Cultura

La guerra non uccide l’amore

Ha 88 anni, Walter Leslie Jagger. Nato nel Surrey, in Inghilterra, il 28 gennaio 1917. Seduto comodamente su una poltrona, in casa Salutari, a Castelvecchio Subequo, in provincia dell’Aquila, non sembra così alto come realmente è. Un metro e novanta, circa. Leslie torna spesso a Castelvecchio, ospite della famiglia Salutari. Come allora, nel 1943-’44, quando fuggiasco sulle montagne del Sirente cercava un posto in cui nascondersi e dove trovare qualcuno che potesse dargli un po’ di pane. Fu un ragazzo, Giovanni, allora dodicenne (nato a Castelvecchio il 26.6.1931) che per primo aveva avvistato l’amico di Leslie, William Pusey, e lo aveva avvicinato. Giovanni è, ora, in questa stanza, di fronte a Leslie. Ci sono anche i suoi figli, Tonino e Mariella, con gli stessi  nomi dei nonni. Due giovani intelligenti che partecipano attivamente al colloquio. Mariella, una laurea in Lingue straniere, interpreta meravigliosamente le parole e il pensiero di Leslie, che riferendosi ai suoi benefattori li chiama ancora  “papà Antonio e mamma Maria”.

«Avevo dodici anni  – ricorda Giovanni – e accompagnavo un siciliano, un certo Passalacqua,  che portava a pascolo le nostre pecore. Un centinaio. Anche lui era uno sbandato. Era di pomeriggio e stavamo sulla montagna di Mondrillo, quando vedemmo spuntare un uomo e capimmo subito che si trattava di un fuggiasco. Si avvicinò e a forza di gesti ci fece intendere che voleva qualcosa da mangiare. Non avevamo più niente, perché avevamo già consumato il nostro pasto. Gli dicemmo però che poteva restare con noi e ci recammo nello stazzo dove avrebbero dormito le pecore. Dormivamo in una casetta lì vicino. William mangiò e restò con noi. Dopo qualche giorno disse che aveva un amico, rimasto in un altro luogo della montagna, forse Baulle,  e che sarebbe andato a chiamarlo. Accettammo e William tornò con Leslie ».

Sulmona, 8 giugno – “Eravamo saltati giù dal treno, nei pressi di Collarmele, –  racconta in un italiano un po’ stentato ma comprensibile il vecchio Leslie – dove il treno procedeva a passo d’uomo. Sapevamo che il macchinista, un italiano, rallentava appositamente per favorire la fuga dei prigionieri. Era di notte. Provenivamo dal Campo 21 di Chieti, trasferiti al Campo 78 di Sulmona e di qui a Roma e in Germania. Non appena il treno si allontanò, ci nascondemmo sulle montagne. Il giorno dopo ci mettemmo in cerca di cibo. Prendemmo vie diverse, sperando di trovare aiuto e ospitalità, con la promessa di incontrarci di nuovo. Arrivai vicino ad Avezzano, dove un gruppo di operai lavoravano in una galleria. Chiesi un po’ di pane e formaggio, che mi venne subito offerto. Anzi, una donna, la moglie di un operaio, mi invitò a mangiare con loro. Poi mi indicarono una grotta, dove avrei potuto nascondermi. Non restai in quella grotta, perché avrei dovuto rincontrarmi con William. Tornai dove ci eravamo separati, e ritrovai William che mi disse di aver trovato un bel posto, una grotta in cui  sistemarci. Mi dice anche che una ragazza, la figlia della famiglia Salutari, sarebbe venuta a portarci il cibo “.

La famiglia Salutari abitava a Forca Caruso. Poche casette vicino al valico tra la valle subequana e la Marsica. La famiglia era composta dai genitori e da sei figli, cinque femmine e un maschio. Iolanda, diciassette anni, si incaricava di portare il cibo ai fuggiaschi.  Leslie Jagger era sposato ed aveva dovuto lasciare la moglie in Inghilterra, William Pusey era scapolo. Ed è William che si innamora di Iolanda. Leslie, dopo alcuni mesi di permanenza presso la famiglia Salutari, decide di partire per raggiungere le linee alleate.

