Cultura

L’odio della Chiesa

 

( di Mario Setta)

 

Sulmona, 18 novembre- Premessa: mi piacerebbe che questo articolo, sincero e vero, potesse arrivare a papa Francesco, col quale sono coetaneo e al quale vorrei far conoscere la mia testimonianza di prete sospeso a divinisParlare di odio della Chiesa sembra un paradosso, perché la Chiesa per sua natura è stata fondata sui principi evangelici dell’amore. Proprio per questi motivi, l’odio della Chiesa è la contraddizione per eccellenza. Un odio a livello individuale, come  nel mio caso, ma anche a livello sistematico, come la punizione derivante dall’art. 5 del  Concordato del 1929 inserito nella Costituzione Italiana, entrata in vigore nel 1948. Non nego che la Chiesa abbia e promuova grandi iniziative caritative. Personalmente sono stato a contatto con un vescovo fondatore della Pontificia Opera di Assistenza, trovandomi  presente al triste momento della sua morte, ed ho conosciuto personalità di grande rigore morale. Tra l’altro, da giovane sono stato amico di collegio di don Tonino Bello, un  vescovo povero, intelligente, umile.

Ho raccontato la mia vita in  una autobiografia dal titoloIl volto scoperto“, concludendo il mio 75ᵒ compleanno. Ora, avviato all’84ᵒ anno, la stessa età di papa Francesco, con questo articolo, intendo soffermarmi sulle ingiustizie e le sevizie subite. Dichiaro innanzitutto che io ho amato la Chiesa, scegliendo da ragazzo di entrare in seminario. Da prete, a Roma, mi sono occupato dell’assistenza e promozione sociale della categoria degli operai edili. Per loro ho creato una casa di ospitalità per pendolari. Ho combattuto con i sindacati per i diritti e l’elevazione sociale dei lavoratori.
Nelle lotte dei lavoratori delle fabbriche, con altri due amici preti, abbiamo solidarizzato contro lo sfruttamento e la repressione da parte di datori di lavoro, disumani e bestiali. Avevamo creato, col titolo di laurea statale, una scuola serale gratuita per operai, in linea con l’esperienza della Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana, creata da don Milani, che qualcuno di noi conosceva personalmente. Dopo circa cinque anni di una simile azione pastorale, il vescovo usa il suo potere per punirci. Pasqualino, l’amico prete, parroco a Pettorano, è obbligato a lasciare la parrocchia.

A me dà l’obbligo di restarvi, togliendomi il contributo statale della congrua, allora la mensilità economica per i preti, nominando un altro parroco, che non sarà mai presente. Vi resto ancora per tre anni, aiutato e sfamato dai miei familiari e dalla gente. Solo alla vigilia del mio allontanamento, l‘amministratore diocesano mi porta una busta di plastica piena di denaro liquido, dicendomi che si trattava della somma delle congrue accumulate in quegli anni. Resto sconcertato, impietrito e rispondo decisamente di rifiutare quell’elemosina, ingiustamente accumulata dalla Curia vescovile.
Con i vari vescovi con i quali ho avuto rapporti di servizio mi è andata sempre male. Il primo, Francesco Amadio, dopo la nomina a parroco, mi impone di tenere chiusa la casa parrocchiale. Cosa che non feci ed entrammo subito in contrasto. Periodicamente mi inviava lettere -raccomandate –  di richiamo e di rimprovero per l’attività pastorale.

Ho celebrato la mia ultima Messa il 7 aprile 1979. Di pomeriggio. Era il sabato precedente la Domenica delle Palme. Avevo quarantatré anni. Quella domenica non ci furono i bambini a gridare “Osanna” con le palme d’ulivo tra le mani. Arrivarono i carabinieri, sul sagrato della chiesa, perché il nuovo prete potesse celebrare la Messa, in pace. Si temeva qualche sommossa dei parrocchiani.Non ero presente. La sera del sabato ero tornato dai miei genitori, perché avevo trovato la porta della casa parrocchiale sprangata.

Si chiudeva così un periodo di nove anni, vissuto in una parrocchia nei dintorni di Sulmona. Piccole frazioni sotto il Morrone: Badia, Fonte d’Amore, Case Lupi, San Pietro, Bagnaturo. Non si chiudeva solo la mia esperienza di parroco.Si chiudeva definitivamente la mia vita di prete.
Da allora, sono passati quasi quaranta anni. Sto correndo verso gli 84 e riprendo il discorso lasciato 9 anni fa, all’età di 75 anni, quando ho scritto “Il volto scoperto“. Desiderio di raccontare e integrare ciò che ho già scritto: la mia duplice vita, clericale e laica, ma anche voglia di fare chiarezza a me stesso. Un esame in pubblico. La mia risposta di “presente” alla chiamata della mia amica morte. Amica perché mi è capitato di incontrarla, munita di rivoltella, il 9 maggio 1974, durante l’evasione di Horst Fantazzini.

Oggi a 50 anni di distanza  dalla prima volta che venni a Sulmona, posso dire che questa città mi ha massacrato e resuscitato, schiacciato e sublimato,  ispirandomi la stesura del libroHOMO, Elogio di Eva, una critica poetico-teologica al dogma del peccato originale. Una città che mi ha permesso ricerche storiche straordinarie, pubblicate nel libro “E si divisero il pane che non c’era”, o quelle sul Campo 78, il campo di prigionia per gli  alleati, o anche quelle sulle fughe dei prigionieri, centrate sul sentiero della libertà, come quella di Carlo Azeglio Ciampi, divenuto poi Presidente della Repubblica Italiana. Una ricerca, che ha dato il via alla Marcia internazionale Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail.

