Cultura

Leone Ginzburg, da Pizzoli a Roma

 

  • Il 5 febbraio 1944 muore al carcere di Regina Coeli

 

 

“Se lo richiamo alla mente, mi sorprendo di sentirlo così vicino, così presente, così accanto a me, dentro di me, come se fosse diventato parte di me stesso”  (NORBERTO BOBBIO )

 

Sulmona, 5 febbraio Viene condotto nel carcere di Regina Coeli il 20 novembre 1943. È ebreo; subisce l’interrogatorio dai tedeschi. Riceve pestaggi e ne esce con una mascella fratturata. Sandro Pertini, che lo vede dopo l’interrogatorio, ricorda di avergli sentito dire che non bisognava avere odio per tutto il popolo tedesco: “dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti”. Per le sue condizioni fisiche assolutamente precarie, viene ricoverato nell’infermeria del carcere. La notte tra il 4 e il 5 febbraio 1944 si sente molto male. Gli fanno una iniezione per sedare i dolori. Al mattino lo trovano morto. Ha 35 anni.

Era nato a Odessa, in Russia, il 4 aprile 1909, da un padre naturale, l’italiano Renzo Segrè, e da Vera Griliches, ebrea. Il marito di Vera era il russo Tanchun Notkovich Ginzburg, anch’egli ebreo, con una solida posizione finanziaria. Fin da bambino, su consiglio dell’istitutrice di famiglia, Maria Segrè, sorella di Renzo, che gli fece da seconda mamma, Leone veniva spesso in Italia a trascorrervi le vacanze. Nel 1920 la famiglia Ginzburg si trasferisce a Torino. Leone frequenta il Liceo D’Azeglio. Tra i compagni di classe, Norberto Bobbio. Frequentano lo stesso Liceo Cesare Pavese, Massimo Mila, Vittorio Foa, Giulio Einaudi. Al termine della scuola media superiore si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma lascia e passa alla facoltà di Lettere. Raggiunta la maggiore età, chiede la cittadinanza italiana che gli viene concessa nell’ottobre del 1931. Recatosi a Parigi per motivi di studio, incontra i più celebri antifascisti: Benedetto Croce, Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini. Tornato a Torino si impegna nella costituzione di un gruppo clandestino di Giustizia e Libertà. Ne fa parte anche l’amico Carlo Levi. Leone Ginzburg diventa libero docente di letteratura russa all’Università di Torino.

Col gruppo di Giustizia e Libertà tenta di organizzare l’evasione di Ernesto Rossi dal carcere di Piacenza, ma l’esito sarà negativo. Stabilisce contatti con Tommaso Fiore. Fonda, insieme a Giulio Einaudi l’omonima casa editrice, di cui sarà fino alla morte uno dei più attivi collaboratori. “Il pensiero e l’anima” della casa editrice, lo definirà in seguito la moglie, Natalia. Posto di fronte all’obbligo del giuramento fascista si rifiuta. Perde la cattedra e comincia ad insegnare in un Istituto Magistrale. Nel marzo 1934 la polizia fa una retata a Torino, arrestando una cinquantina di antifascisti. Tra questi, Leone Ginzburg e Carlo Levi. Al processo, Ginzburg viene condannato a 4 anni di carcere. Recluso prima a Roma, a Regina Coeli, e poi a Civitavecchia. L’anno dopo, nel maggio 1935, su delazione di Dino Segre, alias Pitigrilli, vengono arrestate circa duecento persone. Tra questi: Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Vittorio Foa. Nel marzo 1936 Ginzburg viene dimesso dal carcere di Civitavecchia, restando vigilato speciale. Il 12 febbraio 1938 sposa Natalia Levi, e a causa delle leggi razziali viene privato della cittadinanza italiana. Dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia, va al confino. A Pizzoli, in provincia dell’Aquila. Vi si stabilisce con la moglie e i figli. La sorella di Leone, Marussia, va ad abitare a Chieti. Leone e Natalia continuano la loro attività culturale: scrivono, traducono, correggono bozze.

