Cultura

La storia calpestata di Celestino V

( di Mario Setta *)

 

Sulmona, 29 agosto– Nei giorni di agosto, in preparazione della cosiddetta Perdonanza Aquilana, che ha luogo dalla sera del 28 agosto al giorno successivo, si realizza una fiaccolata che parte dal Morrone e arriva a L’Aquila, portata da tedofori. La fiaccola simboleggia il messaggio di Celestino, il papa che aveva rassegnato le dimissioni il 13 dicembre 1294, dopo poco più di 100 giorni dall’incoronazione papale.

Un papa che muore  il 19 maggio 1296, imprigionato in una minuscola cella del Castello di Fumone, testimone della libertà del cristiano anche se, ancora oggi, la salma resta imprigionata in un’urna d’oro. Celestino non immaginava minimamente che le sue spoglie mortali sarebbero state rivestite dei paramenti pontificali per essere esposte alla venerazione dei fedeli. Più verosimilmente avrebbe preferito indossare, da morto, il saio della povertà  e rimanere nella grotta del Morrone, col suo stile di vita  umile e modesto.  

Pier da Morrone-Celestino V è un santo-papa che ha lasciato un’orma indelebile nella storia, tanto che recentemente, con l’esempio di Benedetto XVI – dimissionario come lui, è assurto a  modello di vita evangelica, libera da ogni potere che contrasti la missione di servizio e di dedizione totale all’umanità povera e abbandonata. C’è anche un fatto curioso, ma certamente provvidenziale, che la data del 13 dicembre (1969) sia anche la data in cui Jorge Mario Bergoglio, l’attuale Papa Francesco,  abbia  ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Come se il 13 dicembre stia a rappresentare un segno particolare nello scorrere del tempo, il classico  evangelico “kairòs”.

La vita di Celestino V  è stata una continua “conversione” (metànoia). Ne è testimonianza la stessa proclamazione della Perdonanza, che non è un normale anno giubilare, come quello  proposto nel 1300 dal successore, Bonifacio VIII. È una frattura. Un diaframma, che  infrange il ritmo del  tempo, la routine della vita. Con il rito della Perdonanza, Celestino intendeva proporre alla Cristianità Universale lo stile di vita evangelica: la conversione interiore. Era la realizzazione dell’Amore per Dio e per gli uomini, che fra Pietro aveva imparato e vissuto durante la sua permanenza sul Morrone, a contatto con la natura, con la gente semplice e povera della zona.

Dopo le dimissioni e con l’elezione di Bonifacio VIII, Celestino chiede al nuovo papa di tornare all’eremo di S. Onofrio. Richiesta che Bonifacio VIII nega, dicendogli: “Non voglio che tu torni all’eremo, ma mi segui in Campania”, come riferisce Tommaso da Sulmona. Passando da Montecassino, confida la sua idea di fuggire ad un sacerdote amico, che gli mette a diposizione una bestia da soma  e può così raggiungere il Morrone.

La gente di Sulmona viene a conoscere la notizia e sale a salutarlo. Non si reca a L’Aquila, dove aveva ricevuto la corona papale, per sottolinearne  la rinuncia, il rifiuto. Rimane all’eremo e vagabonda sul Morrone per alcuni mesi. Per timore di Bonifacio, che lo stava cercando, mentre alcune sue guardie catturano nell’eremo due frati, intraprende il cammino verso il Gargano, dove vi passa la Quaresima, tentando di recarsi in Grecia. Dopo una serie di traversie, viene catturato e condotto davanti a Bonifacio VIII, che lo spedìsce in una cella del castello di Fumone. Vi morirà il 19 maggio 1296.

