Economia

L’Abruzzo e l’Autonomia differenziata. Il rischio di tornare indietro

In una fase assai delicata sul piano economico e sociale che il Paese sta attraversando la politica sembra deragliare e pone al centro del dibattito politico la questione delle maggiori autonomie e poteri delle Regioni  a Statuto ordinario. Nate nel 1970 le Regioni hanno rappresentato la più grande riforma del dopoguerra che ha rafforzato  la coesione nazionale  anche se con poteri, inizialmente limitati e poi gradualmente rafforzati, ora rischia di divenire un elemento di divisione e di conflittualità fra territori diversi che camminano a velocità differenti  e che determinano nuovi squilibri tra Nord e sud. Commenti, prese di posizioni e incertezze si intensificano con il passare delle ore e c’è anche chi sostiene che  “Siamo di fronte a un percorso che, se portato a termine – sottolinea la Cgil – modificherà radicalmente l’assetto istituzionale del Paese, creando disparità inaccettabili che aggraveranno le disuguaglianze esistenti.” E l’Abruzzo? Per la sua fragilità e le sue difficoltà si trova insieme  a molte Regioni del Mezzogiorno fra le più danneggiate. Provare per credere. Il prof. Aldo Ronci ha reso noto il suo ultimo rapporto proprio sulle autotomie ed ecco cosa potrebbe costare per l’Abruzzo

Sulmona, 9 luglio–  Se il Governo a Roma sembra aver concentrato tutti i suoi sforzi sulla vicenda dell’Autonomia differenziata, quasi fosse la  prima priorità del Paese, tant’è che proprio nella giornata di giovedì è in  programma un nuovo ‘vertice’ di maggioranza sul problema divampa la polemica e la preoccupazione anche in Abruzzo sugli effetti che potrebbe determinare il progetto. Il sulmonese prof. Aldo Ronci che ha preparato un apposito studio sul problema solleva alcune criticità della proposta della maggioranza di Governo che presenta un numero eccessivo di maggiori autonomie; i dubbi di costituzionalità; la redistribuzione delle risorse a  scapito delle Regioni del Centro (quindi anche l’Abruzzo) e del Mezzogiorno; la determinazione dei fabbisogni standard definiti in modo non trasparente.

Il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione stabilisce che alle regioni che lo richiedano possano attribuirsi maggiori autonomie rispetto a quelle previste per le regioni a statuto ordinario. Le ulteriori autonomie sono quelle concernenti le materie di cui al  terzo comma dell’articolo 117. L’articolo 116 della Costituzione è stato modificato con Legge Costituzionale n. 3/2001 il cui contenuto è stato sottoposto a referendum.

Ma il risultato di quel referendum che significato può avere? Il testo del referendum è stato approvato con il 64,2% dei voti a favore e se si tiene conto che i votanti sono stati il 34,1% e che,  a voler essere ottimisti non più del 10% era a conoscenza delle conseguenze che ne potevano derivare,   ne scaturisce che appena il 2,2% dei votanti avrebbe espresso il voto con cognizione di causa. Questa è una delle aberrazioni che conseguono alle modalità di espressione della volontà popolare quando il contenuto del quesito referendario è complesso o poco sentito.

 Le materie previste  dall’art. 117 sono: 17 di legislazione esclusiva la cui potestà regolamentare spetta allo Stato ma può essere delegata alle  Regioni; 17 di legislazione concorrente la cui  potestà legislativa spetta alle Regioni salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali che è riservata allo Stato. Le materie  di legislazione esclusiva  che appartengono alla sola competenza dello Stato (politica estera, immigrazione, difesa e forze armate, ordine pubblico e sicurezza, legislazione elettorale ecc.) mentre le altre rientrano fra  materie  di legislazione  concorrente come  protezione civile, governo del territorio, tutela della salute, istruzione ecc.

Dal numero e dalla tipologia, sia delle materie di legislazione esclusiva la cui potestà regolamentare può essere delegate alle Regioni,  sia delle materie di legislazione concorrente la cui potestà legislativa spetta alle Regioni, balza evidente che, per essere estremamente buoni, si è ecceduto sia nelle materie che possono essere delegate che nelle materie di spettanza delle Regioni.

 “Detto fuori dai denti” – spiega Ronci – considerato che le maggiori autonomie che possono attribuirsi alle Regioni sono tali e tante (ben34), si può tranquillamente affermare che qualora fossero attuate ci troveremmo di fronte a una nuova “Torre di Babele”. 

E’ pur vero che se  il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi nutre forti dubbi che alcune materie elencate nell’art. 117 della Costituzione siano devolvibili interamente alle Regioni come: la finanza pubblica e sistema tributario; le grandi opere di trasporto e navigazione; l’energia ecc. non va trascurato però che  la Lombardia e il Veneto con referendum e l’Emilia-Romagna con voto del Consiglio Regionale hanno chiesto maggiori autonomie in tema di: Politiche del Lavoro Istruzione Salute Rapporti Internazionali e con l’UE; Tutela dell’Ambiente e dell’Ecosistema. Ma quale sarà l’impatto che questi nuovi criteri avranno sulle  Regioni a Statuto Ordinario, in particolare su quelle più deboli?

Per fare ciò si sono utilizzati i dati che la Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato il 17 gennaio 2019 relativi all’anno 2017. Tenuto conto degli accordi sottoscritti dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia-Romagna si è proceduto ad analizzare i finanziamenti da parte dello  Stato delle due materie più importanti tra quelle oggetto degli accordi: la spesa sanitaria, l’istruzione.

   Data l’impossibilità di calcolare la spesa per i fabbisogni standard – spiega ancora Aldo Ronci – poiché ad oggi ancora non si conoscono i criteri e i parametri per la loro definizione, si è pensato di fare riferimento, con una accettabile  approssimazione, alla spesa media nazionale pro-capite. L’attendibilità dell’analisi fatta con riferimento alla spesa media pro-capite storica è avvalorata dal fatto che la residenza del Consiglio dei Ministri ha previsto che, decorsi tre anni, qualora non siano stati adottati i fabbisogni standard, le risorse da assegnare vengono determinate sulla base del valore medio nazionale pro-capite”.

Proprio per queste considerazioni emerge un quadro allarmante. Per la spesa sanitaria vengono integrate le risorse della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia-Romagna e del Lazio  mentre vengono decurtate le risorse di tutte le altre regioni del Centro e del Mezzogiorno. L’Abruzzo subisce una decurtazione di 252 milioni di euro.

Per l’Istruzione vengono integrate le risorse della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia-Romagna e anche quelle della Liguria e del Piemonte. Mentre vengono decurtate le risorse di tutte le altre regioni del Centro e del Mezzogiorno. L’Abruzzo subisce una decurtazione  di 252 milioni di euro.

Per l’Istruzione vengono integrate le risorse della Lombardia, del Veneto dell’Emilia  Romagna e anche quelle della Liguria  e del Piemeonte. Vengono decurtate le risorse di tutte le altre regioni del Centro e del Mezzogiorno. L’Abruzzo subisce una decurtazione di 142 milioni di euro.

Le variazioni totali (spesa sanitaria più spesa per l’istruzione) delle risorse sono positive per la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Roma e il Lazio, sono negative per tutte le altre Regioni del Centro e del Mezzogiorno. L’Abruzzo cumula una decurtazione di ben 394 milioni di euro.

 

M.T.L.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.