«Un pomeriggio  – ricorda Leslie –  io e William ammiravamo  la Maiella illuminata dal sole rosso del tramonto. William mi dice: “E’ la porta della libertà”. Avevo deciso di partire, perché eravamo al corrente della possibilità di attraversare la Maiella. Anche qui, in paese, si sapeva delle traversate da Sulmona attraverso il Guado di Coccia fino al comando alleato. Eravamo in contatto con altri prigionieri nascosti nella zona. Ma William era titubante. Mi disse di aspettare ancora qualche tempo prima di partire. Dopo circa due settimane mi confessa: “Leslie, io non vengo perché mi sono innamorato di Iolanda”. “Ma io vado”, gli rispondo. Era il mese di gennaio del 1944. C’era tanta neve. Perciò i tedeschi non passavano. Non abitavamo più nella grotta, ma in casa, nel pagliaio, sopra la cucina, attraversato dalla canna fumaria, con la quale cercavamo di riscaldarci. Eravamo consapevoli che quella ospitalità diventava sempre più un grave pericolo per loro. Sapevamo che rischiavano la fucilazione se i tedeschi avessero saputo della nostra presenza. Una volta, vedendo che i tedeschi stavano per entrare in casa, corriamo a nasconderci sotto il letto. Ma c’erano le patate e ci buttiamo ugualmente sopra le patate. Un tedesco entra nella stanza dove stavamo rannicchiati sotto il letto, tanto che io potevo vedere i suoi stivali ».

«Iolanda – ricorda la sorella Elisabetta, – prende allora il tedesco sottobraccio e dicendogli di sapere dove stava il suo “kamerad” lo conduce nella casa accanto. Mia sorella aveva un carattere forte e intraprendente ».

«Topi e pidocchi ci facevano compagnia. Non solo. Quell’inverno – ricorda Leslie – ci fu una epidemia tra le pecore. Ne morirono una ottantina. Anche un tacchino fu trovato morto. Lo mangiammo lo stesso. Fui comunque irremovibile nella decisione di partire. Mi misi in cammino insieme a Martin, un americano, e ad una guida italiana che ci lasciò ai piedi della montagna. Proseguimmo da soli la salita, accompagnandoci con altri uomini e donne che si davano alla fuga. Giunti a Palena, ci accorgiamo che il paese è pieno di tedeschi. Cerchiamo di oltrepassare il villaggio, ma un gruppo di tedeschi ci spara addosso. Veniamo catturati e spogliati di scarpe e cinture in modo da non poter scappare. Ci riconducono al campo 78 di Fonte d’Amore, a Sulmona. Da qui, in treno, in Germania, in un campo di concentramento, a Rothenburg, dove sono rimasto  fino alla fine della guerra».

William Pusey rimase presso la famiglia Salutari. Finita la guerra in Abruzzo e partiti i tedeschi, nel mese di giugno 1944, William, che aveva imparato a parlare italiano, si mise su un balcone e annunciò alla gente di Castelvecchio che era innamorato di Iolanda e che presto l’avrebbe sposata. Infatti il 25 giugno 1944 fu celebrato il matrimonio in chiesa, avendo anche accettato di convertirsi al Cattolicesimo.

Nella parrocchia dei SS. Battista ed Evangelista di Castelvecchio Subequo, sul Registro dei Matrimoni, è conservato l’ Atto di Matrimonio, celebrato dal parroco Sac. Paolo De Crescentiis, tra Guglielmo Giorgio Pusey, nato a Hythe Southampton il 10.3.1912, di professione ufficiale dell’ esercito britannico, e Iolanda Salutari, figlia di Antonio e Maria Musti, contratto  secondo le disposizioni della Santa Romana Chiesa,  il 25 giugno 1944. Le pubblicazioni ecclesiastiche erano state eseguite dal 18 al 24 giugno, mentre per quelle civili era stata applicata la norma dell’ art. 13 della Istruzione 78 della Sacra Congregazione dei Sacramenti circa l’ esecuzione dell’ art. 34 del Concordato stipulato l’11 febbraio 1929 tra la S. Sede e il Regno d’Italia, relativo alla celebrazione del matrimonio agli effetti civili.

«Purtroppo, dopo qualche giorno – racconta Elisabetta Salutari –  William dovette andare a Napoli con altri soldati inglesi. Mia sorella Iolanda dovette restare a casa. La gente le diceva che l’inglese non sarebbe più tornato, ma mia sorella era sicura del contrario. Infatti, dopo qualche mese William torna a Forca Caruso e riparte portando con sé la moglie in Inghilterra.»

Si sistemarono a Southampton, dove sono vissuti, dando alla luce tre figlie. William era militare di carriera. Una volta fu ospite della regina Elisabetta II. Iolanda è deceduta in Inghilterra nel 1972, dove si trova la sua tomba. Successivamente anche William muore, nel 1983.  Ma prima di morire esprime quali ultime volontà che il suo corpo avrebbe dovuto essere cremato  e  le ceneri divise: una metà deposte accanto alla tomba della moglie Iolanda, in Inghilterra, e l’altra metà sarebbero dovute essere sparse sulle montagne vicine al Sirente, nei pressi di Castelvecchio Subequo, dove aveva  trovato l’ Amore e trascorso il più bel periodo della sua vita.  Le figlie, venute in Italia dopo la morte del padre, hanno esaudito le sue volontà.

Mario Setta

 

Dal libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale

a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

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