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Sulmona, la Verdun italiana

Sulmona, la Verdun italiana

di Alfredo Fiorani

Sulmona,26 maggio.-Apprendiamo che a Enrico III, re di Francia, nel giorno dell’incoronazione, offrirono confetti di Verdun. Così pure, Enrico IV, di passaggio per quella città, nel 1603, ricevette una confezione di confetti. Ancora, Carlo VI di Lorena, un 14 febbraio, giorno dedicato a San Valentino, donò ad una giovane donna una scatola di confetti. Infine, nel 1806, Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Verdun, passando sotto tre trionfali archi ornati di confetti.
Verdun, prima d’apprendere queste notizie, dai libri di storia ci veniva consegnata come uno dei centri nevralgici del 1° conflitto mondiale in cui tra soldati francesi e tedeschi, morti feriti e prigionieri, nel breve lasso di tempo dal febbraio al giugno del 1916, se ne contarono ben 680.000.
Ora che invece ne conosciamo la lunga tradizione nella fabbricazione dei dragèes (dal greco antico dragicos  e da qui in francese dragèe=confetto) preferiamo ricordare la città di Verdun sotto l’aspetto infinitamente meno “amaro”, anzi dolcissimo, quanto le sue verdi colline a spalleggiare delicatamente il lento fluire della Mosa.
E se a Sulmona non può assegnarsi (meglio così, ovvio) una tale drammatica pagina di storia, di certo è possibile sul fronte delle delizie di zucchero che tanto hanno ingolosito nei secoli personaggi illustri e che nella storia e nella cultura hanno lasciato indelebile traccia di sé: da Isabella Colonna, sposa di Filippo I di Lanoja, a Giacomo Leopardi, da Richard Keppel Craven a Gabriele D’Annunzio, da Alfred Steinitzer a Laudomia Bonanni.
Ma è della grande scrittrice abruzzese, Laudomia Bonanni, che ci piace riportare uno stralcio dell’articolo apparso su IL Gazzettino (Venezia, 1978), intitolato Quattro margherite dal paese di Ovidio:

«… Oltre che la città di Ovidio, è la città dei confetti. E almeno, per me, di Leopardi. Prima che vi fossi mai stata, mi colpì leggere che a Leopardi piacevano i cannellini di Sulmona. Ne ebbi subito voglia – sapere com’erano, come lui li aveva sentiti in bocca – e mi fu facile trovarne (…) Piccoli un po’ arcuati come fagioli bianchi, dentro c’è un filino scuro di cannella, tenace anche a spezzarli con i denti, dopo che sciolto il dolce rimane sulla lingua a lungo, ne resiste in bocca un aroma come il garofano. E’ il prodotto meno appariscente  della confetteria sulmonese, il sottile cannellino che bisogna succhiare fino in fondo per apprezzarne l’intima essenza. In un certo senso assomiglia alla sua città. Arrivandovi si ha l’impressione di una cittadina modesta improntata a quella pacifica provincialità che sia appaga delle glorie passate ed ancora sembra dedita alla sua agricoltura, annidata com’è nella feconda valle Peligna… C’è silenzio, il senso di tempi finiti per sempre. La città è viva e la sua gente di forte temperamento.  Ebbene, voglio godermi ancora questa atmosfera. Succhiando un cannellino, tagliando fra i denti l’anima di cannella, saporosa, aromatica, forte. E tenendo in mano una margherita di confetti».

Dal viaggio della Bonanni sono trascorsi esattamente trent’anni; molto è cambiato, in peggio o in meglio difficile stabilirlo (beati coloro privi di dubbi), ciò che invece è rimasto immutato è il sapore, la fragranza e il profumo di questi gioielli di zucchero dalle molteplici anime e dalle variopinte livree sopra cui, incontrastato regna il confetto alla mandorla, simbolo di verginità: bianco bonbon dagli sposi, tutt’oggi, offerto agli invitati in mestolini d’argento (sempre in numero dispari) in segno d’augurio per condividere una vita che si rinnova.  Il confetto, dunque, quale condivisione di una gioia, la stessa gioia che fece scrivere a Giuseppe Capograssi: «Sì, Giulia, mia buona e santa; mi piacciono non i confetti interi, ma i mezzi confetti; cioè mi piacciono tutte le cose che divido con te…» (h.9,30)


 
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