Nell’allontanarmi, il 7 aprile 1979, avevo indirizzato una lettera ai parrocchiani, in cui scrivevo: «Tra voi ho vissuto situazioni drammatiche, che hanno lasciato segni incancellabili nella mia vita, hanno scavato profondamente il mio cuore.  Ma ho imparato ad avere fiducia negli uomini, in ogni uomo. Non esistono nemici, perché i nemici ce li creiamo noi. Gli altri sono sempre possibili amici o fratelli da comprendere. Ho imparato che la fede deve essere vissuta e incarnata in se stessi, non ridotta a bagaglio di parole, che si può lasciare dovunque si vuole, senza mai rimetterci del proprio. E credere significa essere liberi: liberi dalle certezze, liberi dal denaro, liberi dalle sicurezze, liberi da ogni dogmatismo ideologico. La più grande lacerazione che ho vissuto in questi anni è stata la ricerca di una risposta al dilemma che mi dilaniava: o la gente o l’istituzione. Ho scelto la gente. Scelgo voi: gli uomini che lavorano, che si sacrificano, che vivono la precarietà della giornata.

Con mio profondo rammarico ho  constatato  quanto l’organizzazione ecclesiastica sia lontana dal popolo, spesso strumento di oppressione. Non odio gli uomini dell’istituzione: non odio il vescovo, non odio i preti. Li amo. Sono  miei   fratelli. Sono vostri  fratelli che vivono, inconsapevolmente, sulla propria carne, una grande tragedia: nello stesso tempo vittime e carnefici, oppressi e oppressori. Credevo e mi sforzavo di fare della casa del prete la casa di tutti, della mia vita di prete una vita per gli altri. Mi avevano insegnato che il prete era chiamato a diventare un “uomo-mangiato”, divorato dagli altri, secondo la definizione di un  santo sacerdote, padre Chevrier. In pratica ho constatato  il  contrario: è il prete che divora gli altri. Forse sarò stato un ingenuo, un illuso. Non me ne pento. Continuerò ad esserlo. Continuerò a credere nell’Amore Universale, come legge fondamentale dei rapporti tra gli uomini. Continuerò a lottare per una società più giusta, più fraterna, convinto come sono che la vita abbia senso solo se donata»  (da “Il volto scoperto“).

Nei tre anni da supplente senza congrua  ho continuato i miei studi iniziati alla Pontificia Università Gregoriana e proseguiti alla Università di Urbino, conseguendo la laurea in Sociologia e in Filosofia. Accettai la candidatura come esterno nelle liste del PCI comunali. All’accettazione il vescovo risponde con la “sospensione a divinis”. Fui eletto consigliere, ma vi rimasi solo due anni. Cercai di partecipare e vincere ai concorsi per l’insegnamento scolastico, ma non  mi  venne  assegnata la cattedra, perché penalizzato dall’art. 5  del Concordato, essendo incorso nella sanzione canonica di “sospensione a divinis”. Quindi, niente lavoro. Sono costretto ad emigrare in Germania, a Stuttgart. Amici italiani emigranti mi dicono che al Consolato italiano cercano un italiano laureato. Vado, parlo e vengo interrogato dal direttore che mi assume immediatamente. Vi passo alcuni mesi. Torno in Italia, accompagnando un gruppo di ragazzini che studiavano in un collegio italiano. In quel periodo  venivo convocato dai presidi in Italia per supplenze. Entrai di ruolo nella scuola, per vincita di concorso alle Superiori, nel 1985. Era stata appena abolita la norma dell’art.5 del vecchio Concordato del 1929. Infatti, il 18 febbraio 1984 veniva firmato il secondo Concordato, che riprendeva e correggeva quello dell’11 febbraio 1929 tra Chiesa e Stato, inserito e approvato integralmente  come art. 7 nella nuova Costituzione Repubblicana.  Firmavano, a Villa Madama, per lo Stato italiano Bettino Craxi e per la Chiesa il cardinale Agostino Casaroli. In un discorso del 20 marzo 1985, per la ratifica degli accordi, Craxi auspicava “il superamento della dimensione concordataria”, precisando che la riforma attuata dal suo governo doveva considerarsi come “revisione-processo”. Una linea politica morta e sotterrata.

Da allora non solo sono stato libero, ma mi sono sentito finalmente libero. Libero di raccontare le mie vicende personali, libero di impegnarmi a svolgere con entusiasmo e competenza la mia professione di insegnante. Libero di fronte alle nuove esperienze esistenziali. Anche quelle nei rapporti con l’altro sesso. In Germania, con alcuni amici abbiamo visitato la “drei farben haus” , una casa per prostitute. Scenario avvilente. Libero,  soprattutto, di studiare la Chiesa come tale; la sua organizzazione, la sua teologia, la sua dogmatica. L’odio della Chiesa è un odio atavico, senza nemmeno che lo si riconosca come tale. A dire il vero, a me le conseguenze dell’odio della Chiesa sono state leggere, sopportabili. Ben diversamente alle innumerevoli persone condannate, torturate e uccise dall’odio della Chiesa. Esiste una lunga lista di perseguitati e annientati dalla Chiesa: la repressione operata dall’Inquisizione e le continue soffocazioni nei confronti delle numerose persone che hanno agito di testa propria per affermare la Verità. Una lunga schiera: Jan Hus, sacerdote, viene  bruciato vivo all’età di 44 anni, nel 1415. Una serie mai discontinua con l’elenco di sacerdoti  considerai apostati, eretici, atei, ma che hanno offerto un contributo di lacrime e sangue per l’elevazione civile e morale dell’umanità: da Abelardo ad Arnaldo da Brescia, da Gioacchino da Fiore a fra Dolcino, da Serveto a Grozio, da Giordano Bruno a Tommaso Campanella, da Meslier a Morelly, da Condillac a Sieyés, da Galiani a Giannone, da Lamennais a Renan e Loisy, da Ottavio Colecchi a Bertrando Spaventa, da Vincenzo Gioberti a Tazzoli,  da Antonio  Rosmini a Roberto Ardigò, da Giorgio Asproni a Romolo Murri ed Ernesto Buonaiuti fino ai più recenti Giovanni Franzoni, Lorenzo Milani, Enzo Mazzi, Hans Küng, Paul Gauthier, e ultimamente Eugen Drewermann, prete cattolico, scomunicato e psicanalista, che nel libro “Funzionari di Dio” scrive: “Senza esitare si può affermare che la Chiesa cattolica è il sistema che ha portato avanti ed ha aumentato l’alienazione psichica dei suoi membri più coerentemente, più a lungo e con più esperienza di qualsiasi altro sistema apparso nella storia d’Europa”. In realtà, la Chiesa si è configurata come un’organizzazione a base commerciale-economica, fondata sul principio del compra-vendita. Si acquistano clienti e si vendono sacramenti.

