere equivoci. In primis La Brigata Maiella nasce a Sulmona ed è stata l’unica formazione a essere inquadrata nei reparti militari al fine di rispettare la convenzione dell’Aia del 1907 che, nella sezione I dei belligeranti, Capitolo I della qualità di belligerante, disciplina con norme cogenti non derogabili i corpi di volontari e le milizie elencandone tutti i requisiti che devono avere al fine di essere nella liceità delle leggi ed usi di guerra. In secundis a Casoli non si può assolutamente parlare di Brigata Maiella bensì di bande partigiane non confacenti alla normativa ut supra menzionata in scritto di commento, quindi non aventi i requisiti per poter entrare nelle ostilità in quanto semplici civili in armi. Per un ulteriore precisazione espongo la parte della Convenzione dell’Aia del 1907, al fine di essere più chiaro: sezione I dei Belligeranti capitolo I della qualità di belligerante articolo n.1 Le leggi, i diritti e i doveri della guerra non si applicano soltanto all’esercito, ma anche alle milizie e ai corpi di volontari che riuniscano le seguenti condizioni: 1° di avere alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati; 2° di avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; 3° di portare le armi apertamente e 4° di conformarsi nelle loro operazioni alle leggi e agli usi della guerra. Nei paesi dove le milizie o dei corpi volontari costituiscono l’esercito o ne fanno parte, essi sono compresi sotto il nome di esercito. Aggiungo infine che, se i civili compiono azioni di prima linea contro reparti militari regolari, scatta l’articolo n.50 della convenzione dell’Aia del 1907 che dispone quanto segue: Nessuna pena collettiva, pecuniaria o altra, potrà essere decretata contro un’intera popolazione a cagione di fatti individuali, di cui essa non potesse essere considerata come solidariamente responsabile. Questa è una delle normativa che autorizza la rappresaglia nei casi stabiliti dalle leggi militari di guerra. Se i civili compiono azioni militari vietate contro militari quest’ultimi applicano come pena la rappresaglia non punibile ai sensi e per gli effetti dell’Articolo n.176 del Codice Penale Militare di Guerra; ossequi.

    Andrea Pantaleo

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