Politica

L’America di Biden

Sulmona, 21 febbraio -Con le ultime elezioni  si è verificato  l’allontanamento e la fine politica di un mostro umano, come Donald Trump. L’interrogativo è quello di chiedersi e rispondere come sia stata possibile la sua elezione, assolutamente non rispondente alla storia e alla vita  degli americani.  Indubbiamente, con l’elezione di Biden, risorgerà  la storia americana, nella quale siamo inseriti come uomini e come italiani, non dimenticando l’azione di un grande italiano, Cristoforo Colombo, che vi era arrivato il 12 ottobre 1492. Una data e una scoperta che cambiarono  la storia  mondiale. L’attenzione di Biden alla nascita del nuovo governo italiano, con l’elezione di Mario Draghi, rappresenta la continuità di un vincolo centenario che esiste tra i due Paesi.

La particolare attenzione alle elezioni americane, mostrata nelle televisioni e nella stampa italiana, è un chiaro segno dell’interesse che suscita la politica americana. Soprattutto per quel che è stata l’America e quel che è chiamata ad essereancora per il futuro, nonostante i vari e numerosi presidenti che non sempre hanno tenuto alto l’ideale dei padri fondatori. L’aspetto più interessante ed efficace del modello istituzionale statunitense consiste nella “provvisorietà” delle cariche, difatti un presidente degli USA non lo sarà mai a vita e i vari Hitler e Mussolini non troverebbero mai dimora eterna. Finito il mandato, si rientra nell’anonimato. Come se il potere si autonegasse. Trump ha fatto di tutto, illegalmente per restare alla casa bianca. Ma ora torna ad essere quello di sempre, un signorotto, senza la minima intelligenza, ma solo la violenza. In Italia, solo un personaggio, Matteo Salvini,  altrettanto rozzo , lo ha seguito.

Il rapporto tra Italia e Stati Uniti, si è stabilito con le migliaia di cittadini italiani partiti emigranti per l’America. Si tratta di milioni di emigranti, che hanno trovato nella voce di Pascal D’Angelo, un grido straordinario, unico.  Nella sua vita di emarginazione, di stenti, di  maltrattamenti c’è la vita delle migliaia di abruzzesi e  dei milioni di italiani che emigrarono per le terre scoperte da Colombo. La sua opera, “Son of Italy” non è solo una descrizione; è anche una denuncia. Non  un libro politico, ma un grido di rivolta in nome dei valori umani, universali. Jean Paul Sartre, nella prefazione al libro di Frantz Fanon, I dannati della terra, ha scritto: “Le bocche s’aprirono da sole; le voci gialle e nere parlavano ancora del nostro umanesimo, ma era per rimproverarci la nostra inumanità”.  Il libro di Pascal D’Angelo si pone su questo filone, che sta tra l’inchiesta e la denuncia, tra l’arte e il messaggio, tra l’intuizione e la ragione.  Un’opera che può ben definirsi:  “libro di vita”.  Una vita che si “radica” su due terreni: Introdacqua e New-York, Càuze e Mùlberry Street.

Passa poi a  presentare le motivazioni di fondo dell’emigrazione: “La nostra gente è costretta ad emigrare, ad allargare i confini di un’esistenza stretta nella morsa di uno spazio angusto. In quelle terre ci sentiamo in trappola. Ogni centimetro appartiene a  pochi privilegiati che la fanno da padroni. Col finire dell’inverno buona parte dei campi della nostra valle viene data in affitto o messa stagionalmente a disposizione dei contadini che pagano pigioni altissime a tassi d’usura, vale a dire, beneficiando solo della metà o addirittura di un quarto del raccolto, a seconda delle necessità che dipendono dal proprietario o dalle condizioni disperate del contadino in cerca di terra.” (Son of Italy,  p. 65)

Ma anche qui, la vita non è meno dura: “Ovunque era ammazzarsi di fatica….” (p.89);  “Ovunque era lavoro e fatica, sotto una cappa di sole incandescente o sotto le sferzate della pioggia, lavoro e sempre lavoro: continuo e inarrestabile” (p.89).