Con questa visione si è creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, mediante i sacramenti, tradendo in questo modo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. La struttura ideologica della Chiesa non è altro che il tradimento di Cristo, fondatore del Cristianesimo. E per Gesù Cristo il suo messaggio è rivolto a tutti. Non ad una Chiesa, ma all’Umanità. Alla ricerca di un incipit  non ci si può che trovare davanti all’incipit per antonomasia,  il primo libro della Bibbia, la Genesi. Tutto inizia con l’interpretazione del mito del peccato originale. La Chiesa si è fatta unica interprete e sovrana della Verità espressa dalla Bibbia. Anche se la Bibbia non è altro che una storia scritta da uomini per gli uomini. Non è scritta da Dio, ma da uomini. Ed è così che va interpretata. Come una favola. Un mito, tramandato  nei secoli e millenni. Secondo il primo libro della Bibbia, la Genesi, i nostri progenitori, Adamo ed Eva,  avrebbero commesso disobbedienza, andando contro la proibizione del Creatore. In realtà, quella disobbedienza non è che il desiderio,  la volontà di conoscere. Tensione verso la conoscenza che avviene su sollecitazione del serpente, metafora della conoscenza. Il serpente è una figura antichissima dal significato enigmatico. Compare spesso anche in altri miti. A Delfi, in Grecia, fondata da Zeus, perché ritenuta il centro (ònfalo=ombelico) del mondo, vi si era nascosta la dea Terra (Ghé),  protetta dal figlio, il serpente Pitone. Ad Atene, sul Partenone, la statua di Pallade, scolpita da Fidia, aveva come simbolo di protezione un serpente nello scudo. Nell’India dei Veda il dio Indra aveva la missione di uccidere Vrtra, un mostro in forma di serpente, che ostacolava il progresso umano. Il gesto di Eva è in linea con la sua natura: l’affermazione della individualità umana. Nel momento della trasgressione all’ordine di un Dio-Padrone, Eva inizia la grande liberazione dalla sudditanza nei confronti della Divinità. Ribellandosi, la coppia Eva-Adamo si incammina verso la realizzazione umana completa, conformandosi all’immagine stessa di Dio: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male” (Gen. 3, 21). Erich Fromm scrive: “Questo primo atto di disobbedienza è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana… Non un peccato, quindi, ma il primo atto di liberazione…”.   “È molto significativo – continua Fromm – che la Bibbia non definisca mai peccato l’atto di Adamo”. (Voi sarete come Dei, Ubaldini, Roma 1970).

La tematica del peccato originale è completamente assente nei Vangeli. Cristo non è venuto per liberarci dalla colpa del peccato originale, ma per insegnarci e dimostrarci l’Amore. Non è venuto per redimerci da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo- Uomo esemplare, modello universale di HOMO:  “Homo Homini Deus”.

È un santo, Agostino, che sviluppa la concezione del peccato originale in maniera categorica tanto da diventare dogmatica, in  quanto colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Se c’è stata una colpa, la disobbedienza all’ordine di Dio, c’è anche la pena inferta sempre da Dio. Per Agostino  la pena del peccato originale consiste nella concupiscenza, la libido, un retaggio pressoché impossibile da dominare. La libido non è  solo degli uomini, ma anche degli animali, al  momento del congiungimento maschio-femmina. Non può che essere strano, irrazionale che Dio abbia voluto punire alla stessa maniera uomini e animali, maschi e femmine. Agostino resta legato alla concezione maschilista del rapporto sessuale. All’età di diciotto anni, rende gravida una donna che, nel 372, dà alla luce un figlio, chiamato Adeodato. Donna che resterà sempre sconosciuta. Agostino non si sofferma a parlare di sessualità femminile, di orgasmo, come se la donna fosse solo l’oggetto di piacere per l’uomo, tanto da affermare: “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo” (De Civitate Dei, XIV,16).  Voltaire, principale esponente dell’illuminismo, parla del peccato originale come di una “strana fantasia, degna della  testa calda e romanzesca di un africano peccatore pentito…che passò la vita a contraddire se stesso”. Agostino, nella sua opera autobiografica, “Le confessioni”, non cita mai i nomi delle sue donne. Un  misogino, anche se dichiarato santo e dottore della Chiesa. Se la colpa è la disobbedienza, la pena veramente grave, illogica, disumana, spietata  è la condanna all’inferno per coloro che non ricevono il Battesimo. Persino per i  bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita, secondo le parole di Agostino che  non permettono dubbi: “Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte” (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).

Contro la tesi di Agostino, già allora, si schierò il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Nel 417 il papa Zosimo si dichiara favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta condividendo il documento antipelagiano. L’idea dogmatica del peccato originale sta alla base della struttura teologica, attraverso le tre tappe del processo naturale: – natura pura (in Paradiso); – natura decaduta (lapsa, dopo il peccato originale); – natura decaduta e riparata (lapsa reparata, con la salvezza operata dalla redenzione di Cristo). La parola redenzione, che  deriva dal latino “redímere” (red-emere, ricomprare), non solo non si trova nei Vangeli, ma tende ad affermare che Cristo sia venuto sulla terra, per ricomprarci al demonio, al quale eravamo stati venduti da Eva. Nel “Dizionario di teologia dommatica” a cura di Parente-Piolanti-Garofalo è scritto: «Redenzione significava anticamente riscatto, quindi liberazione d’uno schiavo o d’una cosa vincolata mediante un pagamento. […] L’uomo peccando ha offeso Dio e si è reso schiavo del peccato e del demonio che gliel’ha suggerito… Cristo Redentore si sostituisce a noi e ci redime con tutta la sua vita terrena, specialmente in forza della sua morte, sacrificio espiatorio, con efficacia fisico-morale. […] Cristo sborsa il suo sangue a Satana per liberare l’uomo dalla sua tirannia». (Parente-Piolanti-Garofalo, Dizionario di teologia Dogmatica, Studium, Roma)

