Mercoledi, 17 ottobre 2018

  Bugnara: la lezione  e l’attualità  di Francesco De Panfilis (Don Ciccio)


2018/08/07 13:400 comments

  

 

 Se ne parlerà questa sera nella piazza Centrale a Bugnara (ore 21,00) dove Mario Setta, docente di lettere e filosofia ma anche storico terrà un’apposita conferenza nella  piazza principale del borgo. Setta è un testimone attento, documentato, di straordinaria cultura e intelligenza  ha dedicato anni di studio e di ricerca a ricostruire pagine importanti della storia di questo territorio. Dai documenti, abbastanza riservati, e soprattutto dalle pagine del libro  “Il Sentiero della Libertà, un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi” (Laterza 2003) emerge una figura straordinaria dell’uomo, del   parroco, dello studioso che i bugnaresi  amavano tutti ieri e… anche oggi. Ecco alcune anticipazioni

 

 Bugnara, 7 agosto Il parroco di Bugnara, don Francesco De Pamphilis, era uno strano personaggio. Nato a Sulmona l’11 febbraio 1900, a 17 anni era militare nella grande guerra. Consegue la licenza liceale al Liceo di Lanciano e frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia presso la regia Università di Roma. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1922 dal vescovo di Sulmona, Mons. Nicola Iezzoni, è insegnante e prefetto d’ordine nel seminario diocesano. Per quattro anni svolge attività di assistente religioso in qualità di cappellano nelle case di pena di Sulmona e Badia. Conosciuto come sacerdote attivo e di grandi iniziative, non nascondeva la sua scelta politica a favore del fascismo. Tanto che, raccontano oggi i vecchi di Bugnara, indossava pubblicamente la divisa fascista. Difatti era Centurione Cappellano della 131a legione M.V.S.N. (Movimento Volontari Sicurezza Nazionale). Ma è proprio in casa di don Ciccio, come comunemente veniva chiamato, che Calogero, Ciampi e Leonardo Lorusso si ritrovano per organizzare la fuga attraverso le montagne.

“Ricordo bene quella casa”, – dice oggi Ciampi. “In particolare ho un netto ricordo d’una cesta piena di fichi secchi”. Ma mentre si trovano in casa del parroco, qualcuno bussa alla porta. Sono i tedeschi. Don Ciccio si affretta a far scappare Ciampi e gli amici attraverso una porta secondaria. Con l’entrata in guerra dell’Italia e le terribili conseguenze, anche don Ciccio era diventato critico verso il fascismo. Per questo, in forza della sua missione sacerdotale, aiutava chiunque gli si rivolgesse, tanto che il 14 marzo 1944 viene arrestato dai tedeschi:

“A mezzogiorno del 14 marzo sono stato chiamato presso il Comando tedesco e arrestato, dopo un lungo interrogatorio. Capi d’accusa: aver organizzato o non aver denunziato la partenza dei giovani….”

Nella Cronistoria Parrocchiale, gelosamente conservata da un suo successore alla parroccchia di Bugnara, don Gregorio Paolilli, si possono leggere le seguenti annotazioni:

Ottobre 1943– È avvenuta l’occupazione tedesca; una macchina, tre soldati e la prenotazione per la truppa dei locali migliori. Ho raccomandato alle madri di tener ritirate in casa le proprie figlie, ho sospeso ogni attività di azione cattolica. Ho preso contatto col Comando Germanico, che aveva già ordinato la requisizione degli animali (bovini, ovini, suini ed equini). L’ordine è stato revocato, a patto che il popolo collabori. Intanto qualche casa è stata svaligiata dalle truppe che passano. Sulla strada maestra transitano di notte e di giorno migliaia di macchine. […] Dinanzi alle prime soverchierie dei primi occupanti ho alzato la voce di protesta e la minaccia. Ho reagito a mano armata contro un Comandante che di notte cercava di penetrare in case ove erano solo donne e ragazze. Il popolo si rivolgeva a me per soccorso (mentre gli uomini valorosamente fuggivano) e in diversi casi è stato efficace il mio tempestivo intervento.

Febbraio 1944– […] Dalle autorità tedesche è stato deplorato che alcuni uomini tentano di passar le linee: ne ho dato avviso alle Autorità Comunali e ad alcuni indiziati, affinché siano più prudenti specie nel dare ospitalità a prigionieri; la carità cristiana non può farci tradire chi ci comanda ospitalità, ma non si deve ciarlare o sfidare il pericolo per non rovinare se stessi e chi a noi si affida. Richiesto dal Comando tedesco, ho assicurato intanto che prigionieri qui non si nascondevano, per evitare rappresaglie dolorose, ma io stesso ne aiuto e rifornisco tanti.

