Cultura

Il Sentiero della libertà- Diario di Carlo Azeglio Ciampi/ 3

Sulmona,21 novembre- La valle del Sagittario, dove sono situati i paesi di Scanno, Frattura, Villalago, Anversa degli Abruzzi, converge sulla valle Peligna, che ha in Sulmona il centro più importante e rappresentativo.Guido Calogero conosce bene la geografia dei luoghi. Va spesso in giro per paesi e montagne. Era un “grande camminatore” lo definisce Carlo Autiero.

Anche Sadun sottolinea:Giravamo quasi sempre da un posto all’altro, sulle montagne, cambiando spesso dimora. Una volta, nelle nostre escursioni, arrivammo nei pressi di Villalago in cerca di cibo, ma alcune persone ci scongiurarono di scappare perché i tedeschi stavano operando un rastrellamento. Ci rifugiavamo spesso in un capanno vicino al lago, dove la famiglia Quaglione conservava gli attrezzi da lavoro. Una volta, a Frattura, Ciampi, che aveva due paia di stivali, ne cambiò un paio con sette chili di grano. Fu una fortuna. Mia madre ci accudiva e rimase con noi tutto quel periodo.

Carlo Autiero precisa: Calogero veniva spesso a casa mia, perché in tutti i paesi della zona cercava di entrare in contatto con  quelle persone che erano critiche verso il fascismo. Io ho conosciuto Calogero sotto l’arco di Porta S. Antonio, a Sulmona. C’era anche Mario Scocco e lo accompagnammo in casa di Angiolina Cipriani. Il collegamento tra Scanno e Sulmona, per Calogero e Ciampi, avviene attraverso la conoscenza e i rapporti di amicizia con Angiolina Cipriani, di origine scannese.

Angiolina Cipriani aveva sposato Sante Cantelmi, un muratore. Abitavano in via del Colle 8, a Sulmona. In questa casa Calogero e Ciampi si recheranno più volte per avere informazioni sulla situazione sulmonese e sull’organizzazione delle traversate che partivano dalla periferia di Sulmona verso la Maiella, nel versante occupato dagli alleati. Giuseppina Cantelmi, nata il 12.8.1918, ricorda che talvolta Ciampi usciva in compagnia del fratello Santuccio, muratore, celando la sua identità e fors’anche presentandosi come suo aiutante, per aver modo di stabilire contatti con altri perseguitati politici. In particolare con Mario Corsetti, un professore che, non volendo nuocere alla famiglia, si era rifugiato in un nascondiglio, dove Calogero e Ciampi lo andavano a trovare.

Con la realizzazione della linea Gustav, nel mese di novembre 1943, la presenza e il controllo dei tedeschi sulle montagne abruzzesi diventano minuziosi e feroci. A Pietransieri, una frazione di Roccaraso, nella contrada Limmari, vengono assassinate 128 persone. Tra queste, anche un bambino di un mese, Gianfranco Guido. Una strage senza nessuna motivazione. E’ sopravvissuta una donna, Virginia Macerelli, che allora aveva sette anni. Fu salvata dalla madre che col suo corpo e il suo scialle aveva coperto la figlia. Rimasta due giorni sotto il mucchio dei cadaveri, sarà ritrovata dalla nonna e curata. Oggi è viva e porta ancora sulla pelle le cicatrici provocate dall’esplosione. I morti di Pietransieri sono morti dimenticati. Morti senza neanche un perché.

A Sulmona si era creata una rete spontanea di gente che lavorava per l’aiuto ai prigionieri di guerra, spesso tenendoli nascosti in casa, sfamandoli, assistendoli. Ma anche una simile struttura, assolutamente informale e senza nessun fondamento ideologico-politico, aveva bisogno di persone che tenevano collegamenti, distribuivano incarichi, realizzavano progetti.

Si era creata una cerchia di persone direttamente impegnate nello svolgimento di compiti spesso altamente rischiosi. I nomi che ricorrevano: Mario Scocco, Carlo Autiero, Roberto Cicerone, soprannominato “Pazzone”, Vincenzo Pistilli, Amedeo Liberatore, ecc.

Fu organizzata la fuga di decine di ex-prigionieri ricoverati in ospedale e fatti calare di notte attraverso le finestre e mediante una corda formata da lenzuola annodate. Furono accumulate provviste di generi alimentari, vestiario ed altro materiale da mettere a disposizione dei fuggitivi. Ci furono anche azioni di sabotaggio nei confronti dei tedeschi. Ma l’iniziativa che ebbe maggior rilievo, soprattutto nell’inverno del 1943-44, fu l’organizzazione delle traversate.