Cristo non è venuto sulla terra e morire in croce per ri-comprarci (redimere) a Satana. Una assurdità. Non una teologia, ma una Satanalogia. Dio, o la Natura, per richiamare il pensiero di Spinoza, ha creato Adamo ed Eva, l’Uomo e la Donna, perché fossero e agissero secondo la loro natura: l’intelligenza, la libertà, l’amore. Se Dio è la Perfezione, il Sommo Bene, Dio-Padre, il Creatore, l’Onnisciente, non poteva non sapere come sarebbe andata a finire. Quindi, era impossibile che li sottoponesse ad un esame, un dilemma,  ma piuttosto ad una  prova, il risultato della sua opera. Se la “disobbedienza”, fosse stata interpretata come offesa  a Dio, sarebbe stata una  carognata, una cattiveria commessa dal Creatore nei confronti dei figli creati. Non è nemmeno immaginabile che un Dio-Bontà Assoluta, possa creare figli per punirli. Un Dio-malvagio non sarebbe Dio. Una verità così evidente, lapalissiana, fa rabbrividire a pensare che gran parte dell’umanità resta ancora nella piena ignoranza. La Chiesa ha continuato per secoli e millenni a tramandare idiozie.  L’idea che il sacramento del Battesimo  liberi dal peccato originale e ridoni  la grazia è una bestemmia. I sacramenti, inventati dalla Chiesa, non sono altro che forme sociali per rendere sopportabili i momenti tristi o lieti della vita.

Delle tre virtù teologali (Fede, Speranza, Carità)  la Chiesa ha privilegiato la Fede, ponendola al primo posto, interpretandola come “fides quae creditur”, cioè fede nelle verità dogmatiche del “Credo” e nemmeno come “fides  qua creditur”, la fede proiettata verso la trascendenza. Storicamente la Chiesa ha puntato sulla fede nei dogmi per ottenere l’obbedienza in tutti i sensi: nelle coscienze e nei fatti. In nome della “sua”  fede, ha comandato, ammazzato, distrutto il senso dell’umanità. Se si pensa ai miliardi di esseri umani vissuti prima della venuta di Cristo e ai miliardi che non lo hanno conosciuto e non sono stati battezzati, si dovrebbe dedurre che sono tutti dannati. Un Cristianesimo così disumano e anticristiano sembra proprio inconcepibile. Una forma di odio contro l’umanità. Non sono mancate le critiche: Basta pensare che un grande filosofo come Immanuel Kant, riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere.  E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Lo storico cattolico, Jean Delumeau, scrive: « L’espressione “peccato originale” racchiude ancora troppo spesso il tanfo di una dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci e che si è costituita partendo dall’identificazione, storicamente insostenibile, di Adamo con il primo uomo ». E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”. E ancora: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio).

Sulla linea del rigore dogmatico è stato condannato con la scomunica il teologo cattolico  Tissa Balasuriya, sacerdote degli Oblati di Maria dello Sri Lanka. Joseph Ratzinger, affermava che la scomunica dipendeva dal fatto che il teologo Balasuriya sosteneva che “il peccato originale è stato inventato dal clero per poter esercitare potere sulle anime dei fedeli”. Nel libro Mary and Human Liberation, Balasuriya  scrive: “Il mito non deve essere preso alla lettera come se fosse storicamente reale… Molto dipende dall’interpretazione data ad esso e al suo messaggio sulle realtà ultime. […] La storia di Adamo ed Eva è stata il fondamento di un’ideologia di denominazione maschile.”
Il caso più singolare di critica al peccato originale resta quello di Teilhard De Chardin, gesuita, scienziato, paleontologo, pronipote di Voltaire,  che lo affronta già nel 1920, tornandoci nel 1947 con uno scritto specifico, subito censurato. Nel libro, “Comment  je croi”  sostiene che “non esiste la minima traccia all’orizzonte, la minima cicatrice che indichi le rovine di un’età dell’oro o la nostra amputazione da un mondo migliore.” Per il teologo Vito Mancuso, la teologia si deve liberare dalla prigionia della storia. La narrazione del peccato originale non dovrebbe essere intesa come verità storica, ma come rappresentazione mitica, dal  momento che il mito è più vero della storia. Il serpente è solo un simbolo: il simbolo dell’ambiguità, tra bene e male, tra intelligenza e astuzia. Il più grande filosofo del secolo scorso, Friedrich Nietzsche dà al serpente un ruolo di  importanza capitale per sciogliere l’enigma più difficile della sua filosofia: l’eterno ritorno dell’uguale e riesce ad esprimere il suo pensiero nel modo più vero e profondo. Un pensiero che nell’ “Anticristo” trova la forma più pungente e sincera: “La vita vera, la vita eterna è trovata – non viene promessa, è qui, è in voi, come vita nell’amore…Chiunque è figlio di Dio…Gesù non pretende assolutamente nulla per sé solo, come figlio di Dio, ognuno è uguale all’altro”.

  Personalmente sono soddisfatto di non svolgere più la cosiddetta missione da prete, perché sono convinto che altri preti dovrebbero  fare  altrettanto:  uscire dalla chiesa  smettendo di distribuire sacramenti, raccontare favole, vivere da impiegati con i finanziamenti statali. Non sono un caso isolato. Ma  so anche che se sei un essere pensante, non resisti a restare nella Chiesa. Ti  allontani serenamente, convintamente. Ci sono vari preti che, riflettendo e studiando, si sottopongono ad una vera e totale revisione di vita. Nel mio libro autobiografico,Il volto scoperto”, ho affrontato completamente, in concreto, la mia storia di vita. Con sincerità e audacia. Con questo  articolo, intendo solo sintetizzare il passato, riesumarne le tematiche  e procedere verso la morte che mi aspetta. Resta una considerazione finale. Se la Chiesa fosse in grado di aprirsi ad un nuovo tempo, un tempo di autocritica e riflessione, quel kairòs,  in cui un vicario di Cristo possa rileggere e reinterpretare evangelicamente la Parola di Dio, tornerebbe Cristo sulla terra, non per essere crocifisso, ma perché la sua crocifissione, dopo duemila anni,  potesse dare i suoi frutti: una comunità umana di miliardi di fratelli. Cristo crocifisso diventerebbe segno visibile di “spoliazione”  da ogni potere, come riferisce  San Paolo: “Cristo… spogliò (ekénosen) se stesso, assumendo la condizione di servo”. (Lettera ai Filippesi 2,6-8). La “kénosi”, parola derivante dal verbo greco “ekénosen”,  che  significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi” non è altro che la crocifissione. Una morte accettata, voluta, esemplare, come segno di rinuncia all’ “onnipotenza” divina, scegliendo   la “debolezza” umana.