Marzo 1944– Si risente terribilmente delle conseguenze della guerra e dell’attuale momento politico: la fame. Lo scorso raccolto è stato scarso; molti per tema d’uno sfollamento, avevano seppellito tanti viveri che sono andati a male; altri, allettati dai facili guadagni, hanno venduto nello scorso autunno gran parte delle provviste, a prezzi non sempre onesti. Dai paesi vicini ogni giorno è un pellegrinaggio di gente che vuol comprare a qualunque costo, di sfollati che chiedono l’elemosina, e si stringe il cuore di non poter dare a tutti un pezzo di pane o un piatto di minestra. C’è ancora chi si finge sfollato per mangiare. E la miseria si prevede nera, terribile, perché molti non hanno seminato per tema di non poter raccogliere, quando anche la nostra zona sarà premuta dal rullo oppressore della guerra che tutto abbatte. La maggior circolazione di carta monetaria permette finora di dare qualche aiuto, e si confida nell’aiuto della divina Provvidenza. Intanto mi sforzo di fare buona propaganda affinché si semini. Io stesso ne ho dato l’esempio, dissodando terreni incolti del beneficio parrocchiale e prendendo io stesso la zappa…… Da qualche tempo noto da parte dell’ufficiale tedesco che comanda il presidio, un contegno sospettoso nei miei riguardi; ho l’impressione che mi sfugga. Sarà per la sua vita morale poco corretta? Sarà per i suoi contatti con la borsa nera locale? Vedrà forse nel mio dignitoso silenzio un tacito rimprovero? Viene spesso a casa a cercarmi, ma quando lo incontro nulla mi dice….. Che non sia forse sospetta la mia persona e che non venga pedinato? O che non sia io stesso tradito?…..

Questi fascicoli della CRONISTORIA PARROCCHIALE non cadranno mai nelle mani del nemico, perché ho preso tutte le precauzioni in caso dovesse scatenarsi qualche tempesta, e però scrivo anche qualche mia leggerezza, se leggerezza può chiamarsi, affinché i miei Superiori siano al corrente di tutto, in caso di rovescio, e, pur condannando me, salvino la mia chiesa e i miei filiani. a) Nel mese di dicembre ho fornito due carte di identità false a due poveri ebrei minacciati di fucilazione se presi senza documenti (mi furono presentati e raccomandati dal sig. Marcone Umberto di Sul.); b) per evitare rappresaglie contro detentori di armi da fuoco, avevo raccolte tali armi con munizioni in una cassa nei sotterranei della chiesa, ben celate, ed un moschetto nella casetta della Madonna della Neve; c) avevo dato ospitalità a molti sbandati e perseguitati politici (avv. Di Ciccio, Prof. Calogero, Prof. Ciampi, ecc. ecc.); d) ho unito in matrimonio nelle loro case private molti sposi che temevano di venir rastrellati per lavori e volevano restar nascosti; e) avevo prenotato una casa ai piedi del monte per ripararvi di notte dai rigori della neve prigionieri che chiedevano di essere salvati. La carità cristiana e non altro sentimento m’ha fatto osar tanto, ma ho agito con tale prudenza che nessuno ha potuto nutrir sospetti. Eppure temo, non i dominatori del momento, ma qualche vile che covi in cuor suo dell’odio e approfitti del favore tedesco per rovinarmi. Spero di no.”

Nel marzo del ’44, Ciampi è deciso per la traversata. Con Calogero si reca dalla famiglia Autiero. “Ho conosciuto Ciampi in compagnia di Calogero, quando sono venuti a casa mia per preparare la traversata”, afferma Carlo Autiero.

Carlo nasce a Sulmona il 24.2.1916. Il padre, medico, aveva studiato a Napoli, nel collegio della Carità, con Benedetto Croce e il fratello Enrico. Carlo e il fratello Oscar, che aveva fatto la campagna di Russia, sono in procinto di realizzare la loro fuga verso il Sud. Ciampi decide di unirsi al gruppo. La partenza è fissata per il giorno 24 marzo 1944.

“Non ho mai capito perché Calogero non sia venuto con noi” dice Carlo Autiero.

Infatti Calogero preferisce restare a Scanno piuttosto che avventurarsi attraverso le montagne. Ma, più esattamente, “perché ebbe l’ordine di rimanere nel territorio occupato dai tedeschi  per svolgervi la sua attività politica”, come ha ricordato lo stesso Ciampi.  Anche Sadun resta a Scanno. Dopo la tragica avventura dei fuggitivi caduti nelle mani dei tedeschi, Sadun, che in un primo tempo aveva deciso di unirsi agli altri nella traversata, cambia idea e stabilisce di fermarsi a Scanno, anche perché l’arrivo degli alleati sembra ormai prossimo.

