Editoriale

Luglio,tempo dell’uomo, tempo della storia

Sulmona, 15 luglio – Se la storia, con l’arrivo di questo strano governo, sembra malridotta, i fatti storici restano imperterriti, contro tutto e nonostante tutto. Perché avvenuti, esistiti. Purtroppo non sono mai mancati insegnanti e presidi che hanno ignorato la storia. “Che cosa è successo l’8 settembre 1943? Non so niente.” è stata la domanda di un preside ex-insegnante di educazione fisica, come l’attuale ministro della Pubblica Istruzione.

Tuttavia, ci sono tempi “forti” che invitano più facilmente a ripensare il passato. Il mese di luglio, ad esempio, offre interessanti occasioni per sfogliare pagine di storia recente. Dalla storia americana con la Dichiarazione d’indipendenza (2 luglio 1776) alla rivoluzione francese con l’assalto alla Bastiglia (14 luglio 1789) e alla “grande paura”. Nel secolo appena trascorso, luglio 1936,  l’inizio di una delle più grandi tragedie di un popolo: la guerra civile spagnola. Un milione di morti.

Ad oltre ottant’anni da quel “carnaio” e dal quel “cimitero”, come la definisce Bernanos ne I grandi cimiteri sotto la luna, la lezione spagnola risulta ancora “rimossa”, interpretata secondo le diverse concezioni politiche. In realtà è stato il momento più alto dello scontro tra democrazia e dittatura, tra la difesa della legge e la violenza del potere, tra la libertà e la schiavitù.

“Nella guerra di Spagna – ha scritto Salvemini – la patria fascista e la patria antifascista erano divise non da una frontiera territoriale ma da una frontiera ideale”.

Oggi sembra che le commemorazioni abbiano preso il posto della storia. Per ogni evento del passato, per ogni personaggio storico di cui ricorre la scomparsa, si traccia qualche  rapido profilo e tutto finisce alla svelta. Poche parole in televisione.  Forse così si pensa di saldare il conto con la storia. Ma “il tempo umano sarà sempre ribelle” ha sentenziato un grande storico, Marc Bloch. Che, tuttavia,  scrivendo la sua “Apologia della storia”,  ricorre all’aggettivo “divertente” nei confronti di questa scienza, “destinata ad aiutarci a vivere meglio e a lavorare a vantaggio dell’uomo, in quanto essa ha per oggetto l’uomo stesso e i suoi atti”. E proprio lui, grande storico e cofondatore in Francia della rivista “Annales”, subisce la vendetta della storia: fucilato dai tedeschi il 16 giugno 1944.

Sia che il cammino dell’uomo si svolga secondo una linea retta o secondo altre linee geometriche, riflettere sul passato significa migliorare il presente. Il tempo dell’uomo non è mai una mera ripetizione. È sempre una novità, uguale o diversa dalle altre, anche se all’entrata del lager di Auschwitz è riportata la frase di George Santayana: The one who does not remember history is bound tolive through it again”, che invita alla memoria di quanto accaduto perché non si ripeta. La storia non sono solo i fatti, ma l’interpretazione. “Comprendere e non giudicare” affermava Marc Bloch. E la comprensione rientra nella sfera del pensiero. Solo il pensiero, la “res cogitans”, descritta da Cartesio, eleva la dignità umana. Tra storia e memoria è proprio quest’ultima che gioca la carta del futuro. L’uomo che diviene tende al miglioramento, a quell’oltre-uomo, immaginato da Nietzsche.

Il 25 luglio 1943, Mussolini, che aveva appoggiato Francisco Franco, sette anni prima, per eliminare il governo repubblicano spagnolo, legittimamente eletto, sarà stritolato dal meccanismo perverso della guerra. Aveva detto, in Senato il 12 maggio 1928, una frase che lo caratterizzava come capo assoluto: “L’unanimità più uno”, senza capire che gli uomini non sono macchine, né bestie da governare.

Il 19 luglio, a Feltre, incontrando Hitler, ascolta la notizia del bombardamento su Roma. Un bombardamento, con migliaia di morti e feriti, la classica ultima goccia  per accelerare la caduta del fascismo. In quell’occasione Pio XII era uscito dal Palazzo Apostolico in Vaticano per recarsi nella zona colpita dal bombardamento: San Lorenzo. Il sangue dei morti aveva imbrattato la veste bianca del Papa. Ma quel gesto diventerà il segno dei tempi nuovi, secondo le parole dell’Apocalisse: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché  il cielo e la terra di prima erano scomparsi…” (21,1).

Un vescovo, Ferdinando Baldelli,  che aveva sollecitato e insistito perché  il papa si recasse  tra i morti di San Lorenzo, tornava annualmente in quel luogo, pellegrino di pace.  Il 19 luglio 1963, a vent’anni di distanza da quel tragico bombardamento, dopo aver celebrato la Messa per i defunti e invocato la pace tra i viventi, Baldelli moriva, d’infarto. E, giovane venticinquenne,  ero solo con lui, gettato in una storia che mi coinvolgeva personalmente.

Pochi giorni prima era morto Giovanni XXIII, l’amico dei poveri e dei diseredati, il papa della “Pacem in terris”.

Mario Setta

 

 

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