Cultura

Il Morrone: Campo 78 e le testimonianze dei prigionieri

di Mario Setta *

 

 

La Memoria: Lo Spazio-Il Tempo-Gli Uomini

Sulmona, 24 gennaio– Ai piedi del monte Morrone, contrafforte della Maiella, che domina la Valle Peligna, nello SPAZIO di pochi chilometri di perimetro, si conserva la memoria d’un TEMPO più che bimillenario: dall’era pre-cristiana del santuario di Ercole Curino al medioevo dell’Eremo di Pier da Morrone-Celestino V e l’Abazia di Santo Spirito fino alle due guerre mondiali con il Campo di concentramento di Fonte d’Amore. Un territorio che unisce spiritualità religiosa e solidarietà umana. “Epopea”, “Resistenza Umanitaria” è stata definita dagli storici la solidarietà dimostrata dalla gente  peligna ai prigionieri di guerra, che ricordano  “the Sulmona’s spirit, lo spirito di Sulmona” (cfr. E si divisero il pane che non c’era a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona)

Sulmona: Il Campo di Concentramento fu costruito per i prigionieri della prima guerra mondiale (1915-1918). Vi furono sistemati i prigionieri di nazionalità austro-ungarica,  adibiti ad operazioni di rimboschimento, lavori agricoli e artigianali. L’epidemia, la “spagnola”, provocò la morte di oltre 400 persone, sepolte in seguito al sacrario di guerra austro-ungarico nel cimitero comunale di Sulmona

Durante la seconda guerra mondiale (1940-1945), al Campo fu assegnato il n. 78 e divenne luogo di detenzione dei prigionieri alleati anglo-americani, catturati prevalentemente nella campagna d’Africa. Secondo una mappa del settembre 1943 pubblicata da The Red Cross and St. John War Organization i prigionieri di guerra (POW, Prisoner Of War), detenuti nei campi di concentramento italiani erano più di centomila. Lo storico inglese Roger Absalom, il maggiore esperto sui prigionieri di guerra alleati in Italia,  parla di circa 80.000 prigionieri alleati in Italia. Al Campo 78 ve n’erano oltre tremila.

  1. JOHN ESMOND FOX, descrizione del campo 78 nel 1942:

« Come arrivammo intravidi il campo che stava ai piedi della montagna, in aspro contrasto con la ricca campagna della valle. Non avevo mai visto un campo, in precedenza, e avevo trovato difficile anche immaginarlo… La facciata del campo era quella tipica di ogni caserma, con posti di guardia e uffici. […] Ora eravamo veramente chiusi da alte mura e da alte montagne, controllati da guardie armate sulle torri di controllo. Avvertivamo una sensazione di ineluttabilità e la maggior parte di noi sembrava rassegnata al fatto di dover restare lì per tutta la durata della guerra. Il luogo appariva uggioso, senza colore, senza il canto degli uccelli e il cinguettio monotono dei passeri; mi chiedevo quanto si potesse durare con una esistenza così opprimente. […] L’interno della baracca era un labirinto di letti a due piani, alti circa due metri, disposti così vicini che andare da una parte all’altra richiedeva una grande destrezza… […] E’ strano rilevare come uomini di varia estrazione sociale, diversi per lingua e costumi, credo e razza, imprigionati insieme per qualche crudele capriccio del fato, dominati con la forza, privati e spogliati della propria individualità e ridotti al solo comune denominatore di esseri umani, siano capaci di gettar via l’orgoglio e il pregiudizio per un legame di amicizia, trovando uno scopo di vita e lottando contro un comune nemico. Penso che questo sia uno degli aspetti della vita che può essere soltanto sperimentato, sfortunatamente, in circostanze infelici come queste. Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita di tutti i giorni. Il mondo allora davvero sarebbe ad un passo dall’estrema utopia dei nostri sogni più cari. »

 (J. E. Fox, Spaghetti and Barbed Wire tradotto in italiano con il titolo Spaghetti e filo spinato, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, ed Qualevita, Torre dei Nolfi, 2002)  

* Fox riuscirà a fuggire dal campo, rifugiandosi presso la famiglia Silvestri, nella frazione di Cantone e da qui, nel gennaio 1944, oltrepassando il Guado di Coccia, innevato, raggiungerà Casoli, dove si trovavano gli Alleati.

  1. Per altri prigionieri, la scena appare meno lugubre. Anzi, l’ambiente e il clima culturale della classicità latina servono ad alleviare le sofferenze della prigionia. In quest’ottica, infatti, DONALD I. JONES sembra quasi aggrapparsi ad Ovidio per farne un modello ed un maestro di vita:

« Ovidio scrisse nelle “Metamorfosi”:  Tempus edax rerum = il tempo tutto divora; egli nacque a Sulmona nel 43 a.C., eppure le sue parole risuonavano vere nel 1943 nel campo dei prigionieri di guerra di Sulmona…. Il campo di prigionia, o per dare la sua denominazione precisa, Campo dei prigionieri di guerra n.78, era situato a circa 5 miglia  da Sulmona, in un piccolo villaggio chiamato Fonte d’Amore. Che nome per un campo di prigionia! […] Lo stesso campo era di forma rettangolare, circondato da un alto muro di pietra e, come se questo non fosse stato sufficiente, le autorità italiane avevano cementato cocci di vetro rotto in cima al muro e avevano aggiunto due alti recinti di filo spinato lungo il perimetro… Il campo era diviso in cinque reparti: uno per gli ufficiali, uno per i sergenti… gli altri tre per gli altri ranghi… Grazie al regolare invio dei pacchi della Croce Rossa, che si aggiungevano alle insufficienti razioni italiane, sopravvivemmo nel periodo tra l’ottobre del 1942 e il settembre 1943 a Sulmona ed eravamo in buona salute. »

(D. Jones, Escape from Sulmona, tradotto in italiano con il titolo Fuga da Sulmona a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, ed. Qualevita, Torre dei Nolfi 2002)

 

* Jones fugge dal campo e dopo vari mesi di peregrinazioni riuscirà a tornare nell’esercito alleato.

 

  1. JOHN FURMAN, trasferito a Sulmona dal Campo n. 21 di Chieti, scrive:

« Partii con un convoglio il pomeriggio del 23 settembre; e circa due ore dopo arrivai in un campo, cinque miglia a nord di Sulmona. Lì ci ritrovammo con gli amici partiti coi convogli precedenti, e ci affrettammo a farci descrivere tutti i particolari delle fortificazioni del campo, che erano riusciti a osservare. Un certo numero di ufficiali  – compreso all’incirca fra dieci e cinquanta –  aveva  messo in atto un piano di fuga la notte precedente. Alcuni erano stati catturati mentre tentavano di evadere. Di conseguenza, i tedeschi avevano passato la giornata a rafforzare difese e fortificazioni. E avevano aumentato le sentinelle, piazzate le mitragliatrici, messi a fuoco i riflettori. […] Dopo un’ispezione generale, ci rendemmo conto che andarcene stava diventando un affare tutt’altro che semplice. Tutto quanto il territorio entro il quale eravamo tenuti prigionieri era circondato da un doppio recinto di filo spinato. Le sentinelle vi facevano la guardia, armate di torce e di altri mezzi anche più offensivi. Al di là del recinto esterno, erano piazzate le mitragliatrici con un buon campo di tiro. »  (John Furman, Be not fearful,  in italiano Non aver paura,  Garzanti, Milano  1962).

 

* Furman fugge dal Campo 78, andando a nascondersi per alcuni mesi al Borgo Pacentrano, a Sulmona. In seguito, con altri compagni, guidati da Iride Imperoli Colaprete, raggiungerà Roma, sarà catturato e riuscirà  di nuovo a fuggire, assistendo alla liberazione di Roma il 4 giugno 1944.

