di Michele Iovine

Sempre più persone temono di essere diventate «razziste» nei confronti del popolo cinese, dei suoi prodotti, della sua manchevole concezione della vita umana; e degli zingari, dei nomadi. Di razzismo di parla tanto (mai abbastanza, a quanto pare) e tanto a sproposito, spesse volte senza manco domandarsi (né tantomeno rispondersi) sulla effettiva essenza della questione, su quali possano essere le sue radici storiche, politiche e sociali, o provare a darne una definizione da dizionario. Nessuno si è mai chiesto cosa significhi veramente il termine “razzista”, e se sia un aggettivo o un sostantivo (risposta: è sia aggettivo che sostantivo, ed esiste anche l’aggettivo “razzistico”). Non chiamatemi diffidente o malpensante, ma credo che in Italia propaganda e voti (e quindi seggi e posti e nomine e poteri) qualcosa ancora contino, e se è vero che alcune forze politiche intercettano il consenso delle frange di elettorato più riottose verso il nuovo e il diverso, d’altra parte c’è chi macina altrettanti suffragi predicando un ecumenismo di quart’ordine, non meno stucchevole dei turgori xenofobi dei suoi avversari. I primi minimizzano: non sarebbero razzisti, ma soltanto «padroni in casa nostra». Il problema è posto male in nuce: nessuno vuole espropriare le loro abitazioni, non si entra nel privato. La questione è di diritto pubblico, attiene alla convivenza civile nel medesimo territorio. E la strada non è casa di nessuno (o meglio: è lo di tutti, ma di tutti davvero). I secondi hanno scomunicato per sempre – con tanto di rogo e damnatio memoriae – il lemma “razzista”, conferendogli una becera connotazione di odio, violenza, discriminazione nei confronti di qualcuno o qualcosa. Nell’affermazione delle rispettive tesi, non c’è storia: i secondi prevalgono. Sarà che effettivamente una certa egemonia culturale esiste (ma se esiste è vero anche che essa è ampiamente favorita dai primi, che parlano a platee urlanti e incolte perlopiù ricorrendo al rigurgito e al borborigmo). E all’egemonia culturale, si sa, il cittadino medio non può non conformarsi. Lo diceva Gramsci che per conquistare il potere si sarebbe dovuto conquistare la cultura. Ma noi, che grazie a Dio ancora ragioniamo (a differenza dei primi), e ancora lo facciamo con la nostra testa (indipendentemente dagli “egemoni” della cultura), soffermiamoci e distinguiamo.
Fateci caso. Si può essere razzisti senza essere violenti, e violenti senza essere razzisti. La dichiarazione effettuata da Tizio: «Appartengo alla razza bianca, e credo che essa sia antropologicamente superiore alle altre» è fortemente razzista, ma non è affatto violenta. Se, viceversa, Caio piglia un bastone e lo picchia sulla testa di Sempronio, allora sì che Caio sarà stato violento, ma cosa c’entrerà il razzismo? E ancora: è possibile essere razzisti senza discriminare («in cuor mio credo di appartenere ad una razza superiore alle altre, ma nel sociale tratto tutti allo stesso modo»), e discriminare senza essere razzisti (una ragazza che sceglie il proprio fidanzato tra più pretendenti avrà operato senz’altro una discriminazione di alcuni tra loro in favore del suo prediletto, ma non sarà stata razzista). Potremmo andare avanti all’infinito. Si può odiare senza essere razzisti, ed essere razzisti senza odiare: mai confondere il razzismo con l’odio razziale. Posso pensare le peggio cose sul conto di altri popoli, senza per questo odiarli.
I miei interlocutori – quelli di inizio-articolo – non sono razzisti. Nessuno di loro ritiene di appartenere ad una razza biologicamente superiore a quella rom o a quella cinese. I motivi che inducono la loro avversione sono semplicemente di ordine pubblico, nel primo caso; e di matrice culturale (rispetto della vita umana e dei diritti sindacali) nel secondo.
Il Codice punisce come delitto l’istigazione all’odio razziale (arringo una folla perché aggredisca tutti gli Asiatici che incontra): l’odio – e non solo l’odio razziale: l’odio sociale in genere – è concepito dal nostro ordinamento come un disvalore, considerato materia penale, e puniti i suoi assertori. Dal 1993, inoltre, è prevista l’aggravante razziale: qualsiasi reato (ingiurie o percosse, ad esempio) è punito in maniera più severa se commesso unicamente in ragione dell’appartenenza razziale della vittima (ti insulto o ti pesto soltanto perché sei di pelle paonazza). E siamo d’accordo.