“Io no, non partii” dice con fermezza Sadun. “Ciampi era deciso a tentare la sorte. Ad ogni costo, pur di raggiungere le linee alleate. Io non avevo il coraggio di lasciare sola mia madre. E rimasi a Scanno fino a giugno, all’arrivo degli alleati. Solo allora, dopo aver attraversato indenne un pericoloso campo minato a Barrea, mi diressi verso le truppe alleate polacche, arrivando a Venafro e infine a Napoli, dove riabbracciai mia sorella, mio cognato e mio fratello che operava con gli americani alla direzione della radio di Napoli. Da lì, tornai a Sulmona e a piedi raggiunsi Scanno, dove ritrovai mia madre e, finalmente, insieme, tornammo a Roma”.

Dalle parole, ma soprattutto dal volto di Beniamino Sadun si coglie nettamente la forza d’animo di chi ha saputo resistere alle terribili traversie della vita. “Ho cercato di difendermi da solo. Se sono ancora vivo, vuol dire che ce l’ho fatta!”, conclude il suo racconto. La colonna di fuggitivi, di cui fanno parte Ciampi, Autiero ed altre persone è guidata da Alberto Pietrorazio. Partono da Sulmona, attraversano il Guado di Coccia e si dirigono verso Casoli, dove si trovava il Comando Alleato. Durante la traversata, Oscar Autiero ha un momento di grande debilitazione, di profonda sonnolenza, tanto che non vuole proseguire il cammino.

“Ciampi aprì lo zaino e tirò fuori alcune zollette di zucchero” dice il fratello Carlo. “Dopo averle masticate, mio fratello si riprese subito e riuscimmo ad arrivare fino a Casoli”. Ma a Casoli, i guai non erano finiti. Vengono separati e condotti in celle di reclusione. “Mi portano a Paglieta, – racconta Carlo Autiero – dove c’era un campo di concentramento, fatto con tende, guardate da soldati inglesi. Mi spogliarono di tutto. Mi portavano ogni mattina da Paglieta al comando inglese, che si trovava in due vagoni dismessi nella stazione di Guglionesi. Ci interrogavano chiedendoci le generalità e facendoci ogni giorno la stessa domanda: Chi conosci? Dopo circa quindici giorni mi vengono prima riconsegnati gli effetti personali e poi gli ufficiali inglesi si alzano sull’attenti e mi stringono la mano. Che cosa era accaduto? Gli inglesi avevano preso le informazioni sul nostro conto e si erano accertati sulla nostra posizione politica. Ci accompagnarono fino a Bari, dove mio fratello Oscar riprese il posto al Ministero della Difesa ed io mi misi a disposizione del comando inglese”.

Carlo Azeglio Ciampi incontra maggiori difficoltà. Sul suo passaporto c’è un “visto” rilasciato dalla dogana tedesca. Viene quindi ritenuto una spia e lasciato per parecchi giorni in stato di detenzione. In qualità di studente universitario, quale premio per la sua riuscita negli studi e per le sue capacità intellettuali, aveva trascorso poco più di un semestre presso l’Università di Lipsia per approfondire le ricerche filologiche.

Il 6 luglio 2000, nel discorso pronunciato in occasione del conferimento della Laurea “honoris causa”, offertagli dall’Università di Lipsia, lo stesso Presidente ha ricordato il suo debito alla cultura tedesca:

Sono ancor oggi grato all’Università di Lipsia per aver ospitato un giovane studente italiano che dal novembre 1940 al luglio del 1941 attinse alle fonti della scuola tedesca di filologia classica di cui Lipsia, insieme ad Heidelberg e Koenigsberg, era la culla. Erano tempi drammatici. Ricordo bene lo sgomento di un amico di studi tedesco che, nel dirmi “vinceremo ancora altre battaglie, ma perderemo la guerra”, disvelava l’esistenza di un’altra Germania che s’opponeva alla tirannide. Ma già allora avevamo la consapevolezza intuitiva che il collegamento indelebile fra cultura tedesca e italiana e valori classici sarebbe sopravvissuto all’alleanza del nazismo e del fascismo.

Durante il percorso da Sulmona a Casoli, Ciampi aveva portato con sé, “nei calzettoni”, come lui stesso ha recentemente ricordato, un manoscritto di Guido Calogero sul liberal-socialismo, per consegnarlo a Tommaso Fiore, a Bari. (h. 13,00)

Mario Setta

 

 

 

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