 

  1. WILLIAM SIMPSON non metterà piede nel campo di Fonte d’Amore, perché poco prima di arrivare, salta dal camion e si dà alla fuga. Racconta:

« Quando svoltammo dalla strada principale… Afferrai una barra sopra la testa, saltai sul sedile, poggiai il piede sinistro sulla coscia del londinese e mi accucciai. Da quel lato c’era una siepe alta. Il cuore mi batteva. Le marce grattavano. Il camion incominciò ad accelerare. Gelai. Era un suicidio. Il londinese, sforzandosi di tenere ferma la sua coscia, mi vide barcollare. “Vai, salta!” urlò. Mi lanciai fuori, oltre la siepe. Il pensiero del mitra della guardia attutì il mio impatto con il suolo. Rotolando, mi ricordai delle guardie sulle motociclette. C’era un fossato poco profondo oltre la siepe. Vi scivolai dentro, con la faccia a terra. I sidecar stridettero, abbordando la curva e rimbombarono mentre mi passavano accanto a distanza di pochi piedi. Il rumore svanì. Piegai un braccio, una gamba; si muovevano. Alzandomi, tolsi la terra e la paglia dalla mia uniforme inglese e dai pantaloncini color kaki, più adatti per il deserto. In quel piccolo campo il fieno era stato appena tagliato. »

(William Simpson, A Vatican Lifeline ’44, tradotto in italiano col titolo La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticanoa cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, Presentazione di Roger Absalom, ed. Qualevita Torre dei Nolfi, 2004)

 

* William Simpson incontrerà  Mario Scocco e Roberto Cicerone che lo aiuteranno a nascondersi al Borgo Pacentrano. Si recherà a Roma, dove sarà ricatturato e incarcerato a Regina Coeli. Le sue peripezie sono narrate nel libro appena citato. Nel dopoguerra Simpson diventa responsabile dell’Allied Screening Commission, la commissione creata per ricompensare gli italiani che avevano aiutato i prigionieri. Il giorno 18 maggio 1946,  nell’aula comunale di Sulmona, Simpson afferma: “Sulmona è stato uno dei pochi centri  italiani che si siano veramente distinti  in questa opera di solidarietà e di carità cristiana: questa simpatica cittadina, che mi ha ospitato gentilmente sia da prigioniero che da uomo libero, la considero come la mia seconda patria. Sulmona ha salvato  dagli artigli germanici ben settemila prigionieri alleati. Difficilmente potremo dimenticarlo” .

 

  1. SAM DERRY, Linea di fuga 1943-1944, Sulmona-Roma-Città del Vaticano, Qualevita, Torre dei Nolfi 2011, traduzione italiana a cura degli studenti del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Roma, tit.orig. The Rome Escape Line,

L’autore, Sam Derry, dopo il suo audace salto dal treno che lo sta conducendo da Sulmona a Roma e da qui in Germania, si nasconde in un pagliaio nelle vicinanze di Roma, a Salone. In seguito, nascosto su un carretto, sotto un cumulo di cavoli,  raggiunge Roma e incontra Mons. O’Flaherty, che lo ospita prima al Collegio Teutonico e poi nella Città del Vaticano. Qui, con la collaborazione  di Furman e Simpson, organizza la più grande operazione di salvezza di prigionieri fuggiaschi, ebrei, perseguitati politici. Le vicende narrate nel libro si svolgono proprio fra Roma e Sulmona: la fuga verso Roma parte dal campo di prigionia di Sulmona  dopo l’8 settembre 1943 e segna l’inizio della sua azione nella capitale, insieme a Mons. O’Flaherty, la cosiddetta “primula rossa del Vaticano”, realizzando la British Organization, il cui scopo era offrire una rete di protezione ai numerosi ex prigionieri del Commonwealth in attesa dell’arrivo degli alleati.

 

  1. JACK GOODY, Oltre i muri. La mia prigionia in Italia, Il mondo 3 edizioni, Roma 1997.

« Il convoglio si era fermato nel campo di calcio che era stato scavato sul versante della collina; il gruppo che era arrivato da Chieti nei giorni precedenti era assembrato in un angolo guardato a vista dalle sentinelle. I nuovi arrivati a Sulmona scaricarono i bagagli, si trascinarono lungo il pendio e si raggrupparono in ordine sparso mentre i tedeschi cercavano di contarli. Una guardia urlò a squarciagola puntando il mitra per tenere separati i gruppi. Quando la confusione cominciò a placarsi, alcuni del vecchio contingente si avvicinarono e diedero il benvenuto ai nuovi arrivati di là dallo spazio di transito. “Che posto schifoso”. “E di male in peggio: in Germania” […] L’area degli alloggi sembrava un alveare diviso in tante sezioni da muri che ora erano crollati in più punti. Il settore più in alto era ciò che era rimasto di quello che doveva essere il reparto ufficiali; questi alloggi sembravano comunque molto più comodi di quelli di Chieti, avevano piccole camere, letti singoli e mobili resistenti. […] Cibo o non cibo, l’idea della fuga era presente alla mente di molti e stava prendendo la forma di una vera e propria mania. »

 

* Jack Goody, antropologo di fama mondiale, docente a Cambridge, fuggiasco sulle montagne della Valle del Sagittario, dopo essere saltato dal treno che lo portava in Germania. In una conferenza all’università di Teramo ha detto: « Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre.» Nel maggio 1998 è tornato in Abruzzo, a visitare il Campo di concentramento n. 78 di Fonte d’Amore, a Sulmona. Da uomo libero, dopo più di mezzo secolo, Goody si è avvicinato alla baracca che l’aveva visto prigioniero ed è rimasto solo, pensoso, profondamente emozionato.

 

  1. UYS KRIGE è uno dei più grandi scrittori sudafricani, autore di poesie, racconti, opere teatrali. Amico di Ignazio Silone, che parla di lui nella prefazione al dramma “L’avventura di un povero cristiano”,  scrive un’opera dal titolo “The way out”, tradotta in italiano con il titolo “Libertà sulla Maiella”(ed. Vallecchi, Firenze 1965),  nella quale narra dettagliatamente la sua prigionia al Campo ’78 e la sua fuga, accolto dai contadini di Villa Giovina a Bagnaturo, dai pastori alla “casa delle vacche”, e in seguito a Campo di Giove, a Palena, a Gamberale fino al Molise, dove si ricongiungerà con gli alleati. Nel Campo di prigionia di Fonte d’Amore, il 15 gennaio 1942,  Krige scrive questa poesia dal titolo “Midwinter”, “Pieno inverno”.

 

Svanite le montagne, svanito il Gran Sasso,

ogni dirupo, desolato, scosceso, roccioso e scuro,

inghiottito dalla nebbia;

e scomparse anche le collinette da poco formate,

appena accumulate e già imperlate

di ghiaccio, qui, nell’angolo del cortile,

non più grande del mio pugno. […]

Siamo giunti alla fine di tutti i nostri giorni,

di tutte le nostre notti; in queste

quattro pareti di un cupo rosso marrone di giorno, di un nero

come la pece di notte,

non c’è possibilità alcuna di andare avanti né indietro.

Questa è la nostra vita, la nostra morte-in-vita;

questa tristezza, questo pallore spettrale

su ogni branda a mezzogiorno, questo freddo

al culmine del giorno gelido come il ghiaccio

ma che brucia, che brucia

proprio come l’abbraccio della guerra, l’amaro bacio della battaglia

che divampa.

Attraverso le fessure, le crepe nell’ampia porta di legno

o le finestre in frantumi filtra la nebbia.

Sono fasci  che si raccolgono in cerchio, scivolano e girano

sopra ogni letto di legno.

Cemento è il pavimento. Non c’è stufa né fuoco. In due lunghe fila

siamo stesi infreddoliti sotto le nostre coperte. In questo grigio

candore che indugia intorno a noi, che langue desolato,

da cui ogni discorso, ogni suono è bandito,

nessuno parla. Tutte le vecchie battaglie, aridi rottami,

schermaglie, combattimenti aerei, schianti in luoghi deserti,

fluttuanti tutt’intorno nel freddo oscuro del Mediterraneo

prima della lenta rossa alba: tutto l’eroismo

ed il coraggio, tutta la codardia e l’orrore e la paura,

niente, niente è stato taciuto.

