di Michele Iovine
Sulmona,1 aprile- Amici lettori, secondo voi – voglio un parere spassionato – è più facile controllare un solo uomo, o controllarne sessanta milioni? Sì, volendo proprio spiare, condizionare, vincolare, o anche solo indirizzare qualcuno, è più semplice farlo con un uomo solo o con una moltitudine indistinta di uomini? La risposta – che vi do io, perché non ho tempo di attendere che ci pensiate per poi riscrivere l’articolo – è ovviamente la prima. Controllare un uomo solo è decisamente più agevole: se pure lo incateno, bene o male lo controllo. E se invece volessi controllare sessanta milioni di uomini, come potrei fare? Potrei conquistare un Paese con le armi e governarlo in maniera autarchica, dittatoriale, è vero, ma mi esporrei sempre e comunque ai pericoli di controrivoluzioni o attentati alla mia persona, e forse farei la fine di Mitridate, che assunse tanto antidoto contro i veleni per il timore di un regicidio a suo danno, che quando volle egli stesso avvelenarsi non vi riuscì. Ma oggi, nell’epoca dei mezzi di comunicazione di massa, i tempi sono cambiati, e se è vero come è vero che condizionare la condotta di sessanta milioni di persone è impresa improba rispetto al farlo con un uomo solo, è vero anche che, per riuscirci, è sufficiente fare in modo che questi sessanta milioni di persone si somiglino tra di loro sempre di più, fino quasi a diventare un uomo solo. È la logica delle mode, di tutte le mode. Fabbricare pantaloni o camicie per una sola persona è facilissimo, basta con oscerne i gusti; farlo per sessanta milioni di persone dai gusti tutti diversi è impossibile.
Vale lo stesso anche per ciò che riguarda la classe politica. Dopo la seconda Guerra mondiale, i candidati al Parlamento conducevano le campagne elettorali vestiti peggio della gente comune, e pensare che la gente comune era ridotta davvero alla fame. Anche ai giorni nostri, il Berlusconi anno di grazia 2001 girò l’Italia in maglioncino, e Franceschini, durante tutto il periodo in cui è stato segretario del Pd, avrà indossato la giacca sì e no tre volte, e solo alla Camera o in qualche trasmissione televisiva. Fanno di tutto perché li sentiamo “dei nostri”. Ma pensate a quale silente eppure efficacissima Rivoluzione potremmo porre in atto semplicemente essendo tutti diversi, l’uno differente dall’altro. Avremmo una classe politica che, non conoscendo più la propria base elettorale, non saprebbe manco come sedurla. Comincerebbe a temerla, proprio come si può temere qualcuno che non si conosce ma della cui pazienza si sta abusando da decenni, e magari farebbe anche qualcosa di decente per noi.
E con le donne è lo stesso. Avete mai provato a conquistarne una spiegandole i (buoni, ottimi) motivi che porterebbero a un radicale mutamento dell’opinione dominante, qualunque essa sia? Non ci riuscirete mai: la discussione diventerà verbosa (c’è solo parlare), unidirezionale (parlate sempre voi, senza darle modo di replicare o di eccepire), e perde di quella che con un’espressione d’altri tempi si chiama “atmosfera”.
E in fondo, pensandoci bene, le categorie di persone che più di altre debbono essere sedotte sono appunto le donne, gli elettori, e i consumatori.
Quanto detto, ovviamente, vale non soltanto nei rapporti verticali, quelli intercorrenti tra governanti e governati, ma anche nei rapporti orizzontali, cioè tra di noi, tra simili, tra pari. I seduttori, in pratica, sono vittime e carnefici insieme dell’esercizio di un potere, il potere di seduzione, che essi subiscono ed esercitano confondendo le due azioni, quasi intendendole come energie di segno opposto che fluttuano in direzione contraria senza soluzione di continuità.
Tanti uomini mi hanno raccontato di conquistare le donne semplicemente informandosi sui loro gusti e poi modellandosi, esemplandosi su quelli, cioè recitando l’ideale d’uomo che quella donna diceva di ricercare. Il mio amico giramondo, il più carismatico tra i seduttori in attività (sto pensando che dovrei diventare il più seduttivo tra i carismatici: non sarebbe male), ebbene, il mio amico giramondo, a suo tempo, guardava tutte le puntate di Dawson’s Creek per avere qualcosa di cui parlare, la mattina dopo a scuola, con le compagne di classe. È una forma di seduzione, e nasce dal conformismo. Il seduttore pare che dica: «Cara mia, noi siamo uguali. In me non c’è niente di estraneo, diverso, ignoto; niente che tu non conosca. La scoperta di me sarà una scoperta soltanto piacevole: non ti tedio, non voglio cambiare il mondo, non faccio polemiche. Il margine di sorpresa che ti riservo è comunque relativamente contenuto, ci muoviamo entro un recinto comune». E in questo comune recinto, lui sembra sempre alla ricerca di qualcuno che lo completi: l’assunto aristotelico dell’uomo come animale politico non potrebbe trovare testimonianza migliore dell’incessante e compulsivo bisogno di completezza dei seduttori, che si traduce poi in una forma marcata e spesso nient’affatto maldestra di ruffianeria (detto in senso buono, s’intende).