Ma – di grazia – come si potrebbe mai punire il razzismo? Il razzismo è una dottrina politica (in Italia dal finire degli anni Trenta lo è stato) e insieme una condizione dello spirito, l’estensione sociale del complesso di superiorità. È l’altro nome con cui si può chiamare la coscienza di chi crede nella superiorità antropologica della propria razza. È una convinzione, un sentimento. E come si fa a punire un sentimento o una convinzione? Se torno a casa, trovo mia moglie a letto con un altro e la uccido, sarò perseguito per l’omicidio, non perché sono un uomo geloso. Sarò punito per quello che avrò fatto, non per quello che intimamente sento. Allo stesso modo, se esco per strada, trovo un individuo appartenente ad una razza diversa dalla mia e lo insulto, sono da punire per le ingiurie, non perché lo considero inferiore. Anche qui: mi si punisce per ciò che ho fatto, non per ciò che penso. E poi: quanti uomini si sentono migliori di altri in ragione di una semplice caratteristica? Dovrebbero essere tutti arrestati, allora? Il giorno in cui si attestasse che è lecito punire gli uomini in forza dei sentimenti che provano, magari un legislatore pazzo potrà inventarsi il reato di invidia, o quello di indifferenza o – perché no? – quello di amore. E parimenti: come si può punire qualcuno in forza di una sua semplice convinzione, per quanto delittuosa che essa sia? Se ritenessi che sia giusto sterminare gli Africani, e lo ritenessi senza però minimamente provarci o istigare altri a farlo, chi mai potrebbe incriminarmi?
La concezione kantiana, secondo cui il diritto penale dovrebbe ottenere l’emenda morale, cioè la effettiva redenzione del cittadino e dei suoi più profondi assunti, è stata ormai abbondantemente superata. Perché la rieducazione del condannato, fine ultimo cui tende la pena, possa dirsi avvenuta, basta che il soggetto, uscito di prigione, «non lo faccia più». Non che non lo pensi.
Caposaldo imprescindibile di una certa retorica è diventata la parola “tolleranza”, che secondo me è quanto di più razzista ci sia. Da noi l’eguaglianza non esiste: il “diverso” è tollerato, come fosse un peso morto o un fastidio; o protetto (e perché mai? se è uguale a me, lo è sia nelle dignità che nelle seccature). La vignetta in cui un negro (o “un uomo nero”. Ricordate? ne parlammo già: “negro” è sostantivo, “nero” è aggettivo) pur lavandosi non si sbianca è vista come una caduta di stile, una insopportabile ineleganza: negro non è sinonimo di sporco, e il discorso non fa una grinza; ma per una barzelletta sulle bionde o sui carabinieri ridono tutti di gusto, come se fosse poi vero che “bionda” e “carabiniere” siano sinonimi di “idiota”.
Come vedete, dunque, le contraddizioni, le aporie, i paradossi possibili si sprecano. Le soluzioni sono due. Questa patina, che come un cordone ideologico preserva alcuni ed espone altri alle punture e agli starnuti del mondo circostante, potrebbe essere raschiata in nome dell’eguaglianza. Resta solo da scegliere se in favore della soluzione più “sbottonata” (si può dire tutto, e allora sfottiamo bionde, negri, carabinieri e rubricisti del Corriere peligno), oppure di quella più “prudente” (non si può dire niente, e allora taciamo).
Personalmente preferisco la prima, e al bando tanti pèrmali, ma che non si ottenga torcendo un capello ad alcuno. Lo dico a chi usa violenza e si spaccia per razzista: i veri razzisti non discriminano e non odiano. Si limitano a coltivare un pensiero, e – udite udite – se restano in quest’alveo senza degenerare sono addirittura gentiluomini. Gli altri si chiamano imbecilli, e finiscano in galera.
Poscritto. Lo spunto per quest’articolo mi è stato lanciato da uno sfogo in forma di corsivo apparso in questi giorni sul “Riformista” a cura del direttore Emanuele Macaluso. È successo questo: il vignettista Vauro Senesi, nell’anno 2008, avrebbe ritratto la giornalista ebrea Fiamma Nirestein con la stella di Davide, il fascio littorio, e soprattutto col naso adunco, come usa nella più classica tradizione anti-giudaica. Peppino Caldarola, commentando sul Riformista quella vignetta, avrebbe scritto “sporca ebrea” (testuale, comprensivo di virgolette). Vauro lo avrebbe querelato (perché «non intendevo dire questo») e un giudice pochi giorni fa gli avrebbe pure dato ragione. Mi permetto sommessamente di fare rilevare a Vauro Senesi che per attribuire a qualcuno un determinato pensiero si usano le virgolette basse (dette a caporale o a sergente: « »); le virgolette che Caldarola utilizzò all’epoca (quelle alte o inglesi: “ ”) servono semplicemente «per indicare espressioni figurate e gergali o anche per marcare una connotazione ironica» (Zingarelli dixit). È come se davanti ad un fotomontaggio di Berlusconi con la maglia di Che Guevara qualcuno dicesse: l’hanno conciato come un “pericoloso comunista”.
Da parte mia, non polemizzo con Vauro circa il suo reale o presunto anti-sionismo: degli Ebrei come di chiunque altri egli può pensare e dire quel che crede (avrei scritto questo pezzo per niente, sennò); al tempo stesso, però, rivendico il diritto di Caldarola di pensare e dire quel che crede di tutta la realtà che lo circonda, compresi i disegni di Vauro (e specie se lo fa con le virgolette alte). Guarda caso: il discorso sull’eguaglianza di cui sopra.