  Il problema della Chiesa-Istituzione è stato analizzato dallo storico Paolo Prodi, fratello dell’ex-presidente del Consiglio Italiano, Romano, nel saggioIl sacramento del potere. Un lavoro approfondito, accolto  da numerose personalità laiche e cattoliche, ripreso nell’ultimo saggio scritto con Massimo Cacciari “Occidente senza utopie”. In ultima analisi, l’obiettivo, sublime e profondamente cristiano, non è che la realizzazione d’una società oltre-umana, fatta di veri santi non canonizzati dalla Chiesa-istituzione. Sarebbe la ri-nascita di unaChiesa-Mondo, quella genuina di Cristo, mediante le seguenti riforme:

– la soppressione dello Stato Città del Vaticano;
– l’eliminazione della Segreteria di Stato;
– l’abolizione delle  Congregazioni pontificie e delle nunziature apostoliche;
– le diocesi “ricondotte” a comunità autogestite;
– l’elezione dei vescovi e parroci dai rappresentanti delle comunità locali;
– l’abolizione dei seminari;

– l’abolizione dei Concordati;

– l’abolizione dell’insegnamento di religione nella scuola pubblica;

– ecc. ecc.
Tornare alla formula delle prime comunità cristiane (Atti capp. 2-3) dovrebbe essere  il programma pastorale. Se la Chiesa, secondo l’immagine di Cristo, deve essere come il lievito nella massa, il lievito è destinato a scomparire, ad essere invisibile, quando è integrato pienamente nella massa, modificandone la sostanza. Con una Chiesa-lievito il Mondo-massa avrebbe il sapore del pane appena sfornato. Un pane fraternamente condiviso tra tutti gli uomini.

 

Mario Setta

( foto: Maria Trozzi,  il sussidiario.net, archivio Corrierepeligno)

 

6 Comments

  1. Andrea Pantaleo

    Mi permetto di esprimere le mie modeste, umili considerazioni in merito. Mi chiedo come si possa asserire che. lo Stato Città Vaticano, possa essere soppresso essendo uno Stato a tutti gli effetti, quindi avente le realtà di un vero e proprio stato internazionale: territorio, popolazione, sovranità. Il trattato del Laterano, è un vero e proprio documento di diritto internazionale, il quale sancisce la sovranità dello Stato Città Vaticano. Mi dica come si possa abolire il Concordato, se ha valenza costituzionale, poiché inserito e contemplato nell’articolo sette dei principi fondamentali della Costituzione Italiana, non soggetti nemmeno a revisione costituzionale, mediante la procedura aggravata di cui all’articolo 138 della costituzione stessa. La Chiesa e lo Stato sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, il loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi; l’articolo cinque del Concordato ossequia la disposizione di cui all’articolo sette della Costituzione Italiana. Il Nunzio Apostolico è l’ambasciatore dello Stato Città Vaticano ove è accreditato; si vorrebbero disautorare le leggi sul diritto internazionale riguardanti le ambasciate e le immunità diplomatiche riguardanti il copro diplomatico di uno Stato? Il Nunzio Apostolico, per il diritto internazionale, è il rappresentante diplomatico della Santa Sede accreditato presso uno Stato e, il suo ruolo politico, è equiparato a quello dell’ambasciatore. Inoltre egli è preposto ad una missione autoritativa per quanto concerne i rapporti con la gerarchia cattolica locale. Il Nunzio Apostolico è il rappresentante pontificio preposto alla guida di una nunziatura apostolica. I suoi compiti sono sia di natura ecclesiale, sia di natura diplomatica: in entrambi i casi agisce come rappresentante del Papa. La Segreteria di Stato Vaticana è organo dello Stato Città Vaticano: la Segreteria di Stato della Santa Sede è il dicastero della Curia romana che collabora più da vicino con il Papa nella guida della Chiesa cattolica, sia coordinando i vari uffici della Santa Sede, sia curando i rapporti con gli Stati e gli organismi internazionali. Si dovrebbe continuare ad eludere le leggi di diritto internazionale e di sovranità dello Stato?

    Andrea Pantaleo

  2. Ecco, il grande e stimato Prof. Mario Setta, dimostra in queste sue sintesi ( e mi permetto di dirlo con estrema umiltà) di essere di pensiero tendenzialmente più luterano che non cattolico. Per essere brevi nella compatibilità di un commento,
    Il problema di adeguamento e recepimento dei dogmi.
    La libera autonoma interpretazione delle scritture.
    La imputazione alla Chiesa di configurarsi come un’organizzazione a base commerciale-economica, fondata sul principio di compra-vendita, -si acquistano clienti e si vendono sacramenti-(Lutero la vendita delle indulgenze)
    imprigionando con questa visione il Cristianesimo nelle strutture ecclesiastiche che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, mediante i sacramenti, tradendo in questo modo il messaggio universale di Cristo ,
    -sono nel loro insieme concetti già ben trattati e sviluppati da Lutero e che reggono il fondamento teologico della sua rispettabile dottrina ,generata e diffusa nella stessa originaria regione del mondo dove, per mentalità , il pensiero congiunto di Friedrich Engels e Karl Marx escogitò la ideologia comunista.
    Ora come il più famoso ex monaco agostiniano, anche Setta denota negativamente in Sant’Agostino quel particolare senso di superiorità maschilista nei rapporti con le donne,se non cita mai neanche il nome della sua sposa e madre di suo figlio Adeodato.
    Certamente non è una nuova ed originale propensione della sua personalità, ma si deve intendere come radicata abitudine sociale del mondo in cui è nato ed è vissuto, se in quelle civiltà di quelle diverse latitudini già poco prima conosciamo Tertulliano, ( additato, anche da Vescovi Italiani di feroce misoginia ancor peggio che Schopenhauer, l’ unico filosofo tedesco che non sembra tedesco, apparendo Pelagio certamente britannico) che assolutamente raccomandava il velo alle donne ,la verecondia ed il ritiro in una vita igienicamente morigerata,tal tanto che’, queste disposizioni culturali vennero trovate già confezionate dall’islam quando arrivo’ in quei luoghi, se trapassate pressoché identiche nei successivi insegnamenti della teologia islamica.
    Ora il Nord Africa è a stretta influenza di aree di pensiero più drastico se ; e fossanche perché vivono in un ambiente mediamente più caldo, lo stesso che per gradi centigradi viene creato artificialmente nei laboratori di biologia per la proliferazione dei batteri; addirittura i sapienti del tempo
    hanno imposto alle donne il lock-down nella parte anatomica interessata ,anche con sbrigative pratiche chirurgiche che tanto scandalizzano i benpensanti della sinistra occidentale ora che hanno a disposizione una nuova medicina che padroneggia gli antibiotici i vaccini e gli antivirali.