Vittorio Giorgi, un muratore comunista eletto nel dopoguerra al Parlamento, il 7 dicembre 1991 nell’aula consiliare del paese ha ricordato il periodo del confino della famiglia Ginzburg a Pizzoli 

«Ero giovane allora e come molti giovani dell’Alta Valle dell’Aterno lavoravo a Roma e solo periodicamente tornavo a Pizzoli. I lavoratori edili a quell’epoca, costituivano la vera classe operaia di Roma e nei cantieri si viveva uno scontro politico e di classe che era difficile avvertire altrove. Il fascismo, dopo la conquista dell’impero e la stipula del patto d’acciaio con la Germania nazista, sembrava divenuto imbattibile. Il razzismo e l’antisemitismo esplosi così fragorosamente in Germania nel 1938 con la terribile “notte dei cristalli”, stavano prendendo piede anche in Italia mentre la retorica mussoliniana riempiva le piazze di una folla urlante e sempre più fanatica. Fu a quel tempo che conobbi Leone e Natalia Ginzburg. Era l’estate del 1940 ed avevo fatto ritorno a Pizzoli per trascorrere in famiglia il breve periodo di ferragosto. La guerra era scoppiata appena da due mesi ma la maggioranza dei giovani era già stata chiamata alle armi. Per gli altri, i più anziani e gli sposati sarebbe stata solo questione di mesi. Pizzoli, come la maggioranza dei nostri paesi a quel tempo, non offriva molte occasioni di svago ai giovani. Unico ritrovo era quello costituito dal Caffè dell’Albergo, divenuto perciò punto di incontro e di riferimento. Fu proprio lì, in quel Caffè che, in un caldo ed afoso pomeriggio feci la conoscenza di Leone Ginzburg.

A presentarmelo fu un parente dell’albergatore il quale, incurante dei molti orecchi indiscreti presenti in quel pubblico locale, in puro dialetto pizzolano disse rivolto a Ginzburg: “Professò, viè qua che te faccio conosce uno che la penza come te. È un comunista”. Ricordo che Leone mi venne incontro, mi guardò fisso negli occhi, capì il mio imbarazzo giovanile e senza proferir parola, mi strinse fortemente la mano come se avesse rivisto un amico lungamente atteso. Leone alloggiava in quell’unico albergo, e vi rimase sino alla venuta di Natalia, che aveva sposato nel 1938, e dei due figlioletti Carlo e Andrea. A Pizzoli, al pari di altri comuni della provincia dell’Aquila, vi erano altri confinati, una trentina in tutto, appartenenti alle più diverse categorie sociali. Erano professionisti, impiegati, industriale, operai, casalinghe e pensionati.

Due furono i momenti salienti che caratterizzarono il loro impatto con la popolazione di Pizzoli: il primo fatto di reciproca curiosità e qualche diffidenza; il secondo costituito da un rapporto di comprensione e di aperta collaborazione. La maggioranza dei pizzolani, una volta liberatasi di quella tradizionale e atavica diffidenza, nei confronti dei forestieri, così tipica della gente di montagna, cominciò a immedesimarsi nel dramma di quella povera gente, quasi tutta di città, uomini e donne cacciati dalle loro case, strappati ai loro parenti e portati a vivere in condizioni difficili in un paese di montagna. Al di là dei fatti politici, secondo me, erano questi i sentimenti che albergavano nella mente dei nostri concittadini. […] Nei confronti dei Ginzburg, poi, scattò un altro sentimento, quello della grande simpatia che promanava la personalità di Leone e che si avvertiva al primo incontro. […] Dopo quel primo incontro con Ginzburg la mia presenza a Pizzoli diventò più frequente e sempre più lunga sino a quando, nel 1942, vi ritornai definitivamente. Il rapporto con Lui e con Natalia fu sempre più intenso. Trascorrevamo lunghe serate a discutere della guerra e delle sue terribili conseguenze. Parlavamo del fascismo e dell’antifascismo ma discutevamo anche di altro. In verità a parlare era quasi sempre Lui, Leone. Io ascoltavo e cercavo di memorizzare. […] A volte tra me e me dicevo: ma come è possibile che persone di questo livello culturale e politico si attardano a parlare con uno come me che ha fatto appena la quinta elementare?”

Alla domanda rivoltagli da Vittorio Giorgi: “Quale orientamento assumereste di fronte all’eventualità che i comunisti vadano al governo?”, Ginzburg risponde: “Ho un profondo rispetto per tutti i comunisti. Li ho visti combattere generosamente contro il fascismo portatore di violenza, di odio e di guerra e rivendicare per tutti i lavoratori dignità e giustizia. Tra noi e voi, però, c’è un punto di contrasto ancora invalicabile. Esso riguarda il nesso inscindibile che deve esserci tra socialismo e libertà. Senza il consenso e la partecipazione della gente qualsiasi idea, anche la più nobile è destinata a soccombere. Per noi di Giustizia e Libertà questo rapporto è pacifico, per voi comunisti non lo è altrettanto”.

Nell’aprile del 1943, Giorgi viene richiamato alle armi. Deve raggiungere Bari e presentarsi immediatamente in caserma.