Siamo giunti alla fine di tutti i nostri insignificanti discorsi,

all’estremo delle nostre forze,

delle nostre grandi speranze, ambizioni. Abbiamo esaurito

perfino le liti, le futili dispute,

lo scherno, l’acredine. Abbiamo rinunciato a tutte le cose amate,

desiderate ardentemente, tenute le più care,

e tutti i nostri libri già letti.

Questo è un mondo morto, un mondo perso e persi sono questi uomini,

ognuno perso entro le proprie membra, bandito dai suoi stessi ricordi,

esiliato anche da se stesso.

Qui anche i sogni sono morti.

 

 

  1. JOHN VERNEY

«Quasi tutto quello che è stato importante per la mia vita lo devo alla guerra. Stavo per aggiungere: all’Abruzzo.» (Almost everything in my life that has really mattered goes back somehow to the war. I was about to ad: Goes back to the Abruzzi). John Verney non ha scritto un libro. Ha scritto una lettera d’amore per i contadini che li avevano sfamati, aiutati, amati. Non ha confessato solo i suoi sentimenti, ma ha dimostrato che amare significa conoscere la storia, rivivere l’ambiente, condividere fatiche e speranze.

Ha espresso profonda gratitudine per aver imparato, in quei mesi di fame e di rischi, tra grotte di montagna e nascondigli nelle case, che vivere e aiutare gli altri a vivere è l’unico scopo che valga la pena di raggiungere. Una testimonianza straordinaria, quella di Verney. Forse la più coinvolgente e la più bella delle opere scritte dagli ex-prigionieri di guerra in Abruzzo. Artistica nella forma e profonda di contenuto. Solo un innamorato poteva esprimere parole indimenticabili. Verney era ed è rimasto un artista, anche dopo la tragedia della guerra. Quando, più volte, è tornato in Abruzzo, vi è tornato con la voglia di conservare e ravvivare quello spirito di innocenza o, come la chiama, nostalgie de la boue(nostalgia della genuinità), che l’affascinava63. «Sono venuto per riprendermi qualcosa. L’interesse per la vita, si potrebbe dire, o il gusto per le cose essenziali, come pane.

John Verney, Un pranzo di erbe, a cura dell’Associazione culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, Qualevita, Torre dei Nolfi 2014.

“Succede, spesso, che da giovane  leggi un libro che ti colpisce e influenza la vita. Poi nella mezza età cerchi di rileggerlo… Sono venuto qui per rivivere un’esperienza, ricordare l’importanza della gentilezza disinteressata, apprendere di nuovo una lezione che ho imparato in Italia durante la guerra…». «Questa valle… Non sapevo niente di essa, né della gente, con la quale ero stato a contatto solo per un breve periodo e in momenti fuori dalle normali circostanze. Non sapevo parlare bene la lingua. Eppure stavo pensando di scrivere un libro proprio su questa gente. Un tardivo tributo che significava riconoscerne l’importanza. Ma cosa dire? Che era stato il caso a condurmi nella valle la prima volta? O che perfino questa mia nuova presenza con Matthew potesse far parte di un modello di vita misterioso, anche se rassicurante? Modello che sarebbe svanito, se avessi tentato di definirlo chiaramente».

Un pranzo di erbe è il titolo del libro, desunto da un versetto biblico dei Proverbi (15.17): “Un piatto di erbe con amore è meglio di un bue grasso con odio”, che l’autore pone come epigrafe del libro. La dedica: To Sinibaldo Amatangelo, Antonio Crugnale and their kind (A Sinibaldo Amatangelo, Antonio Crugnale e ai loro familiari). John Verney, autore di un precedente volume di memorie di guerra dal titolo: Going to the Wars, e di opere per ragazzi, ricorre in questo libro al tipico humour anglosassone. Verney scrive A Dinner of Herbs non come prosecuzione del primo, ma come testimonianza della sua esperienza di prigioniero fuggiasco. La narrazione procede secondo la tecnica del flashback.

Nella primavera del ’43 l’autore si trova in Palestina, arruolato al gruppo di militari inglesi specializzati in azioni di sabotaggio. Lo scoppio della guerra aveva interrotto la sua carriera di pittore, appena iniziata. In un’azione di guerra viene catturato e condotto in un campo di concentramento italiano che chiama “Vasco”, ma in realtà è il campo n. 21 di Chieti. Il campo è descritto come una specie di college universitario. Dopo una prima descrizione del campo e della vita al suo interno, l’autore ci riporta al dopoguerra, in Italia, a Firenze, negli anni ’60, dove incontra ad un ricevimento, Matthew Prendergast, amico e collega di prigionia, convincendolo a seguirlo in Abruzzo. Partono da Roma verso l’Abruzzo con una  “Fiat seicento”.

«Il cielo era diventato viola e le montagne illuminate dal sole sembravano fogli di cartone sbiancati e spiegazzati. Continuammo la nostra conversazione un po’ insensata, da vecchi amici, in stile stenografico orale. Nessuna frase conclusa. Spesso una sola parola per far capire l’intera sequenza di idee. Parlammo degli amici di gioventù, discutendo sul perché alcuni non fossero riusciti a raggiungere gli obiettivi che si erano proposti di raggiungere, mentre altri avevano realizzato molto più di quello che ci si immaginava. Fummo dispiaciuti dell’effetto corrosivo che la mezza età aveva avuto su di loro. Fantasticammo su cosa sarebbero diventati quelli che erano stati uccisi in guerra. E così parlammo dell’influenza che la guerra aveva avuto su di noi. “Ho sempre pensato che avresti fatto quello che in effetti hai fatto –, dissi.

– Ricordo di averlo detto una volta a Mark Duffy durante la guerra”.

“Sono certo che non l’avrei fatto. È stata la guerra a scuotermi e a darmi fiducia. Ero in un bel guaio quando cominciò, come forse ricordi. Neghi di aver guadagnato da essa?”

“Certamente no. Ci ho guadagnato moltissimo. A parte la famiglia ed il matrimonio, – mi ritengo fortunato per essermi sposato prima – quasi tutto quello che è stato importante per la mia vita lo devo alla guerra”. Stavo per aggiungere: “all’Abruzzo”, ma egli aveva iniziato a parlare di un suo argomento preferito: la mancanza di sfide per i giovani di oggi. […] Un miglio o due prima di arrivare in cima, accostai la macchina al lato della strada e mi fermai. “Svegliati”, dissi, “questo è ciò che ti ho portato a vedere”.

Uscimmo e ci fermammo sospesi come un’aquila, guardando nella valle dove i fiumi Aterno, Gizio, Sagittario e qualche torrente più piccolo confluiscono, nelle vicinanze di Popoli, per diventare il fiume Pescara, che sfocia nell’Adriatico. Il massiccio del Gran Sasso a nord era cinto da nuvole temporalesche con ghirigori e macchie, come un acquerello di Alexander Cozens. A sud, la Maiella e l’arida gobba del monte Morrone, sotto cui potevo vedere lo scintillio di Sulmona. Anche Ovidio, in qualche sua opera, descrive lo stesso panorama, tornando nella sua casa di campagna con un amico, per trascorrere qualche giorno di vacanza, lontano dalla vita convulsa di Roma. Dopo 2000 anni i dettagli della scena erano cambiati di poco, tranne il fatto che ai suoi tempi c’erano più alberi sulle montagne e più tetti a Corfinio, la capitale della provincia. Oggi rimane solo un frammento di muro, accanto alle splendide strutture dell’Abbazia romanica di San Pelino. Dozzine di vedute sono intimamente intrecciate alla mia vita. Panorami che conosco e amo profondamente. Le ondulanti colline inglesi, gli angoli di Londra e di Firenze, la vista dalla finestra del mio studio nel Surrey dove scrivo, con il porcile sotto il castagno. Ma nessun panorama mi commuove così tanto come questo: la Valle di Sulmona, osservata da qualsiasi versante.

