Cultura

Le donne che resistettero allo sterminio

(di Mario Setta) *

 

 Sulmona, 30 gennaio– Ha ragione Liliana Segre nell’affermare che il 27 gennaio 1945 non fu l’inizio della pace e della libertà, perché la vita dei sopravvissuti nei campi di sterminio continuò per mesi in un cammino faticoso ed estenuante. D’altronde solo il campo di Auschwitz fu aperto e liberato dai russi, mentre negli altri lager la vita e le repressioni continuavano normalmente.

Margarete Buber-Neumann, nella sua autobiografia Prigioniera di Stalin e Hitler sostiene che solo il 21 aprile 1945 ottiene un certificato personale che ne “attestava il rilascio e l’obbligo di presentarsi tre giorni dopo al più vicino distretto di zona della Gestapo… Da questo momento per noi siete delle fuggiasche”.Bisognerà attendere solo  nove  giorni per conoscere la fine di Hitler e del nazismo.

Margarete Buber-Neumann era nata nel 1901 da una benestante famiglia tedesca. Aveva sposato Rafael Buber, figlio del famoso filosofo ebreo tedesco Martin, ma si era separata e il marito trasferitosi in Palestina. Impegnata in politica, divenne compagna di Heinz Neumann, uno dei capi del partito comunista tedesco. Si trasferirono a Mosca, ma i rapporti nell’ambito del partito sotto Stalin erano impossibili, tanto che Neumann nel 1937 viene arrestato e condannato a morte. Anche lei condannata a cinque anni di reclusione, passandone due al gulag staliniano di Karaganda e poi al lager  nazista di Ravensbrück. Del libro della Buber Neumann è stato scritto da Angelo Bolaffi: “una lettura che dovrebbe diventare d’obbligo per chiunque voglia ripercorrere gli abissi di abominio che hanno segnato il XX secolo” e Victor Zaslavsky: “il suo libro non ha rivali nella grande e sempre crescente letteratura sui lager”. L’esperienza vissuta nei gulag russi e nei lager tedeschi segna la vita di Margarete, che trova coraggio e speranza nell’amicizia con Milena Jesenska, anche lei detenuta a Ravensbürg e che era stata legata sentimentalmente a Franz Kafka. È la stessa Milena che le propone di scrivere a due mani sugli eventi vissuti in Siberia. Purtroppo Milena muore al campo di Ravensbürg il 17 maggio 1944.

La via del ritorno di Margarete al suo paese natale nei pressi di Potsdam è un cammino ad ostacoli d’ogni genere, ma con la volontà determinata di raggiungere la meta. Finalmente arriverà e scrive, chiudendo il suo libro: «In cortile c’era mia sorella, che eruppe in un grido quando le caddi tra le braccia. Al piano superiore nel pianerottolo che dava sulla ripida scala di legno, udii mia madre ripetere con voce provata dagli anni: “E’ davvero qui?! E’ davvero tornata?!”»

La stessa faccia, terribile, disumana, bestiale di Ravensbürg è descritta nei minimi particolari da Germaine Tillion, morta all’età di 101 anni nel 2008. Militante politica, etnologa famosa e scrittrice sulla condizione delle donne nelle società mediterranee. Dopo l’occupazione della Francia e sotto Pétain decide di organizzare una rete di resistenza. Viene denunciata e arrestata nell’agosto 1942 e deportata al campo di Ravensbürg, destinato soprattutto alle donne di ogni genere.

Nel mese di febbraio 1944, vi arriva anche sua madre perché complice con la figlia di azioni resistenziali. Nel mese di marzo 1945 la madre viene condannata a morte nella camera a gas di Ravensbürg per vecchiaia. Subito dopo il 23 aprile 1945 la Croce Rossa svedese chiede di liberare un gruppo di deportate. Tra loro, Germaine Tillion. A questo punto, modifica i suoi interessi scientifico-culturali e si dà alla ricerca e descrizione storica. La deportazione ne ha fatta un’altra persona. La necessità di armonizzare le due fonti, fatti esteriori ed esperienza interiore, la conducono a scrivere e riscrivere la terza versione del libro “Ravensbrück” in cui racconta analiticamente le condizioni di vita del campo, affermando “Se sono sopravvissuta lo devo soprattutto al caso, alla rabbia, alla volontà di rivelare quei crimini e, infine all’impegno delle mie amiche”. L’analisi è talmente accurata, precisa, puntuale che imprime alla trattazione il senso profondo della verità. Non ha nessun timore di citare, fatti, nomi, situazioni.

Ecco come descrive il suo arresto: “Il 13 agosto 1942 fui arrestata alla stazione di Lione, insieme ad un ingegnere francese, membro del gruppo di Resistenza Gloria SMH del servizio segreto britannico, a un appuntamento col traditore che ci aveva venduti. Il traditore, prima al servizio della Gestapo e poi dell’Awehr, era un prete, vicario della parrocchia di La Varenne, vicina alla nostra, Si chiamava Robert Alesch”.

A Regensbürg anche Germaine conosce Milena Jesenska e l’amica tedesca Grete Buber-Neumann: “Grete decise che doveva confidarmi ciò che sapeva e, dato che io parlavo poco il tedesco e lei per niente il francese, organizzò una serie di incontri a tre: io, lei e Anise Postel-Vinay… Ossessionata come noi tutte, dal desiderio di far sopravvivere ciò che conosceva, Grete raccontò metodicamente, frase dopo frase, con Anise Postel Vinay che faceva da interprete, tutto ciò che conosceva della deportazione sovietica e del campo di Karaganda… Sulla sua vita nelle prigioni e nei campi sovietici Grete ha scritto un libro, in cui ho ritrovato alcune delle cifre e dei nomi che mi aveva citato a Ravensbürg”.

Il libro di Germaine Tillion è particolarmente analitico, con dati numerici, riferimenti storici sull’impero concentrazionario di Hitler, inaugurato nel marzo 1933 con la fondazione di Dachau, durato fino all’8 maggio 1945. Un’opera probabilmente creata da Himmler, con l’approvazione di Hitler.

Se esiste un libro che esponga tutto ciò che riguarda la mostruosità del razzismo e dei campi di sterminio, il libro di Germaine Tillion è unico (Tzvetan Todorov), tanto che l’autrice arriva a scrivere: “Anch’io come molti ho ceduto alla tentazione di formulare delle differenze, delle distinzioni: “loro” hanno fatto questo, “noi” non lo faremmo. Oggi non la penso più così: al contrario, sono convinta che non esita un solo popolo che possa dirsi al riparo da un potenziale disastro morale collettivo… io potevo misurare l’abisso sempre più profondo che si apre tra ciò che è realmente accaduto  e quella rappresentazione incerta che si chiama storia”

* storico

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