La storia americana è storia eminentemente umana, con i suoi aspetti positivi e negativi, ma con l’obiettivo di elevare in tutti i modi la natura umana.  Nella Dichiarazione di indipendenza, redatta da Jefferson e approvata a Filadelfia il 4 luglio 1776, si afferma: “Quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni […] mette in piena evidenza il disegno di ridurre un popolo alla soggezione di un dispotismo assoluto, esso ha il diritto e il dovere di abbattere un simile governo e di provvedere con nuove garanzie alla propria sicurezza futura”. Parole così rivoluzionarie espresse in termini giuridici e apodittici non si trovano in altre Costituzioni, anche se, purtroppo, la Costituzione del 1787 non risolse la questione della tratta dei negri, catturati e ingabbiati come bestie e spediti nelle fattorie degli Stati del Sud.

Alexis De Tocqueville, nell’opera “La democrazia in America”, scritta dopo un suo soggiorno negli USA, affermava: “Le due razze sono legate l’una all’altra, senza tuttavia confondersi ed è per esse altrettanto difficile separarsi completamente o unirsi”. E ci fu la “guerra civile”. Gettysburg, in Pennsylvania, è oggi il monumento storico in cui, nel 1863, fu combattuta la battaglia decisiva della guerra di secessione. Non fu direttamente una guerra di liberazione dei negri, anche se, in seguito, nel 1865, fu approvato il XIII emendamento che aboliva la schiavitù in tutti gli Stati dell’Unione. Ma proprio a Gettysburg, il 19 novembre 1863, Lincoln aveva tenuto un discorso, che ancor oggi resta un insegnamento per ogni nazione che voglia essere democratica: “government of the people, by the people, and for the people”. Il programma di Lincoln era sostanzialmente moderato, ma non fu sufficiente per salvargli la vita. Fu assassinato da un sudista a colpi di pistola.

Cento anni dopo, un altro assassinio scosse l’America: quello  di John F. Kennedy. Anche lui aveva cercato di realizzare un programma politico di rinnovamento, definito “nuova frontiera”, con l’intento di attuare una democrazia completa, superando le divisioni sociali e razziali. Un tentativo morto sul nascere. Visitando Berlino, allora la città-carcere cinta dal muro della vergogna, Kennedy aveva pronunciato la famosa frase in tedesco: “ich bin ein berliner” (io sono un berlinese), volendo così affermare come la politica americana fosse in difesa della libertà dei popoli. La frase, divenuta celebre, fu pronunciata il 26 giugno 1963, durante il discorso tenuto a Rudolph Wilde Platz, di fronte al Municipio di Schöneberg, mentre era in visita ufficiale alla città di Berlino.

Un dato storico indiscusso per la salvaguardia della democrazia è il contributo determinante degli Stati Uniti nelle due guerre mondiali, . Senza la partecipazione di quel grande Paese e le centinaia di migliaia dei suoi morti, l’Europa e il mondo sarebbero stati sotto la dominazione dei “totalitarismi”. Purtroppo, e spesso, nell’ambito di alcuni Stati dli USA, la libertà appare come una chimera. Basti pensare al problema della pena di morte. E sulla discriminazione razziale, di cui si è scritto e dibattuto moltissimo, le soluzioni restano ancora un palliativo. Il sogno di Martin Luther King, l’uomo che s’era battuto energicamente per far riconoscere i diritti civili alle popolazioni di colore, è svanito sotto i colpi d’un sicario che l’ha assassinato nell’aprile del 1968.

Alcuni anni fa, in visita tra gli Amish, una comunità  religiosa che ha rifiutato l’elettricità per uno stile di vita fermo ai tempi della colonizzazione, parlando con un amico nero sono stato colpito da queste sue considerazioni: “Noi siamo oriundi africani. Ma ora siamo americani. Ci sentiamo americani. Gli Amish hanno una loro privacy: vivono in una riserva. Ma noi non vogliamo riserve. Non vogliamo ghetti. Noi siamo americani neri, come ci sono americani bianchi. Abbiamo dato sudore e sangue per questa nazione, che amiamo e dalla quale vogliamo essere amati e rispettati”.

Mario Setta

 

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