Un contrasto drammatico: la fertile  pianura e l’aridità delle montagne circostanti. Ma anche la ferrovia, che sale serpeggiando  a Roccaraso sui viadotti di montagna, l’abbozzo di foreste di faggi sulle cime più elevate del monte Genzana, il profumo della terra coltivata, sia riarsa fino a diventare polvere grigia, sia scura e rossastra a causa della pioggia. Tutto mi riempie d’un desiderio quasi doloroso, riportandomi alle dieci settimane della mia vita quando, sebbene affamato e impaurito, ero intensamente vivo. Difficilmente potevo pensare che Matthew condividesse la nostalgia che mi stava sopraffacendo. Lo guardai con curiosità per vedere come reagiva. Sorrideva. Mi disse piano: “Sì. È valsa la pena venire”». Al campo di Chieti, un capitano chiamato Croce, è odiatissimo dai prigionieri per la sua crudeltà. Ma c’è anche un professore di italiano che gli insegna la lingua e gli rivela che “il vero Abruzzo è in quelle montagne tra Gran Sasso e Maiella”, istruendolo sulla storia della regione, terra di stregoni, di maghi e di santi, rimasta inalterata per duemila anni.

«Gli Abruzzesi divennero famosi orafi, vasai, scalpellini e produttori di dolciumi. Ciononostante, gran parte della regione rimase per lungo tempo covo inaccessibile di lupi, orsi e montanari. Oggi i discendenti di lupi e orsi sono raccolti nel Parco Nazionale, tra Sulmona e Pescasseroli. Mentre i discendenti dei montanari si mescolarono con i discendenti degli invasori longobardi, franchi, svevi, spagnoli ed austriaci. Persistette tuttavia, e nessuno aveva più motivo di me per esserne grato, il loro atteggiamento ostile alle crudeltà commesse da stranieri. Il prodotto più bello dell’Abruzzo erano quei contadini forti, coraggiosi, indipendenti, industriosi e solitamente poveri. Vita dura, capace di sfociare nella poesia, nelle canzoni e nei fantasiosi costumi, che forse rappresentavano il folklore più ricco d’Italia. Emigrati a migliaia nelle Americhe, per forza di cose, ma quasi tutti tornati a casa per morire, non molto più ricchi di quando erano partiti. Il professore mi trasmise un amore per l’Abruzzo che presto l’esperienza avrebbe aumentato. E, come racconterò, da allora vi sono tornato occasionalmente, per motivi sentimentali, ma anche perché la regione mi attrae come uno dei pochi luoghi della penisola che non sono stati massacrati dall’incompetenza culturale». Intanto la situazione politica italiana precipita. I prigionieri ricevono l’ordine dal comando inglese di non lasciare il campo, che verrà però preso in consegna dai tedeschi.

Verney viene trasferito al Campo 78 di Fonte D’Amore, a Sulmona. L’autore descrive la città con riferimenti precisi alla sua storia, a Ovidio, a Pietro da Morrone. Ricorda poi la sua fuga durante il trasferimento in Germania, saltando dal treno con altri due compagni, Amos e Mark. Fuggono verso le campagne tra Sulmona e Cocullo. Alle falde del monte Genzana, incontrano dei giovanotti “armati fino ai denti”, che fanno incontrare i tre fuggitivi con altri quattro prigionieri in fuga, provenienti dall’Aquila, amorevolmente assistiti dalla popolazione. I giovanotti si vantano di aver fatto razzie a Introdacqua e di aver picchiato un carabiniere fascista. Il capo della banda è un tipo infido, spaccone e maligno. Lo chiamano “il maiale”. Gli inglesi stanno di malavoglia con loro.

Verney va a Introdacqua per ascoltare le notizie dalla radio. Ritrova il professore di Chieti, in casa del parroco. Un anziano di Introdacqua, Paolo si prende cura di loro, affidandoli prima a Gabriele e alla sua giovane moglie, e poi accompagnati dal giovane Dionino ad Antonio (Crugnale).

 «Dionino ci presentò uno sconosciuto, un contadino abbastanza robusto di cinquant’anni di nome Antonio, dal viso grigio e impassibile. Aveva combattuto contro i tedeschi nella prima guerra mondiale e poi era stato in America per un breve periodo. Non parlava inglese. Uomo di poche parole, ma con un cuore gentile. Quanto lo fosse realmente, lo scoprimmo bene in seguito. Avendo saputo da Dionino, fidanzato di una delle sue figlie, dove stavamo, Antonio aveva deciso di prendere in mano la situazione. Dionino ci spiegò che era troppo difficile per lui continuare a portare il cibo alla grotta. Avevano trovato un posto sicuro nella valle.

Saremmo scesi lì al tramonto. Le due belle figliole di Antonio, anch’esse piuttosto robuste, avevano portato un grande piatto di terracotta ricoperto di lino, pieno di maccheroni ed ancora abbastanza caldo. Si sedettero tremanti all’ingresso della grotta, mentre divoravamo i maccheroni. Non indossavano vestiti più caldi per proteggersi dal freddo, ma evidentemente erano abituate. Cercammo di essere gentili con loro, per esprimere almeno una piccola parte della gratitudine che provavamo. Le ragazze, ancor meno loquaci del padre, allora e in seguito, non sembravano ascoltare quello che stavamo dicendo. E non gliene importava. Anche Antonio era sempre imbarazzato quando lo ringraziavamo. In risposta gesticolava solo con la mano per ogni piatto che ci presentava, dicendo bruscamente: non importa ringraziare, mangiare o qualcosa del genere, volendo dire: “Forza, mangiate finché è caldo”.

Quando finimmo di mangiare e il fuoco fu riacceso, Dionino ci disse che negli ultimi tempi non faceva altro che nascondersi dai tedeschi e da un destino sconosciuto che capitava ad ogni giovanotto che riuscivano a catturare: Sempre scappare… Scappava continuamente, cavandosela per il rotto della cuffia. Era tale la devozione nei nostri confronti e verso gli alleati che non si preoccupava affatto della sua salvezza. Tutto ciò che voleva era aiutarci».

Dal momento che la casa di Antonio è troppo esposta, vengono trasferiti presso Sinibaldo Amatangelo, che parla un po’ di inglese. Amatangelo viene chiamato da loro Sam, il nome che usava negli USA. È un contadino molto povero e molto amico di Antonio. Ha moglie e tre figli. I prigionieri si affezionano subito a Sam (“lo amammo appena lo vedemmo”). La moglie è una donna tranquilla ma diffida degli estranei e poiché è talmente preoccupata da piangere sempre solo a vederli, i tre inglesi decidono di andar via. Lasciano la famiglia di Amatangelo e si trasferiscono in un’altra grotta, alle falde del Genzana, continuando ad essere  nutriti da Sam e da Antonio.

Le riflessioni di Verney esprimono ammirazione per l’aiuto dato dai poveri alla gente più povera. «Amos una volta disse, scherzando, che sperava ci considerassero un investimento. Sono quasi certo che per loro non era così. Persone profondamente semplici, sull’orlo della fame, che non sapevano quali erano i motivi della guerra. Un disastro, del quale non si sentivano responsabili. Colpa del governo. Noi eravamo tre stranieri portati dalla guerra. E ancora più poveri di loro. Indigenti. Per questo ci avevano aiutato. Solo per questo. Il pensiero di essere ripagati non passò loro neanche per la testa. C’era poca certezza che la guerra sarebbe finita e nessuna probabilità che avremmo potuto ripagarli. Naturalmente furono tutti abbastanza felici del denaro che ricevettero alla fine. Io mandai tutto ciò che potei. Così fece Mark, credo. E dal momento che si trovava in Italia riuscì a spillare dal governo il più possibile. Quando la volta scorsa venni a trovarli, mi dissero che erano stati trattati generosamente. Stavano un po’ meglio economicamente, o quella fu la mia impressione. Ciò che fecero per noi non si può assolutamente misurare in denaro… La situazione divenne impossibile nella valle. Quando ce ne andammo per vivere nella caverna, credevamo di restarci per una settimana. In realtà i tedeschi mantennero salde le posizioni con il famoso Winterstallung e la linea rimase bloccata per parecchi mesi. Fummo costretti a restare nella caverna.