Il risultato è che – udite udite – un uomo seduttivo difficilmente sarà bello. In questi giorni mi capitava sotto gli occhi questo aforisma (non contestualizzabile perché il suo autore, Nicolas Gomez Davila, si è espresso praticamentesolo per aforismi): «Lo sprezzo dell’attualità è l’ascesi della santità estetica». Comunque la pensiate su Davila, personaggio controverso, pensatore originale (ma del resto quale pensatore non dovrebbe esserlo?), bisogna ammettere che aveva ragione. La santità estetica è ovviamente la Bellezza, che secondo Davila sarebbe data soltanto dallo sprezzo dell’attualità, cioè dal rifiuto del conformismo, dell’opinione dominante. È Bello ciò che è “diverso”, nuovo,singolare. Avete mai sentito dire che «il mondo è bello perché è vario»? Niente di più vero. Uno può essere carino, leggiadro, grazioso; può essere una “bonazza” (o un “frescone”, che dalle mie parti è il corrispondente maschile della bonazza), ché questo attiene all’esteriorità, a quel che appare. Mai confondere l’esteriorità con l’Estetica. L’Estetica è proprio lo studio del bello, e la dignità, la bellezza antropologica delle nostre vite risiede appunto nella loro originalità. Se fossi identico a qualcun altro, quale gusto potrei trovare nello stare al mondo? Se sono uguale a Tizio, se rincorro i suoi stessi canoni (di pensiero, di postura, di abbigliamento, di lessico), che ci sto a fare al mondo? non basta che ci sia lui? E allora mai un conformista potrà davvero essere Bello, estetico.
E, a proposito di recinto comune, abbiamo detto che il seduttore non ha alcuna volontà di cambiare il mondo. Eppure apparentemente – ecco: esteriormente – ne dà l’impressione. È la proiezione, tipica dei seduttori, verso un avvenire altrove, a trasmettere quest’idea. Proiezione verso altri tempi e altri spazi, che può sostanziarsi ad esempio nell’uso reale o implicito della voce verbale “partiremo”, a sedurre. Ma questa, amici miei, non è Rivoluzione: questa è semplice avventura. E l’avventura è seduttiva perché rassicurante: a differenza della Rivoluzione non costringe a porsi domande e soprattutto non promette sacrifici.
Appunto per questo, efficacissima tecnica di seduzione è la leggerezza. Il seduttore – come anticipavo appena sopra – non promette un solo sacrificio che sia uno alla donna che intende sedurre, e quei valori che sono considerati «patrimonio comune di tutti i gentiluomini» sono, per i seduttori, valori di comodo, da utilizzare quando conviene, di cui pigliare soltanto il buono. Esistono seduttori cattolici che non si fanno problemi nell’intrattenere rapporti sessuali pre-matrimoniali, seduttori marxisti che acquistano egualmente i prodotti delle grandi multinazionali, eccetera. E allora del Cattolicesimo e del Marxismo essi pigliano la parte migliore, quella relativa a un certo solidarismo che, bene o male che sia razzolato, è sempre predicato che meglio non si potrebbe.
Pensate al profilattico. Vi spiego: che cos’è la responsabilità, chi è responsabile? Responsabilità deriva dal latino respondeo, che significa né più né meno che “rispondere”. Rispondere delle proprie azioni, pagare di persona. Se vuoi un atto, ne accetti le conseguenze. Quando entro in un supermercato, sono liberissimo di acquistare anche tutta la merce esposta, ma debbo accettare le conseguenze di questo mio gesto: debbo cioè passare per la cassa e pagare il prezzo. Voglio un atto (un determinato acquisto), e ne accetto le conseguenze (su tutte, il pagamento del prezzo). Allo stesso modo, sono egualmente libero di volere l’atto sessuale, ma per essere considerato responsabile devo accettarne tutte le conseguenze (malattie? malattie; gravidanze? gravidanze). Prendersi solo il buono della vita e delle cose non è responsabilità. Ma non perché lo dico io; non lo è in senso etimologico. Colui che usa il preservativo sarà al massimo prudente, ma non responsabile. E la prudenza è seduttiva, la responsabilità no. Perché la prudenza non promette sacrifici. Mi hanno sempre suscitato una certa perplessità quegli automobilisti che, dopo aver violato per chilometri i limiti di velocità, rallentano in prossimità di un autovelox. Non li condanno (per me possono correre) ma – dico io – se proprio credono in quello che stanno facendo, ne accettino tutte le conseguenze (cioè: siano responsabili,sfidino l’autovelox). È possibile che un loro principio valga meno di una multa? Il discorso è paradossale, provocatorio. Di questo passo potremmo perfino arrivare a bandire le creme protettive («se vuoi l’abbronzatura, accetta l’eritema»), ma è chiaro che è proprio la comparazione tra casi estremi, tra lo zero e il cento del termometro, che meglio rende l’idea.