    Come erroneamente ritiene Mario Setta
    -Per Agostino la pena del peccato originale consiste nella concupiscenza, la libido, un retaggio pressoché impossibile da dominare. La libido non è solo degli uomini, ma anche degli animali, al momento del congiungimento maschio-femmina.-
    Poi
    Non può che essere strano, irrazionale che Dio abbia voluto punire alla stessa maniera uomini e animali, maschi e femmine-

    Anche Ovidio negli Amores si lamentava se la madre lo ha messo uomo in cotale mondo così lasciandoci iscritto:
    Sumite in exemplum pecudes ratione carentes; turpe erit, ingenium mitius esse feris. non equa munus equum, non taurum vacca poposcit; non aries placitam munere captat ovem. sola viro mulier spoliis exultat ademptis,
    Quindi ,è vero che la libido non è solo degli uomini ma anche degli animali, ma per irrazionalità non di Dio, con diversa frequenza, una scimmia ( anche se Ovidio si riferisce a vacche pecore e cavalle perché le scimmie sui monti peligni non ci vengono) non risulterebbe un grande veicolo di trasmissione sessuale per una malattia epidemica, perché si dispone di schiena ad un unico maschio di passaggio quell’unico giorno della stagione che è nella facoltà naturale di recepire la fecondazione per partorire e riprodurre la discendenza secondo la più lineare logica della continuazione. Perciò Sant’Agostino con sincera non astratta e condivisibile posizione, può ritenere la concupiscenza come una prima origine di un male.
    Oltre ciò, esiste già una “Metafisica del Serpente” attribuita precedentemente già ad Aristotele, tanto che ,è proprio il serpente creduto, il principe della metafisica, e, per questo”enigma come la morte” Setta,(e mi dispiace) da Delfi a Nietzsche ,da buon peligno poteva citare anche la reptazione di Esculapio che della metamorfosi ci ricorda Ovidio nel XVº libro, e , se nelle scritture è lo stesso il serpente rinomato come l’animale più astuto, è trasmigrato in Roma “secondo l’ordine dalla Metamorfosi” esattamente prima del Dio Unico che in ultimo prefigura Ovidio nella sua opera immortale.
    Oltre , la differenza culturale che vedo io tra ” i due coetanei” , è che in ogni enciclica con il quale si rivolge ai fedeli,il Santo Padre, non può non fare continui , e di gran lunga più che altri ,frequenti riferimenti , a San Tommaso d’Aquino, quando invece sembra completamente assente e sconosciuto nella formazione di Setta colui che è il massimo pilastro che regge in assoluto la dottrina evoluta di questa Nostra Religione, se ,la Nostra ,è la Chiesa della fede ragionevole, tantoché ben oltre il giusto amore spirituale, la volontà di Francesco, proprio in Assisi in questi giorni, sta sollecitando impegni e studi per una nuova più equa economia che produca giusto e concreto lavoro per le nuove generazioni,,,,,secondo i vecchi solidi ritornelli di Celentano.

  3. Mario Setta

    Normalmente non rispondo alle critiche, che comunque ritengo giuste e corrette, ma per mia personale esperienza so bene che esiste una pluralità di idee, ricorrendo al pensiero cartesiano che l’uomo è essenzialmente res cogitans. Popolarmente si direbbe “tot capita tot sententiae”. Comunque grazie per la lettura.

  4. Andrea Pantaleo

    Ho dimenticato di fare un’aggiunta. In ossequio al diritto internazionale lo Stato Città Vaticano è considerato e protetto dalla Convenzione dell’Aia del 14 maggio 1954 concernente la tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato; ha rilievo internazionale essendo insito a pieno diritto nel diritto internazionale poiché patrimonio morale, culturale, artistico, storico, da proteggere dato che è considerato tesoro dell’umanità. A partire dal 1984 lo Stato Città Vaticano, è stato inserito nella lista del patrimonio mondiale, ai sensi e per gli effetti della Convenzione del 16 novembre 1972 sulla protezione e tutela del patrimonio mondiale. La popolazione dello Stato in base ad un censimento degli anni novanta è costituita dal Pontefice che è sovrano dello stato, 469 cittadini di cui cinquanta cardinali residenti nello Stato o nella città di Roma, duecentoquaranta membri delle rappresentanze diplomatiche accreditate nella Santa Sede, trentuno ecclesiastici o religiosi, centoventidue laici di sesso maschile, fra guardie svizzere e personale che risiede nello Stato senza averne la cittadinanza. La pena di morte nella Città del Vaticano è stata in vigore dal 1929 al 1969, prevista nel caso di reato di azione con eventuale condotta penale di tentato omicidio o omicidio avverso la figura del Papa. La pena di morte viene definitivamente abrogata, come legge fondamentale dello Stato, il 12 febbraio 2001 mediante l’iniziativa di Sua Santità Papa Giovanni Paolo II.