Sam ed Antonio salivano ogni tre o quattro giorni con il cibo. Su e giù. Sei o sette ore da aggiungere al loro lavoro nei campi, a tutte le loro preoccupazioni. Nelle ultime tre settimane lo fecero sotto la neve. Una volta Sam portò una forma di scarpa di ferro da calzolaio sulle spalle per riparare i miei stivali. Due contadini semplici. Non sapevano niente della nostra esistenza fino a qualche settimana prima. Appartenevamo ad una nazione diversa, all’esercito invasore. Capirai meglio domani quando saliremo su quella montagna, se ci riusciremo. Non sono sicuro di farcela. Questa è la scoperta che sto facendo adesso, perché ho più o meno la stessa età che avevano loro allora». Nel frattempo c’è lo sfollamento di Pettorano e molte famiglie si rifugiano nelle grotte. Gli inglesi sono costretti a scendere e tornano da Sam, con l’intenzione di procurarsi gli scarponi e fuggire attraverso le montagne. Cambiano spesso rifugio.

«Le ragazze della famiglia di Pettorano affrontavano una salita di tre ore, ogni giorno, con il cibo per i loro uomini. Arrivavano puntualmente ogni mattina alle nove, con qualsiasi tempo, scalze e cantando, con un asino carico ed altri piatti sulle loro teste. Sembrava che si divertissero a farlo. Qualche volta una di loro proseguiva la salita fino a noi, portandoci qualcosa. Eravamo profondamente riconoscenti. Sam o Antonio o entrambi, accompagnati di solito da uno dei loro ragazzi, ci visitavano ogni quattro giorni, portando tutto quello che potevano: grandi filoni di pane, pezzi di vitello o maiale (avevano ucciso i maiali per paura delle razzie dei tedeschi), formaggio, un barattolo di miele, avanzi di gallina (i cui ossi ci servivano per insaporire il brodo per una settimana, dal momento che avevamo portato una piccola pentola). Noci, mandorle e mele completavano la nostra alimentazione. Vivevamo. Ma l’aria di montagna, la camminata giornaliera alla fontana e la ricerca della legna, ci rendevano tremendamente affamati. I rifornimenti non duravano a lungo, sia pure con un rigoroso razionamento. Sentivamo spesso un dolore sordo allo stomaco»

Intanto Sam riesce a procurare solo due paia di scarponi. Li prendono Amos e John, mentre Mark preferisce restare. Attraversando le montagne fino ad Alfedena e oltre, Amos cadrà falciato da una mina e il suo corpo non sarà più ritrovato, mentre John riuscirà a raggiungere le linee alleate. Tornando al presente, Verney descrive le famiglie conosciute e le loro attuali condizioni, mettendo in evidenza il fatto che Mark era tornato prima di loro a ringraziare. A piazza Garibaldi, a Sulmona, Verney incontra il professore di Vasco. Il giorno successivo, con Manfredo un giovane di 28 anni, raggiungono la grotta che avevano chiamato Adullam. Matthew resta meravigliato nello scoprire che, per sei settimane, sotto la neve, erano stati lassù, nutriti dalla gente. Capisce, ora, perché John ha voluto tornare in Abruzzo, tra Sulmona e Pettorano, a rivedere quella grotta che aveva dato senso alla sua vita. Sulle pareti riconoscono le iniziali dei nomi di Mark Duffy ed H.K. Henry Kempster, che Verney credeva ucciso dai tedeschi alla stazione di Sulmona, ma Matthew gli svela che Kempster è vivo e risiede a Firenze con una numerosa famiglia. Matthew ha fretta di tornare a Firenze, perché il giorno dopo avrebbe sposato Zozo, la sorella di Kempster.

 

9- STANN SKINNER

Stan Skinner nasce a Londra nel 1920, da famiglia medio borghese. Studia, con discreti risultati, alla Grammar School di Wallington, una delle migliori della Gran Bretagna. Ma la sua passione dominante è lo sport – soprattutto il cricket e il calcio – nel quale promette una brillante carriera. A soli 17 anni, assunto da una banca, lascia la scuola. La sua sarebbe stata una tranquilla vita dedita più allo sport che al lavoro, infatti le banche inglesi di prestigio, come la sua, avevano una loro squadra che attraverso i successi sportivi pubblicizzava la banca stessa. Ma a vent’anni, la guerra irrompe nella sua vita, come in quella di milioni di suoi coetanei, sconvolge ogni progetto, e gli fa conoscere infinite sofferenze. Dalla guerra guerreggiata al campo di concentramento di Sulmona, al terrificante bombardamento alla stazione de L’Aquila, dove viene gravemente ferito, ad una lunga degenza ospedaliera e ai suoi terribili postumi.

Il libro “Sulmona and after” (Sulmona e dopo*, a cura di Ezio Pelino, trad. di Giovanni Lapenna, edizione digitale: www.corrierepeligno.it ) di Stan Skinner è la narrazione di una serie interminabile di terribili avventure dopo l’8 settembre e la fuga dal campo 78 di Sulmona. Una vera odissea. A cominciare dalla disperata ricerca, senza alcuna conoscenza dei luoghi, di un rifugio sul monte Morrone. Corrono sempre più in alto, mentre dalle pendici del monte giunge il rabbioso crepitare delle mitraglie tedesche. Valicano la montagna e scendono a valle.

Arrivano a quello che appare un paradiso. Non c’era la guerra, non c’erano i tedeschi. Era un paese sperduto, fuori del mondo. Roccacaramanico. Incontrano un anziano contadino che parla inglese con accento americano. Un ex emigrante. Vengono ospitati. Il paese, un Rio Bo, solo sette famiglie, una chiesa troppo grande e un frate francescano.

Skinner si incuriosisce per la gerarchia sociale di quel microcosmo. Le donne vestono di nero. Sono trattate come cittadini di seconda classe. Gli uomini mangiano per primi, “quello che veniva lasciato” è per le mogli e i bambini. Il venerdì, ogni famiglia va al mercato, a Caramanico, a dieci chilometri, a vendere i prodotti della terra. Il marito sull’asino, la moglie a fianco con una grossa cesta sulla testa. Scrive Skinner: “Benché gli abitanti fossero tanto poveri, erano la gentilezza personificata, ci accolsero molto bene nelle loro case e ci nutrirono altrettanto bene… vivemmo davvero in un mondo di sogno per tre settimane”.

Ricorda con piacere la polenta, condita con sugo di pomodoro, scodellata sul tavolo di legno su cui si mangiava tutti insieme. “Vivevamo – scrive – in un folle paradiso, ogni giorno ci aggiravamo per la valle ad esplorarla”. Capita, in quella terra di nessuno, di ritrovare qualche compagno del campo 78, che prosegue il cammino verso il sud, al di là della Majella, incontro agli Alleati, che per tutti stanno per arrivare, mentre rimangono bloccati sul Sangro. Una mattina, il silenzio di quell’isola di pace viene rotto dal rumore di un mezzo semicingolato. I tedeschi stanno venendo da Caramanico. Skinner e i compagni, riforniti di viveri dagli abitanti, raccolgono le loro poche cose e risalgono il Morrone, per riparare in una grotta. Ma gli abitanti non li abbandonano!

Alle prime luci del’alba, quando i tedeschi non sono ancora in giro per la valle, le donne risalgono la montagna e portano pane, formaggio e altre vivande. Un giorno incontrano lo scrittore sudafricano, Uys Krige,  loro compagno di prigionia, che a sua volta scriverà un libro in proposito, pubblicato in Italia dalla Vallecchi, “The way out”, tradotto in Libertà sulla Majella”. Vestito da pastore, si era unito ai pastori che trasmigravano per le Puglie, e così raggiungerà gli Alleati. La neve li costringe a scendere più in basso. Riparano a Pacentro, ancora in una grotta. Ma un Giuda non manca mai. Un ignoto paesano li vende ai tedeschi, non per trenta denari, ma per 1800 lire a prigioniero. Scortati, marciano per le strade del paese, suscitando la commozione, fino alle lacrime delle gentili donne di Pacentro. Dal campo di Sulmona vengono portati a quello de L’Aquila.