Pensate a un'altra distinzione. Quanta gente dice: «questa per me è una ragione di vita». La cultura delle «ragioni di vita», il più delle volte, è seduttiva. Però riflettiamo: io tifo per il Napoli e amo il caffè. Queste per me sono ragioni di vita, nel senso che io continuo a vivere, cioè non mi suicido, per continuare a guardare le partite del Napoli e a godere del buon caffè. Ma vi pare che questo basti alla formazione di un individuo? Vi pare che siano sufficienti le ragioni di vita perché un uomo possa dirsi tale? Alla nostra generazione manca l’ideale sommo, cioè degno anche del sacrificio estremo. Altro che ragioni di vita; l’opposto: ci serve una ragione per la quale valga anche la pena morire. Ma leRagioni per le quali valga anche la pena morire sono tutt’altro che seduttive; lo sono le altre, le ragioni di vita, perché – e siamo sempre lì – esse non promettono sacrifici.
Conosco donne innamorate disposte a tollerare anche le infedeltà dei propri fidanzati o mariti, ma che sono terribilmente spaventate dal carisma dell’uomo che non vuole chiedere mai, che presenta la propria personalità, la propriairripetibile, esclusiva autoreferenzialità, e la propone agli altri con orgoglio leonino eppure senza vanto, sostanzialmente incurante del loro giudizio.
Allora notiamo che la seduzione consta in una serie di retrocessioni: dall’Estetica all’esteriorità; dalla Rivoluzione all’avventura; dalla Responsabilità alla prudenza; dalle Ragioni per le quali valga anche la pena morire alleragioni di vita. Evidentemente per sedurre bisogna scendere di livello, abbassarsi. L’avreste mai detto? Quelli che sono comunemente considerati i maschi alpha sono uomini retrocessi in serie beta, in serie B, o comunque lo sono i loro più intimi assunti.
Dicemmo all’epoca che i seduttori fanno breccia prevalentemente tra le donne liquide (col tempo ho trovato rinforzanti conferme a questa tesi). Ma con i debiti distinguo. Le nobildonne liquide (cioè quelle donne liquidesinceramente aristocratiche, grandi signore, finissime, con l’animo e l’incedere di chi torna dal ballo delle debuttanti, o di chi ci sta andando) prediligono il fascino del camionista: cercano cioè nella quasi totalità dei casi seduttori con una punta più o meno marcata di trucido. Se avete fatto dello stile, del grande stile la vostra linea di condotta, difficilmente riuscirete ad ingraziarvele. Le donne liquide particolarmente insicure e incoerenti, invece, quelle che insomma«non sanno quello che vogliono, ma lo vogliono» (l’espressione è del mio amico giramondo, che la utilizza però per tutte le donne), ebbene, per questo tipo di donna l’ideale è il Rock-parrocchiale, che è l’accezione antropologicamente più interessante della seduzione. Il Rock-parrocciale è un seduttore a tutti gli effetti (conformista, leggero, e che non le spaventi), bravissimo ragazzo, studioso, impegnato nel sociale (azione cattolica, volontariato eccetera), che magari ami gli animali e che di tanto in tanto si conceda momenti di tenerezza (tipo un cd di Jovanotti o della Pausini, i cantanti più rock-parrocchiali che mi sovvengono adesso). Dalle mie parti questi esemplari sono rintracciabili prevalentemente tra Scienze politiche e Ingegneria. Seducono perché ispira una certa idea di avventura, e poi sono rassicuranti («tranquilla, che mica veramente voglio cambiare il mondo? Finché ci divertiamo stiamo fin troppo bene così, bellezza»).
Però lasciatemi dire quant’è banale per una donna lasciarsi sedurre da un seduttore. Lasciarsi sedurre da qualcuno che è fatto apposta per sedurre è come lasciarsi convincere – e qui torniamo a prima – da una pubblicità o da una campagna elettorale, che sono fatte apposta per convincere.
Mi sovviene Nietzsche: «Il grande stile ha in comune con la grande passione il fatto che disdegna di piacere; che si scorda di convincere. Ma esso ripugna; niente eccita più l’amore per questi violatori: intorno a loro grava una solitudine, un silenzio, una paura come di fronte a un grande sacrilegio». È vero, i vincitori sono loro, i seduttori, i vincitori nella lotta darwiniana della selezione naturale, intendo. Quelli destinati a riprodursi senz’altro. Quando un carismatico ci prova, i suoi figli il più delle volte vengono come quelli di Aristotele: veri e propri imbecilli. Evidentemente il carismatico è il culmine e lo scarto, dell’evoluzione. È la perfezione (nel senso di perfectum: finito,che non ha bisogno di ricercare completezza). Il carisma è quindi una battaglia persa in partenza, ma del resto, come dicevano gli hidalgos spagnoli: «la sconfitta è il blasone delle anime nobili».
Vi lascio con l’Avvocato Agnelli, che riprese la distinzione degli uomini operata da Sciascia («Uomini, Mezzi uomini, Ruffiani, Ominicchi, e Quacquaraquà»), e la chiuse dicendo: «Io non in positivo mi definisco, ma in negativo posso dire che non appartengo certo ai ruffiani». Parole sante.