La traversata consisteva in una spedizione notturna, che partendo da una zona periferica di Sulmona, via Ancinale, proseguimento di via Pola, conduce verso Pacentro. Il punto di ritrovo era nelle vicinanze di un piccolo ponte, sulla stessa via Ancinale. In questo luogo appartato, quasi settimanalmente, di sera verso le diciannove, si radunavano persone provenienti da varie zone e da varie località italiane per incamminarsi verso le linee alleate. Punto di riferimento era il Guado di Coccia, un monte situato tra la Maiella e il Porrara. Partendo da Sulmona si costeggiavano Pacentro, Cansano e si arrivava a Campo di Giove. Da qui la salita diventava più ripida e faticosa, dovendo raggiungere un’altitudine di circa 1700 metri, con la neve, il freddo, e spesso la bufera. Si scendeva a Palena fino a Casoli, dove si trovava il comando alleato. L’inverno del ‘43-44 fu terribile.

Il 13 gennaio 1944 Fox, insieme ad un altro centinaio di persone parte per la traversata. Questo il racconto che egli stesso ne ha fatto nel suo libro di memorie “Spaghetti e filo spinato”:Raggiunto il nostro punto d’incontro, restammo stupefatti per il numero di persone convenute. E molte dovevano ancora arrivare. Non riuscivamo a capacitarci di come potessimo essere tanto numerosi. Quando il gruppo fu completo eravamo in cento, Molti erano stati al campo POW e li conoscevamo. Come iniziammo la nostra lunga marcia, notai che molti di loro indossavano camicie sottili e pantaloni leggeri, con scarpe più adatte ad una passeggiata nel parco in un giorno d’estate; molti altri non erano ovviamente in condizione di sostenere un viaggio da polo artico come questo. Avevamo coperto solo quattro miglia, ma il vero viaggio cominciava adesso: circa 50 miglia “a volo di corvo” come si diceva, di sfibrante, ventoso, montuoso territorio, che doveva essere attraversato in due notti, fermandosi e nascondendosi durante il giorno. La nostra guida si mise in marcia, con ritmo sostenuto, seguito da una fila di uomini, l’uno dietro l’altro, che si andava via via snodando nel buio, e subito scorgemmo giù al centro della valle una macchia scura: era tutto ciò che potevamo ora vedere di Sulmona. […] Il cammino fu difficile e pericoloso; il vento mordeva i nostri deboli muscoli che dolevano, il respiro era faticoso. […] Mentre lottavamo, avanzando nella neve soffice, che ci arrivava al ginocchio, le nostre menti e i nostri corpi si abituarono presto a quella fredda monotonia. Il parlare sottraeva energie e, a causa dello sforzo, da tempo ogni conversazione era cessata; l’unico suono era quello del vento gelido che faceva dolere le orecchie e ghiacciava gli occhi nelle loro cavità. Solo in un momento in cui il vento era cessato , udimmo il nostro respiro e il rumore della neve che scricchiolava. Domenico mostrava di essere un vero cristiano, andando su e giù per la colonna e dando una parola di incoraggiamento e un goccio di cognac qui e là. Salutandosi con un “va bene!” si fermava con noi per un momento, indicandoci Campo di Giove, un villaggio lontano, sotto di noi, verso il quale avevamo dirottato un gruppo di uomini troppo esausti per continuare la marcia. […] All’alba i piedi erano coperti di vesciche e dolevano sia le ossa che i muscoli, come mai prima. Alle nove in punto di quel mattino, dopo aver camminato pesantemente sedici ore, trovammo rifugio in una foresta di pini, sopra la città di Palena. Qui decidemmo di restare fino al crepuscolo. Nell’ora seguente gli uomini arrivarono in gruppi di uno o due e vederli immersi nella neve era uno spettacolo pietoso. Quando arrivarono gli ultimi, il totale del gruppo fu di una settantina; ne avevamo lasciati una trentina dispersi, sebbene qualcuno si fosse diretto ai villaggi vicini. […] Del gruppo di cento uomini che si erano messi in marcia , alle quattro del pomeriggio del 13 gennaio, arrivarono a Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio, dopo un cammino di 36 ore, 47 uomini e 22 di essi furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza fisica.