Ma, alla stazione del capoluogo si scatena l’inferno. Un bombardamento feroce semina morte e distruzione. Il Nostro è ferito gravemente, ma riesce con un carro di passaggio a raggiungere l’ospedale civile. Vi lavora un medico di grande valore, che diventerà un Maestro della chirurgia, Paride Stefanini. Lo opera e lo protegge dai tedeschi. La degenza è lunga, ma anche nell’ospedale molti italiani fanno visita ai feriti inglesi cercando di soddisfare le loro esigenze. I ricoverati inglesi devono, però, guardarsi dai fascisti in divisa – delatori dei tedeschi – che abitualmente ispezionavano l’ospedale. Le peripezie continuano fino all’arrivo delle truppe liberatrici.

Il libro di Skinner sembra un racconto di avventure mentre è storia vissuta, di stragi, di sofferenze, di infermità dovute ai bombardamenti e, finalmente, di liberazione e di ritorno alla vita e al lavoro. Skinner non ha dimenticato Sulmona, questa gente allora generosa. È tornato per i 40 anni dalla fine della guerra e tante volte ancora, con Joe Drew, l’organizzatore dei nostalgici raduni. Lui stesso fu l’organizzatore di uno di essi. Scrive: “Abbiamo fatto amicizia e mantenuto questa amicizia con le autorità locali e con coloro che hanno aiutato i prigionieri. Essi sono venuti a Londra e noi siamo ritornati a Sulmona quattro volte”.

Ricorda, per la splendida accoglienza, il sindaco, l’esercito e il capo della polizia municipale Gianni Febbo. Una lapide, nel cortile del Comune, rammenta questo rapporto di autentica amicizia fra italiani e inglesi. È “lo spirito di Sulmona”, come è stato definito dagli stessi inglesi. Nell’ultima sua visita, Skinner con i compagni torna a Roccacaramanico. Tanta era la nostalgia per quell’isola di autentica umanità. Trovano, con meraviglia, una strada – prima non c’era – che collega Pacentro al paesello. Il villaggio è abbandonato, le strade lastricate sono piene di erbacce, le case in rovina, la chiesa con il tetto sfondato. Li sorprende l’invito di una vecchia contadina. Li fa accomodare a casa sua per offrire loro un caffè. È l’unica abitante. Sono tutti emigrati per il Canada e l’Australia. È vedova, non ha figli, non ha avuto questa benedizione, dice. La donna offre del vino dall’ultima bottiglia. Racconta che va a fare la spesa una volta alla settimana a piedi a Sant’Eufemia. Che i carabinieri insistono perché vada per l’inverno a Sant’Eufemia, ma lei rifiuta. È nata a Roccacaramanico, ha vissuto tutta la sua vita là e là vuole morire. La casa della vecchia contadina era la stessa dei tempi della guerra. Nulla era cambiato. C’erano ancora il camino con il gancio per appendere la pentola, il forno per cuocere il pane e gli animali che razzolavano al pianoterra.

Vita al Campo 78

«Nei primi giorni della prigionia, dovemmo organizzarci per come passare il tempo. Alcuni si dichiararono volontari per tagliare la legna, altri si impegnarono a livellare il terreno appena fuori dai cancelli. Nessuno conosceva lo scopo del livellamento di quel terreno, ma, quando venimmo a sapere che quello doveva diventare il nostro campo di calcio, fu subito terminato. Il lavoro era stato iniziato durante la Prima Guerra Mondiale dai prigionieri austriaci. Molto del mio tempo lo trascorsi a leggere e a giocare a bridge. Il mio amico Dick Denman ed io fummo i campioni di bridge del nostro settore per lungo tempo. Subivamo le ispezioni da parte degli italiani, due volte al giorno: ci contavano per verificare che fossimo tutti presenti. Il campo era circondato da un alto muro, con in cima il filo spinato. Oltre il muro c’era un’area preclusa fino ad una barriera di filo spinato, sorvegliata da torrette con servizi di guardia.

 Organizzammo subito il nostro intrattenimento, realizzando palle e paletti da cricket. Giocavamo a cricket alla fine del pendio della strada che correva tra le baracche. Avevamo le nostre regole “interne”, perché la palla andava a finire continuamente sul tetto delle baracche. Comunque, traevamo grande divertimento dal gioco e riempivamo così il nostro tempo. Anche il calcio, sul nostro nuovo campo senza erba, ci procurava molto svago. Vi si giocavano regolarmente incontri internazionali. Avevamo buoni giocatori come Billy e Alf Stevens che erano professionisti nella squadra di Swindon e Billy che, in seguito, aspirerà a giocare per il West Ham. C’era “Mac”, Mc Farlane, un grosso scozzese che giocava a mediano centrale per il Queens Park prima della guerra, e validi giocatori come Danny Debell, Eric Sinclair, Wag Bade, Peter Alcoat e molti altri. Io giocavo sempre con gli inglesi contro gli scozzesi, i gallesi e gli irlandesi. Il campo era situato vicino alla barriera del filo spinato, tanto che molti abitanti della zona erano soliti assistere alle partite dalla parte esterna della recinzione».

  1. JOHN LEEMING, “Sempre Domani” (Always To-morrow) , trad. di Franca Del Monaco, Sulmona, Qualevita 2018.

Un libro che racconta la vita di un uomo è sempre un libro di storia. Una storia umana. Il libro di John Leeming, dal titolo inglese “Always To-morrow”, in italiano “Sempre Domani”, racconta i suoi tre anni di prigionia in Italia, nel periodo della seconda guerra mondiale. Un libro,  resoconto particolareggiato di episodi e riflessioni, di progetti e delusioni. L’autore descrive la sua esperienza con vivace umorismo e quasi totale assenza di pessimismo. Sono vicende originali di vita realmente vissuta. L’ottimismo ed il fascino dell’avventura riescono a sdrammatizzare situazioni obiettivamente tragiche, persino divertendo il lettore.

Leeming, ufficiale dell’Air Force britannica, si trova su un aereo, decollato da Londra diretto a Malta per trasferirvi una ingente quantità di sterline, colpito dalla contraerea tedesca e precipitato in Sicilia nei pressi di Catania. L’aereo si schianta, ma l’equipaggio resta incolume. Da quel momento, i militari inglesi sono prigionieri degli italiani: “Tutto questo accadeva il 20 novembre 1940, cinque mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia”, annota Leeming.

Da quel momento inizia il racconto delle vicende da prigioniero di guerra, vissute da Leeming. Il primo impatto con la popolazione italiana colpisce positivamente l’autore ed i suoi sei compagni. Vengono accolti dai siciliani nella maniera più amichevole possibile: “Ci sedemmo al sole, mangiando avidamente pane, formaggio e bevendo vino. Tutta la popolazione del villaggio si radunò intorno a noi, mormorando e tentando di spiegare con la mimica che non ci consideravano nemici”.

L’impressione di sgomento ricevuta all’inizio dagli inglesi si ribalta e diventa amicizia rispettosa e cordiale. Dopo l’incontro con i contadini siciliani, giungono i militari italiani della Marina e accompagnano  gli inglesi nella loro sede. Scrive Leeming: “Ci sedemmo per consumare un pranzo sovrabbondante, anche se improvvisato. Una situazione che appariva poco chiara. Noi credevamo che in Italia scarseggiasse il cibo, loro erano convinti che in Inghilterra si morisse di fame…”

Gli inglesi, ormai prigionieri degli italiani, vengono condotti a Catania, al quartiere generale, accolti dal generale Lodi.