Riguardo alla Perdonanza, che ogni anno si celebra nella Chiesa di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, analizzandone lo svolgimento negli anni, si resta esterrefatti di fronte alla fine penosa, cui è andata incontro. Non una forma di penitenza interiore, ma una indecenza. Forse è la prima volta che un vescovo, il card. Pedrocchi di L’Aquila, pronuncia parole profondamente evangeliche sul concetto e sulla realizzazione della Perdonanza:

“L’anima della Perdonanza è esperienza, ecclesiale e sociale, di riconciliazione e di comunione: con Dio, con se stessi e con gli altri. Dobbiamo mantenere una ‘vigilanza’ interiore, attenta e severa, per evitare che la mente e il cuore siano ‘distratti’ dal ‘centro di gravitazione’, spirituale e comunitario, di questo evento, finendo per disperdersi in iniziative di contorno, il cui fine è solo quello di essere ‘corona’ festosa e riconoscente per il dono della misericordia, ricevuta e trasmessa”.

  Pier da Morrone-Celestino V è  spesso ostaggio di una banda di impostori. E non da qualche mese. Da anni. Anzi, da secoli. Da quando il suo successore, Bonifacio VIII, lo fece rapire e rinchiudere in una cella del castello di Fumone. Cosa ha a che fare l’idea profondamente spirituale di Celestino con la kermesse dell’estate aquilana? La Perdonanza è diventata, in passato,  lo scempio di Celestino. La spettacolarizzazione teatrale, piuttosto che essere una pedagogica sacra rappresentazione, ne distorce e ne annulla il messaggio più profondo.

Le forme plateali stimolano  interesse e partecipazione popolare, ma riducono Celestino a personaggio da pantomima. E la corsa sfrenata alla processione di figuranti è segno di banalizzazione della vita e del messaggio celestiniano.

Un santo, come San Pietro Celestino, non si vendica mai. Ma richiama, rimprovera, “castiga”. D’altronde Dio dice di Se stesso: “Ego, quos amo, arguo et castigo” = “Coloro che amo li rimprovero e li castigo” (Apocalisse 3,19).

Storicamente, solo un papa alla ricerca dell’Assoluto, lacerato interiormente, ha cercato di cogliere il messaggio di Celestino. È stato Paolo VI, unico papa nella storia, che il 1 settembre 1966, si recò al castello di Fumone come segno d’una lezione da apprendere e d’un  cammino da riscoprire: la via di Celestino. Su questa via, il Papa intendeva incamminarsi nell’ultimo periodo della sua vita. Un desiderio, timidamente espresso (se ne parlò allora, anche sulla stampa), ma non realizzato: ritirarsi in preghiera sulla montagna del Morrone, a Sulmona, per prepararsi al passaggio nell’aldilà.

È evidente che la fiaccola di Celestino brilla sul Morrone. Il suo luogo privilegiato. Il luogo dove cercò di tornare subito dopo le dimissioni. Il trasferimento in altri luoghi della fiaccola (simbolo del messaggio celestiniano) è semplicemente un tradimento, una manipolazione, un’infamia, oltre che una falsità storica. Celestino  non è imprigionabile nelle stanze del potere, di ogni potere, anche in quello ecclesiastico.

La linea di demarcazione, come aveva ben intuito Silone ne “L’avventura d’un povero cristiano”, è ancora oggi quella di sette secoli fa: o con Celestino o con Bonifacio. È la  dialettica  tra lo Spirito e la Lettera, tra la Profezia e l’Istituzione. Metaforicamente, tra la tiara, il copricapo, che con Bonifacio VIII diventerà “triregno”, simbolo del potere temporale, e la chierica (tonsura), simbolo della consacrazione a Dio. Fortunatamente, la tiara è stata eliminata e venduta da Paolo VI per ricavarne fondi per aiutare i popoli del Terzo Mondo..

Sarebbe importante e necessario richiamare un concetto  semplice e profondo, eloquente e  terribile,  esposto in poche parole nella lettera di San Paolo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio,  ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”(2,6-8).

È la “kénosi”, parola derivante dal verbo greco “ekénosen”, che significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi”. Forse nessun passo della Scrittura è così sconvolgente come questo. In poche parole viene focalizzata la figura di Cristo-Dio, nella sua eccezionalità: rinuncia all’ “onnipotenza” divina e scelta  della “debolezza” umana. Su questa via, segnata dal sangue del Fondatore, si sono incamminati e continuano ad incamminarsi anche oggi  i poveri cristiani come Celestino.

 

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