“Corsi ad informare della cosa Leone, – racconta Giorgi, – che rimase profondamente turbato. Tuttavia approfittò della circostanza per consegnarmi una lettera da portare al suo amico Tommaso Fiore, rientrato da poco a Bari, dopo cinque anni di confino. […] Giunto a Bari e presentatomi alla caserma. Mi fu comunicato che di lì a qualche giorno sarei partito per la Sicilia dove, secondo ‘radio fante’, stava per avvenire uno sbarco alleato. Prima di partire ebbi modo di andare alla casa di Tommaso Fiore che trovai in compagnia di suo figlio Enzo. Gli consegnai la lettera e dopo aver scambiato qualche parola rientrai in caserma dove scrissi una lettera che indirizzai a Ginzburg”.

Dopo l’8 settembre, Giorgi ritorna a Pizzoli. Là organizza con altri compagni l’aiuto ai confinati. Intanto Ginzburg, dopo il 25 luglio, era andato a Roma, lasciando a Pizzoli la moglie e i figli. Verso la fine di ottobre, Leone fa sapere che sarebbe stato meglio far andare i suoi familiari a Roma.

“Concordammo, ricorda ancora Giorgi, che non vi era altra soluzione se non quella di tentare di farla in barba ai tedeschi, servendoci del loro automezzo che da Pizzoli ogni giorno raggiungeva Roma. Il piano riuscì perfettamente grazie ad un amico presso il Comune ed in modo particolare al coraggio di una giovane donna pizzolana, legata da amicizia sincera e profonda con la famiglia Ginzburg, in particolare con Natalia. Fu lei infatti a farsi carico di avvicinare i tedeschi facendo passare, quella di Natalia, come una famiglia di sfollati bisognosa di raggiungere Roma. L’operazione come Dio volle arrivò felicemente in porto. La parentesi pizzolana della famiglia Ginzburg poteva dirsi felicemente conclusa e tutti noi potemmo tirare un sospiro di sollievo. Non erano finite, invece le tribolazioni dei Ginzburg. Anzi, di lì a poco, una grande tragedia si sarebbe abbattuta su di essi, prima con l’arresto e poi con l’assassinio di Leone avvenuto nel carcere di Regina Coeli”.

Il 5 agosto 1943 Leone Ginzburg lascia Pizzoli per raggiungere Roma. Incontra i suoi amici e i dirigenti del Partito d’Azione. Gli viene affidata la direzione romana della casa editrice Luigi Einaudi. Nei giorni 5-7 settembre 1943 partecipa a Firenze a un convegno del Partito d’Azione. Una cinquantina i partecipanti. Furono eletti nell’Esecutivo: Ugo La Malfa, Manlio Rossi Doria, Fancello, Bauer, Oronzo Reale. Alla direzione del giornale “L’Italia libera” furono nominati: Fancello, Ginzburg e Muscetta. Calogero e Capitini furono messi in disparte. Capitini si era autoemarginato proponendo una smobilitazione di quanto sapeva di “vecchio, risorgimentale, francesizzante e benestante”. Calogero non era più il punto di riferimento per il liberalsocialismo, essendo la sua linea quella stessa del Partito.

Dopo l’8 settembre, Ginzburg risiede a Roma sotto falso nome: Leonida Gianturco. Natalia, la moglie, e i figli tornano a Roma il primo novembre. La mattina del 20 novembre 1943 Leone Ginzburg viene arrestato nella sede del giornale “L’Italia libera”. Condotto al carcere di Regina Coeli, sarà presto scoperta la sua vera identità, in base alla precedente reclusione del 1934 e trasferito al braccio controllato dai tedeschi.

Forse nessuno, meglio di Norberto Bobbio, compagno di classe e grande amico, poteva scrivere pagine così toccanti e indimenticabili, come quelle che fanno da introduzione alla raccolta degli “Scritti” di Leone Ginzburg[2]:

“Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; né perdonare. È morto solo, come se non avesse più nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanità, di nobiltà, di coraggio, di serenità, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi. Son passati ormai molti anni, ma il timbro della sua voce, il suo sguardo, il suo modo di parlare e di ridere sono rimasti vivi nella mia memoria, come se lo avessi salutato ieri per l’ultima volta. Se lo richiamo alla mente, mi sorprendo di sentirlo così vicino, così presente, così accanto a me, dentro di me, come se fosse diventato parte di me stesso”.

(Cfr.: “Terra di libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, Tracce, Fondazione Pescarabruzzo, 2014)

Mario  Setta  ( storico)

 

 

 

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