«Io chiesi ad un ufficiale italiano che avrei avuto bisogno di un medico perché mi guardasse il braccio. Assicurandomi che il dottore sarebbe venuto presto, l’ufficiale mi insegnò la prima parola in italiano. Una parola che avrei sentito spesso nei futuri due anni e mezzo. Domani.  Domani  è qualcosa di particolarmente italiano. Una parola molto usata, pronunciata  in quasi tutte le conversazioni. Tutti i prigionieri l’avrebbero conosciuta bene. I nuovi  la trovavano consolante, le persone esperte irritante. Il dizionario dice che domani significa  to-morrow. Per gli italiani vuol dire “forse”, “una volta o l’altra”, “quando Dio vorrà”. Gli italiani sono cortesi e quando chiedi qualcosa detestano rispondere immediatamente “no” o “impossibile”. Rispondono in modo rassicurante: “Sì, sì, certo domani”. La questione quindi è lasciata in sospeso e l’italiano va per la sua strada, confortato dal pensiero che ha respinto, con molto tatto, una richiesta scabrosa.»

Da Catania vengono trasferiti a Roma. All’aerodromo di  Centocelle.

«Quando vi arrivammo, risultò un posto cupo, melmoso. Un aerodromo in mezzo alle paludi….  Fummo alloggiati in una piccola casa di campagna di quattro stanze, che avrebbe avuto bisogno di ampie  riparazioni e di una mano di vernice. Muri sottili,  finestre sgangherate, pavimenti piastrellati. L’unica fonte di riscaldamento era una stufa, all’ingresso principale… Vi stavamo io, Boyd e tre ufficiali del nostro equipaggio… Per i rapporti sociali, a Roma si stava meglio che a Catania. Eravamo in cinque. Un mazzo di carte da gioco datoci da un ufficiale italiano ci aiutò notevolmente.»

Da Roma a Sulmona, a Villa Orsini.

«Villa Orsini  a circa un miglio dalla città di Sulmona, non era molto grande.  Il suo architetto, a quanto sembrava, aveva curato molto le decorazioni e gli ornamenti: una peschiera di marmo con  pesci rossi vicino all’ingresso principale, un atrio imponente, uno scalone, una statua di bronzo, pavimenti con mosaici, porte intagliate con cura particolare ed altre cose di questo genere. Ma l’architetto sembrava non aver mai considerato la possibilità che ci si potesse abitare, perché era estremamente scomoda. Rimasta vuota per anni, pochi mesi prima che vi arrivassimo era stata acquistata da una nobildonna, che intendeva rimetterla a posto e adatta per viverci.»

A Sulmona ricevono ottima accoglienza e si troveranno in buona compagnia, assistiti con la massima cura, con rispetto e con reale disponibilità a soddisfare le loro istanze

«Arrivò un uomo che sarebbe diventato uno dei nostri buoni amici, che si presentò parlando in inglese, il tenente Augusto Ricciardi. In breve ci disse che sua madre parlava inglese e che lui aveva avuto una governante inglese. Si scusò per il disordine…  ricondusse il comandante alla calma e le sentinelle alla ragione..  Grazie al suo grande impegno avemmo un pasto servito a tavola come si deve e, per di più, un vero fuoco in una stufa di metallo…».

Leeming scrive: «Nei primi giorni a Sulmona avevamo cibo in abbondanza e, tutto sommato, la vita a Villa Orsini non era spiacevole. I due aiutanti di Ricciardi, il Maresciallo ed il sergente Conti, erano persone simpatiche». Ottimi i rapporti con le persone che conosceranno nel corso delle loro passeggiate nei luoghi esterni.

Quando a Villa Orsini arrivano parecchi ufficiali e generali catturati dagli italiani e dai tedeschi diventa impossibile viverci. Sono costretti a fare sacrifici.

Da Sulmona vengono trasferiti a Vincigliata,” un castello scuro, medievale, tetro e severo…Su un giornale inglese ho visto foto di un posto attraente, letto di alloggi piacevoli assegnatici, addirittura di lusso …le foto ritraevano una dimora che non avevo mai visto: certamente non era il castello di Vincigliata “ in provincia di Firenze. Questa struttura era stata costruita alla fine del tredicesimo secolo. Acquistato poi, nel 1855, quando era diventato un rudere,  «da un inglese, Temple Leader, un ricco membro del partito liberale a Westminster. L’inglese ricostruì il castello che, pur mantenendo l’antico aspetto dentro e fuori, venne fornito di cucine, soggiorni, camere da letto e gabinetti in maniera da diventare abitabile». Il castello si rivelerà una dimora orribile.

La vita a Vincigliata diventa dura e controllata, veramente opprimente per un prigioniero. I loro progetti di fuga a volte falliscono, altre riescono, anche  se poi verranno ricatturati. Leeming riuscirà a farsi riconoscere “malato mentale” e tornerà in patria nonostante gli inciampi dovuti a macchinosi impedimenti burocratici e alle sofferenze patite per essersi ridotto in condizioni fisiche gravissime. Dopo l’8 settembre 1943, i prigionieri inglesi ,suoi amici, riusciranno a liberarsi e, grazie all’aiuto loro garantito dai contadini che li ospitarono, o perché accolti nei conventi o sorretti dai partigiani, potranno finalmente arrivare in Inghilterra .

  1. Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, E si divisero il pane che non c’era, nuova edizione a cura dell’Ass. Cult.“Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, Qualevita, Torre dei Nolfi 2009

 “Bellissimo libro che hanno scritto gli alunni e gli insegnanti di una scuola di Sulmona e che  io conservo gelosamente” (CARLO AZEGLIO CIAMPI, Presidente della Repubblica Italiana)

“Fascinating – and  moving – reading” (T.L. RICHARDSON, Ambasciatore Britannico in Italia)

  1. Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2003

“Un libro originale con intelligente impostazione, in linea con lo spirito d’uno storico come F. Braudel. Il vero protagonista al centro delle pagine è uno solo: il desiderio di libertà.” (GABRIELE DE ROSA)

“Una iniziativa nata nella scuola, un libro abilmente montato. Il protagonista del libro, Carlo Azeglio Ciampi, sente profondamente la responsabilità di non cedere, unificando i concetti di patria e di libertà, con schiettezza e realismo.”(CLAUDIO PAVONE)

 

  1. Roger Absalom, A Strange Alliance, tradotto in italiano col titolo L’alleanza inattesa: Mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945), a cura di “Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation”, ed. Pendragon, Bologna 2011.

BIBLIOGRAFIA, testimonianze autobiografiche dei prigionieri di guerra al Campo 78 di Fonte d’Amore a Sulmona

-Ass, Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” (a cura di)  E si divisero il pane che non c’era, nuova edizione, Qualevita, Torre dei Nolfi 2009

-Ass, Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Traiul” (a cura di), Il sentiero della Libertà, un tratto di strada con Carlo Azeglio Ciampi, Qualevita, Torre dei Nolfi 2001 Quale

Ass, Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Traiul” (a cura) Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2003

-John Esmond Fox, Spaghetti e filo spinato, Qualevita, Torre dei Nolfi  2002

-Donald Jones,, Fuga da Sulmona, Qualevita, Torre dei Nolfi 2002

-William Simpson, La guerra in casa 1943-1944. La Resistenza Umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano,  presentazione di  Roger Absalom, Qualevita, Torre dei Nolfi 2004

-Sam Derry, Linea di fuga, Sulmona-Roma-Città del Vaticano, Qualevita, Torre dei Nolfi 2011

-John Verney, Un pranzo di erbe, Qualevita, Torre dei Nolfi 2014

-John Leeming, Sempre domani, Qualevita, Torre dei Nolfi 2018

-Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta (a cura di),  Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale, edizioni Tracce-Fondazione Pescarabruzzo 2014

PROLOGO ED EPILOGO

IL TRENO DELLA MORTE

da Sulmona a Dachau: 8 ottobre 1943

Giulio Mario Salzano, nato e residente a Badia di Sulmona, ricercatore universitario, storico del Campo di concentramento di Fonte d’Amore, ha pubblicato un saggio storico su “Italia Contemporanea” (n. 294/2020), quadrimestrale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, dal titolo “Deportati a Dachau, un caso di (in)giustizia ordinaria nell’Abruzzo del secondo dopoguerra”.