    Andrea Pantaleo

  5. Caro Professore, le contrapposizioni teologiche del 400 dopo Cristo tra Pelagio e Sant’Agostino che propone, sono pressoché similari alle dispute filosofiche del 400 Avanti Cristo ,( se anche per il decorso successivo ,a parti invertite) tra le tesi platoniche ed aristoteliche sull’ innatismo. Cioè secondo una teoria innatista , l’uomo nasce già programmato da idee e comportamenti, appunto” innati”, mentre per la contrapposta teoria dell’ empirismo la mente umana è alla nascita una “tabula rasa” (perciò neutra che non contiene né il bene né il male) da riempire con l’esperienza. Perciò,se l’uomo nasce già programmato con la propensione per il peccato allora la caratteristica del ” male” gli proviene dall’origine dei tempi. Percio’ l’ evento originario,sia che , secondo Mancuso, venga rappresentato in forma mitologica od altra anche allegorica , è vero. Ma ben oltre perché un dogma è indiscutibilmente vero, anche scientificamente la nuova genetica che studia il DNA umano ed i caratteri ereditari od anche l’ evoluzionismo ,dimostra che i Padri Conciliari che nel 431 ad Efeso condannarono come eretico il Pelagianesimo, ci vedevano giusto. È perciò “discutibile” anche la famosa terzina del grande Poeta, “fatti non foste etc.” se in realtà l’ uomo non è già fatto così, ma per debolezza propende anche per il peccato e solo con la fede ,con il proprio impegno, l’aiuto dei Sacramenti, può, con le sue gambe, allontanarsi verso la più luminosa condizione del bene. Se , per insegnamento di tal Tommaso d’Aquino, “Come il buio non è il contrario della luce ma la sua privazione,lo stesso è il male che non è il contrario del bene ma identica privazione”. Perciò , anche in aderenza alla massima di Terenzio, se per vastità di opinioni,la “Creazione” non è altro che il primo attimo ancora in atto, allora anche un peccato, indifferentemente che sia il primo o che sia l’ultimo , piuttosto che contro la luce di Dio avviene per privazione di luce nell’uomo ,o che sia Adamo o quello che sta nascendo proprio ora.

  6. Mario Setta

    Carissimo, avevo cominciato a scrivere in risposta al tuo intervento, ma richiamando Kant e la Critica della Ragion Pura dove sostiene che la filosofia non si insegna, ma si realizza e nella Risposta alla domanda “Che cos’è l’illuminismo” ammette che la sua epoca non è ancora un’epoca illuminata, ma di illuminismo per cui
    si tratta di “uscita dell’uomo dallo stato di minorità che l’uomo deve imputare a se stesso” mi sono ricordato del monumento a Pescocostanzo, di cui ho scritto questo articolo che ti propongo alla lettura. Uno dei tanti pubblicati su questo giornale on line, corrierepeligno.it

    Incontrare Kant… in Abruzzo

    Chi visita Pescocostanzo, uno dei più bei paesi d’Abruzzo, all’ingresso del paese incontra Immanuel Kant e legge le sue parole: “Tu primus Me in Italiam introduxusti” (Tu per primo mi hai introdotto in Italia). Lo incontra e resta meravigliato nel vedere scritte queste parole sulla pagina aperta d’un libro, nel monumento a don Ottavio Colecchi. Come se il grande filosofo tedesco volesse esprimere gratitudine al traduttore e al divulgatore italiano delle sue opere.
    Ottavio Colecchi nasce a Pescocostanzo il 18 settembre 1773. Entra nell’Ordine dei Domenicani, diventa insegnante di matematica e di filosofia. Nel 1817-18, in Russia, è precettore dei figli dello zar. Impara il tedesco, soggiornando in Germania e leggendo le opere di Kant, nel testo originale.
    La sensibilità e la formazione culturale di don Ottavio Colecchi sono particolarmente vicine alla figura e al pensiero di Kant, che proprio verso la fine del secolo XVIII, trovano completa maturazione.
    Nel 1781 era uscita la “Critica della Ragion Pura”, l’opera con la quale Kant intendeva sottoporre la ragione umana ad un processo, in cui se ne stabilivano i limiti, arrivando alla conclusione che la metafisica non può essere considerata alla pari di una scienza, come la matematica e la fisica. È solo un’esigenza, un’aspirazione che troverà la legittimazione nella “Critica della Ragion Pratica”. Anche don Colecchi affronterà il problema della metafisica, pubblicando un’opera sull’argomento. E come Kant, in ambiente protestante, dovette affrontare difficoltà personali per conservare il suo impiego all’Università di Koenigsberg, don Colecchi, in ambiente cattolico, dovette subire dall’istituzione ecclesiastica la punizione canonica della “sospensione a divinis”. Moriva a Napoli il 23 agosto 1847.
    Kant si era ispirato a Newton e a Rousseau, tanto che sulla sua tomba sono scritte le stesse parole che concludono la “Critica della Ragion Pratica”: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”. Ed è innegabile che la storia del pensiero occidentale, dal ‘700 ad oggi, sia segnata dal “criticismo kantiano”.
    Karl Popper ritiene che la vita di Kant sia una “emancipazione attraverso la conoscenza”. Sforzo che Kant propone a tutti, anche se spesso gli uomini preferiscono restare in stato di minorità: «Molti uomini – scrive nella famosa risposta all’interrogativo: “Che cos’è l’illuminismo?” – rimangono volentieri minorenni per l’intera vita; per questo riesce tanto facile agli altri ergersi a loro tutori. È tanto comodo essere minorenni! […] Solo pochi sono riusciti, con l’educazione del proprio spirito, a liberarsi dalla minorità e a camminare con passo sicuro.»
    Ralf Dahrendorf, uno dei maggiori osservatori critici della società moderna, ritiene che il progetto politico di Kant sia ancora di grande attualità. In particolare, Dahrendorf si riferisce ad uno scritto del 1784, dal titolo “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, in cui il filosofo tedesco, prima ancora dell’opuscolo “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, espone le sue idee sul cosmopolitismo. “Per chi come me – scrive Dahrendorf – segue Kant e Popper piuttosto che Hegel o Marx, né l’utopia di una qualsivoglia Arcadia né l’incubo dell’autodistruzione dell’umanità è un’utile guida del nostro agire”.
    Al di là, quindi, delle utopie ottimistiche (Platone, Moro, Marx) o pessimistiche (Orwell, Huxley), si potrebbe cercare, realisticamente, di raggiungere qualche obiettivo positivo per il benessere dell’umanità. Obiettivo che, secondo Kant, deve consistere, innanzitutto, nella costruzione di una società cosmopolitica, fondata su una Costituzione universale.
    Mai, come in questo periodo di grave crisi socio-economico-politica, sembra così impellente e improcrastinabile il bisogno di una Costituzione Universale. La terra è diventata finalmente la “casa comune”, ma la globalizzazione non può ridursi alla compravendita di uomini e di merci.
    È urgente che i “potenti”, le grandi istituzioni e le menti più eccelse a livello mondiale si ritrovino uniti per realizzare il Progetto che Kant prefigura come “consolante prospettiva per il futuro… in cui il genere umano si sollevi proprio a quello stato in cui tutti i germi che la natura ha posto in esso siano pienamente sviluppati e la sua destinazione qui sulla Terra possa essere soddisfatta.”
    Dopo oltre due secoli, in un momento in cui la parola “Futuro” viene gridata da ogni parte, col rischio della retorica o dell’inflazione, il messaggio di speranza di Kant non è svanito nel nulla. Resta il più ambizioso e più grande Progetto da realizzare. Un appello e un monito per gli uomini di oggi e di domani.