Fox ha dedicato il suo libro a Domenico Silvestri, la guida che aveva aiutato lui e i suoi due amici inglesi, nascondendoli a casa e dando loro da mangiare. Infine, accompagnandoli nella traversata fino a Casoli.Ma altre persone facevano da guida nelle traversate. Tra loro, oltre a Domenico Silvestri, i nomi più ricorrenti sono quelli di Alberto Pietrorazio, soprannominato La Oss, Gino Ranalli, soprannominato Mezzabotte, Amedeo Liberatore, soprannominato Sellaro, Mario Grande, Mario Di Cesare, Rinaldo Giampietro, Ugo De Grandis, Vincenzo Del Signore e altri.Il compito delle guide era quello di accompagnare i fuggitivi fino alle linee alleate. Ma la traversata era rischiosa non tanto per le intemperie, quanto e soprattutto per la presenza dei tedeschi nel superamento del fronte.Capitava spesso che la colonna veniva intercettata dai tedeschi e condotta al campo di concentramento di Fonte d’Amore e da lì verso altre carceri italiane o verso i campi di lavoro in Germania.Nella primavera del ‘44, in una delle varie traversate della Maiella come guida verso le linee alleate, Domenico Silvestri con tutta la colonna dei fuggitivi cadrà nelle mani dei tedeschi.“Fortunatamente quella volta non sono partito per la traversata”, racconta oggi Ciampi.

L’incontro con Domenico Silvestri era avvenuto in casa di don Ciccio De Pamphilis, parroco di Bugnara.  Secondo il racconto di Domenico, Calogero gli aveva offerto del denaro per la traversata. Ma Domenico aveva risposto: Se vi porterò oltre le linee lo farò senza compenso: non si fa mercato della vita umana.

Bugnara, don Ciccio De Pamphilis

Il parroco di Bugnara, don Francesco De Pamphilis, era uno strano personaggio. Nato a Sulmona l’11 febbraio 1900, a 17 anni era militare nella grande guerra. Consegue la licenza liceale al Liceo di Lanciano e frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia presso la regia Università di Roma. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1922 dal vescovo di Sulmona, Mons. Nicola Iezzoni, è insegnante e prefetto d’ordine nel seminario diocesano. Per quattro anni svolge attività di assistente religioso in qualità di cappellano nelle case di pena di Sulmona e Badia. Conosciuto come sacerdote attivo e di grandi iniziative, non nascondeva la sua scelta politica a favore del fascismo. Tanto che, raccontano oggi i vecchi di Bugnara, indossava pubblicamente la divisa fascista. Difatti era Centurione Cappellano della 131a legione M.V.S.N. (Movimento Volontari Sicurezza Nazionale). Ma è proprio in casa di don Ciccio, come comunemente veniva chiamato, che Calogero, Ciampi e Leonardo Lorusso si ritrovano per organizzare la fuga attraverso le montagne.

“Ricordo bene quella casa”, – dice oggi Ciampi. “In particolare ho un netto ricordo d’una cesta piena di fichi secchi”.Ma mentre si trovano in casa del parroco, qualcuno bussa alla porta. Sono i tedeschi. Don Ciccio si affretta a far scappare Ciampi e gli amici attraverso una porta secondaria. Con l’entrata in guerra dell’Italia e le terribili conseguenze, anche don Ciccio era diventato critico verso il fascismo. Per questo, in forza della sua missione sacerdotale, aiutava chiunque gli si rivolgesse, tanto che il 14 marzo 1944 viene arrestato dai tedeschi:

“A mezzogiorno del 14 marzo sono stato chiamato presso il Comando tedesco e arrestato, dopo un lungo interrogatorio. Capi d’accusa: aver organizzato o non aver denunziato la partenza dei giovani….”Nella Cronistoria Parrocchiale, gelosamente conservata da un suo successore alla parroccchia di Bugnara, don Gregorio Paolilli, si possono leggere le seguenti annotazioni:

Ottobre 1943 – È avvenuta l’occupazione tedesca; una macchina, tre soldati e la prenotazione per la truppa dei locali migliori. Ho raccomandato alle madri di tener ritirate in casa le proprie figlie, ho sospeso ogni attività di azione cattolica. Ho preso contatto col Comando Germanico, che aveva già ordinato la requisizione degli animali (bovini, ovini, suini ed equini). L’ordine è stato revocato, a patto che il popolo collabori. Intanto qualche casa è stata svaligiata dalle truppe che passano. Sulla strada maestra transitano di notte e di giorno migliaia di macchine. […] Dinanzi alle prime soverchierie dei primi occupanti ho alzato la voce di protesta e la minaccia. Ho reagito a mano armata contro un Comandante che di notte cercava di penetrare in case ove erano solo donne e ragazze. Il popolo si rivolgeva a me per soccorso (mentre gli uomini valorosamente fuggivano) e in diversi casi è stato efficace il mio tempestivo intervento.