Un fatto sconvolgente, rimasto per molto tempo ignorato, non solo dalla storia ufficiale, ma anche e soprattutto dalla storia e dalla memoria locale.

L’autore si è fondato sulla ricognizione dei fondi inediti della Corte d’Appello dell’Aquila e della Sezione speciale della Corte d’assise, relativi agli anni 1944/1947. Si tratta del caso giudiziario Corrado Dejean, direttore allora della casa penale di Badia di Sulmona, allora situata nella Abbazia celestiniana. E’ stato l’unico accusato con la seguente motivazione: “aver collaborato col tedesco invasore, trattenendo oltre l’8 settembre 1943, detenuti per reati politici e i detenuti d’oltre confine,,.per aver consegnato, il 7 ottobre 1943, alle autorità militari germaniche, 246 detenuti di oltre confine e i condannati per reati politici, oltre ai detenuti per reati comuni, per aver cooperato al rastrellamento dei prigionieri alleati sbandati fra il settembre 1943 e il giugno 1944”.

Corrado Dejean era nato a Noto (SR) l’11 novembre 1895. Aveva partecipato alla prima guerra mondiale, pluridecorato, aveva svolto il suo lavoro in vari istituti di pena. Il 25 novembre 1941 era stato trasferito da Caltanissetta a Sulmona, in qualità di “direttore di prima classe” del carcere dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone.

A Sulmona giunsero i tedeschi il 12 settembre 1943 e vi rimasero fino all’8 giugno 1944. Tutto quindi avvenne sotto la vigilanza del comando tedesco. Al carcere della Badia vi erano circa 400 detenuti: 139 provenienti dalla Croazia, 34 dal Montenegro, 4 dalla Bosnia-Erzegoviana, 40 dalla Grecia, 20 dalla Slovenia, 3 dalla Serbia, Bulgaria ed Eritrea.

Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, il ministro di Grazia e Giustizia, Azzariti, aveva concesso la grazia ai condannati politici italiani, escludendo gli allogeni e i sudditi dei territori occupati, trattenuti anche dopo l’8 settembre. Infatti, il 17 agosto 1943, il sostituto procuratore, Salvatore Sambenedetto e il commissario di pubblica sicurezza, Ambrogio Gallo, si recarono al carcere della Bada, alla presenza del direttore Dejean, per vagliare le posizioni dei singoli detenuti che avrebbero beneficiato del provvedimento di scarcerazione. Solo 25 furono ritenute ammissibili al provvedimento di grazia. Furono rimessi in libertà: Giancarlo Paietta, Salvatore Cacciapuoti, e tanti altri esponenti del Partito Comunista. Paietta ricorderà spesso il periodo di carcere trascorso a Sulmona, perfino  nei comizi in città (“La fine del mondo al  carcere di Sulmona”).

Il direttore Dejean  si recò al vicino Campo di Concentramento alleato (Campo 78) per informarsi sulle disposizioni di carattere internazionale, tanto che il 12 settembre consegna al comandante del Campo, Cochran, i detenuti inglesi che erano al carcere della Badia. Ma quella stessa sera arrivano i soldati tedeschi, mentre i prigionieri alleati tentano la fuga sulla montagna, senza successo. La mattina del 13 settembre i soldati tedeschi assumono il pieno controllo del campo di concentramento.

La data, tragica e funesta, è la mattina dell’8 ottobre 1943. Giorno in cui i soldati tedeschi ammassano fuori dal carcere tutti i detenuti, scortandoli a piedi fino alla stazione, eccettuati quattro “impossibilitati a muoversi”. Sui vagoni del treno merci per la Germania ci furono anche 9 civili rastrellati da poco. Il viaggio dura 6 giorni e 5 notti fino al Konzentrationslager di Dachau. Il 13 ottobre le autorità del campo registrano l’ingresso di 392 deportati provenienti da Sulmona.

Questi i nomi dei 9 civili: Carlo D’Ascanio, Egidio Casasanta, Carmine Santilli, Ettore De Simone, Michele Scarpone, Erminio Spadino, Sabino Di Filippo, Mario Colella, Angelo De Simone.

Solo i primi 4 sopravvissero.

Secondo i libri matricola del carcere, i detenuti prelevati furono 390, aggiungendo i 9 civili, il numero totale dei deportati da Sulmona in Germania sono 399.Questi, i fatti tristi e disumani, provocati dalla dirigenza del carcere di Badia di Sulmona.A questo punto, si apre il problema delle responsabilità del direttore Dejean e del processo nei suoi confronti.

L’autore, Giulio Mario Salzano, si sofferma in modo strettamente analitico e su una vasta documentazione d’archivio sulla questione del processo a Dejean, che si concluse con la sentenza di assoluzione per  “non aver commesso il fatto”, a causa dell’ “inefficacia delle procedure epurative”.

Procedimento giudiziario, nato dalla denuncia di Antonino Salanitro, fratello di Carmelo, professore di latino e greco al Liceo Cutelli di Catania, uno dei detenuti politici recluso al carcere della Badia, arrestato dall’Ovra il 15 novembre 1940, perché in possesso di volantini antifascisti. Il 25 febbraio 1941 viene condannato a 18 anni di reclusione e trovandosi nella tetra situazione del carcere di Sulmona, non viene liberato come detenuto politico ed è costretto, anch’egli, a seguire i destinati al treno per Dachau. Morirà nel lager di Mauthausen il 24 aprile 1945.

Nel caso Dejean e del treno della morte, da Sulmona a Dachau, si evidenzia un fenomeno assolutamente strano: innanzitutto l’oblio del tragico fatto disumano, e poi l’atteggiamento di falsa  modestia o un ipocrita ritegno da parte di molti personaggi sulmonesi, quando furono chiamati alla Procura di Sulmona, per esprimere il proprio parere. Furono: Gustavo Meola, capitano dei carabinieri, che parlò di accuse contro Dejean “destituite di fondamento”. Il procuratore di Sulmona, Carlo Pierantoni, interrogò molte persone informate sui fatti come gli agenti in servizio E tra gli altri:  Roberto Cicerone, partigiano, Raffaele Del Basso Orsini, tenente colonnello a riposo, Carlo Cicone, medico del carcere, i parroci Vittorio D’Orazio e Francesco Quattrocchi, Luigi Santomartino, Alfiero Di Girolamo, partigiano e vice sindaco, Enrico Del Signore, Mario Di Cesare, agente dell’A,Force, Carlo Giammarco del Comitato Nazionale di Liberazione, l’avvocato Guglielmo Mascio.

Il direttore, Corrado Dejean, cercò in tutti i modi  di  raccogliere testimonianze a suo favore, perfino “un attestato di gratitudine e riconoscimento” per l’aiuto alle forze armate degli Alleati, ottenendo la somma di 2.500 lire come ricompensa. Il documento che sembrò definitivo fu l’atto della Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano, il 22 maggio 1946, firmata dal Maggiore Aldo Rasero, come “appartenente alla Banda Conca di Sulmona”, che in realtà non fu mai riconosciuta. La conclusione avviene il 30 giugno 1947, la Corte, presieduta dal magistrato Giovanni Petraccone, e dai consiglieri, Giacomo Barresi e Bruno De Marco, chiude definitivamente il caso. Nel 1957, Dejean diventa ispettore generale degli istituti di prevenzione e pena . Il 19 novembre 1962, il Ministero trasmette a Dejean il diploma col quale il Presidente della Repubblica gli conferisce l’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica Italiana”.

La ricerca di Giulio Mario Salzano, così precisa e interessante, riapre un capitolo mai chiuso nella storia italo-mondiale; la storia dei campi di sterminio. Storia che alla luce della frase di George Santayana, vergata all’ingresso del campo di Auschwitz, raccomanda a non dimenticare: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.   IL SENTIERO DELLA LIBERTÀ/FREEDOM TRAIL

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