    Incontrare Kant… in Abruzzo
    Chi visita Pescocostanzo, uno dei più bei paesi d’Abruzzo, all’ingresso del paese incontra Immanuel Kant e legge le sue parole: “Tu primus Me in Italiam introduxusti” (Tu per primo mi hai introdotto in Italia). Lo incontra e resta meravigliato nel vedere scritte queste parole sulla pagina aperta d’un libro, nel monumento a don Ottavio Colecchi. Come se il grande filosofo tedesco volesse esprimere gratitudine al traduttore e al divulgatore italiano delle sue opere.
    Ottavio Colecchi nasce a Pescocostanzo il 18 settembre 1773. Entra nell’Ordine dei Domenicani, diventa insegnante di matematica e di filosofia. Nel 1817-18, in Russia, è precettore dei figli dello zar. Impara il tedesco, soggiornando in Germania e leggendo le opere di Kant, nel testo originale.
    La sensibilità e la formazione culturale di don Ottavio Colecchi sono particolarmente vicine alla figura e al pensiero di Kant, che proprio verso la fine del secolo XVIII, trovano completa maturazione.
    Nel 1781 era uscita la “Critica della Ragion Pura”, l’opera con la quale Kant intendeva sottoporre la ragione umana ad un processo, in cui se ne stabilivano i limiti, arrivando alla conclusione che la metafisica non può essere considerata alla pari di una scienza, come la matematica e la fisica. È solo un’esigenza, un’aspirazione che troverà la legittimazione nella “Critica della Ragion Pratica”. Anche don Colecchi affronterà il problema della metafisica, pubblicando un’opera sull’argomento. E come Kant, in ambiente protestante, dovette affrontare difficoltà personali per conservare il suo impiego all’Università di Koenigsberg, don Colecchi, in ambiente cattolico, dovette subire dall’istituzione ecclesiastica la punizione canonica della “sospensione a divinis”. Moriva a Napoli il 23 agosto 1847.
    Kant si era ispirato a Newton e a Rousseau, tanto che sulla sua tomba sono scritte le stesse parole che concludono la “Critica della Ragion Pratica”: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”. Ed è innegabile che la storia del pensiero occidentale, dal ‘700 ad oggi, sia segnata dal “criticismo kantiano”.
    Karl Popper ritiene che la vita di Kant sia una “emancipazione attraverso la conoscenza”. Sforzo che Kant propone a tutti, anche se spesso gli uomini preferiscono restare in stato di minorità: «Molti uomini – scrive nella famosa risposta all’interrogativo: “Che cos’è l’illuminismo?” – rimangono volentieri minorenni per l’intera vita; per questo riesce tanto facile agli altri ergersi a loro tutori. È tanto comodo essere minorenni! […] Solo pochi sono riusciti, con l’educazione del proprio spirito, a liberarsi dalla minorità e a camminare con passo sicuro.»
    Ralf Dahrendorf, uno dei maggiori osservatori critici della società moderna, ritiene che il progetto politico di Kant sia ancora di grande attualità. In particolare, Dahrendorf si riferisce ad uno scritto del 1784, dal titolo “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, in cui il filosofo tedesco, prima ancora dell’opuscolo “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, espone le sue idee sul cosmopolitismo. “Per chi come me – scrive Dahrendorf – segue Kant e Popper piuttosto che Hegel o Marx, né l’utopia di una qualsivoglia Arcadia né l’incubo dell’autodistruzione dell’umanità è un’utile guida del nostro agire”.
    Al di là, quindi, delle utopie ottimistiche (Platone, Moro, Marx) o pessimistiche (Orwell, Huxley), si potrebbe cercare, realisticamente, di raggiungere qualche obiettivo positivo per il benessere dell’umanità. Obiettivo che, secondo Kant, deve consistere, innanzitutto, nella costruzione di una società cosmopolitica, fondata su una Costituzione universale.
    Mai, come in questo periodo di grave crisi socio-economico-politica, sembra così impellente e improcrastinabile il bisogno di una Costituzione Universale. La terra è diventata finalmente la “casa comune”, ma la globalizzazione non può ridursi alla compravendita di uomini e di merci.
    È urgente che i “potenti”, le grandi istituzioni e le menti più eccelse a livello mondiale si ritrovino uniti per realizzare il Progetto che Kant prefigura come “consolante prospettiva per il futuro… in cui il genere umano si sollevi proprio a quello stato in cui tutti i germi che la natura ha posto in esso siano pienamente sviluppati e la sua destinazione qui sulla Terra possa essere soddisfatta.”
    Dopo oltre due secoli, in un momento in cui la parola “Futuro” viene gridata da ogni parte, col rischio della retorica o dell’inflazione, il messaggio di speranza di Kant non è svanito nel nulla. Resta il più ambizioso e più grande Progetto da realizzare. Un appello e un monito per gli uomini di oggi e di domani.

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