Febbraio 1944 – […] Dalle autorità tedesche è stato deplorato che alcuni uomini tentano di passar le linee: ne ho dato avviso alle Autorità Comunali e ad alcuni indiziati, affinché siano più prudenti specie nel dare ospitalità a prigionieri; la carità cristiana non può farci tradire chi ci comanda ospitalità, ma non si deve ciarlare o sfidare il pericolo per non rovinare se stessi e chi a noi si affida. Richiesto dal Comando tedesco, ho assicurato intanto che prigionieri qui non si nascondevano, per evitare rappresaglie dolorose, ma io stesso ne aiuto e rifornisco tanti.

Marzo 1944 – Si risente terribilmente delle conseguenze della guerra e dell’attuale momento politico: la fame. Lo scorso raccolto è stato scarso; molti per tema d’uno sfollamento, avevano seppellito tanti viveri che sono andati a male; altri, allettati dai facili guadagni, hanno venduto nello scorso autunno gran parte delle provviste, a prezzi non sempre onesti. Dai paesi vicini ogni giorno è un pellegrinaggio di gente che vuol comprare a qualunque costo, di sfollati che chiedono l’elemosina, e si stringe il cuore di non poter dare a tutti un pezzo di pane o un piatto di minestra. C’è ancora chi si finge sfollato per mangiare. E la miseria si prevede nera, terribile, perché molti non hanno seminato per tema di non poter raccogliere, quando anche la nostra zona sarà premuta dal rullo oppressore della guerra che tutto abbatte. La maggior circolazione di carta monetaria permette finora di dare qualche aiuto, e si confida nell’aiuto della divina Provvidenza. Intanto mi sforzo di fare buona propaganda affinché si semini. Io stesso ne ho dato l’esempio, dissodando terreni incolti del beneficio parrocchiale e prendendo io stesso la zappa…… Da qualche tempo noto da parte dell’ufficiale tedesco che comanda il presidio, un contegno sospettoso nei miei riguardi; ho l’impressione che mi sfugga. Sarà per la sua vita morale poco corretta? Sarà per i suoi contatti con la borsa nera locale? Vedrà forse nel mio dignitoso silenzio un tacito rimprovero? Viene spesso a casa a cercarmi, ma quando lo incontro nulla mi dice….. Che non sia forse sospetta la mia persona e che non venga pedinato? O che non sia io stesso tradito?….. Questi fascicoli della CRONISTORIA PARROCCHIALE non cadranno mai nelle mani del nemico, perché ho preso tutte le precauzioni in caso dovesse scatenarsi qualche tempesta, e però scrivo anche qualche mia leggerezza, se leggerezza può chiamarsi, affinché i miei Superiori siano al corrente di tutto, in caso di rovescio, e, pur condannando me, salvino la mia chiesa e i miei filiani. a) Nel mese di dicembre ho fornito due carte di identità false a due poveri ebrei minacciati di fucilazione se presi senza documenti (mi furono presentati e raccomandati dal sig. Marcone Umberto di Sul.); b) per evitare rappresaglie contro detentori di armi da fuoco, avevo raccolte tali armi con munizioni in una cassa nei sotterranei della chiesa, ben celate, ed un moschetto nella casetta della Madonna della Neve; c) avevo dato ospitalità a molti sbandati e perseguitati politici (avv. Di Ciccio, Prof. Calogero, Prof. Ciampi, ecc. ecc.); d) ho unito in matrimonio nelle loro case private molti sposi che temevano di venir rastrellati per lavori e volevano restar nascosti; e) avevo prenotato una casa ai piedi del monte per ripararvi di notte dai rigori della neve prigionieri che chiedevano di essere salvati. La carità cristiana e non altro sentimento m’ha fatto osar tanto, ma ho agito con tale prudenza che nessuno ha potuto nutrir sospetti. Eppure temo, non i dominatori del momento, ma qualche vile che covi in cuor suo dell’odio e approfitti del favore tedesco per rovinarmi. Spero di no.”

 Mario Setta

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.