Venerdi, 10 novembre 2017

Il dialetto in Evandro Ricci: espressione della vita


2013/03/22 10:281 comment

di

Alfredo Fiorani

Alfredo Fiorani

Sulmona,22 marzo.-Ci eravamo occupati di Evandro Ricci tanti anni fa quando recensimmo “Pe ju tratture”. Un meraviglioso libro in dialetto di Secinaro sull’epopea della transumanza. Era il 1990. A distanza di oltre vent’anni, abbiamo ritrovato Ricci ancora in perfetta forma poetica.  “De là de la tèrra sécca” (Edizioni Qualevita, pag. 130, 2012, s.i.p.), ancora versi in dialetto secinarese, è l’ultimo lavoro di Ricci con prefazione di Ilio Di Iorio che non gli ha risparmiato lodi, ma neppure tiratine d’orecchie quando scrive: «il suo verso non è sempre al diapason e talvolta ristagna. Del resto, Orazio nella sua Ars poetica afferma che perfino Omero aliquando dormitat (qualche volta dormicchia).»

Sarà che il dialetto è la lingua della terra, per come lo vediamo, così impregnato d’umori e colori; sarà che Ricci della terra ne conosce ogni consistenza e resistenza per averla attraversata con la “zappa” e che pur continua ad amare «a fine de viàje/vujje pusà l’òmbra/n-cima a sta tèrra amica/che’ le spiche mè, ùteme»; sarà che il dialetto ci ricorda j’addore de ju jile de jerva, la sbuffata de vinte che s’àuza e l’espandersi de la luce de l’alba, di Evandro Ricci ci prendiamo tutto consapevoli che così facendo ne verrà fuori una lettura condizionata dal sentimento e quindi non troppo dentro i margini dell’oggettiva. Ed è per questo che critici non ci sentiamo. Ma, più semplicemente, lettori attenti.

 Il libro consta di 510 componimenti più o meno brevi che spaziano su ogni aspetto dell’esistenza fino ad indurci a ritenere che l’A. pensi in dialetto tanto gli appartiene  quell’idioma quanto, che dire?, un Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi poeti romantici, nel suo soggiorno italiano pensava in inglese. Questo fa sì dall’allontanarci dal cadere nell’equivoco che il dialetto sia una lingua morta. Tutt’altro se Ricci lo usa per trasferirci la sua visione del mondo più intima e privata. Nulla resta fuori: ricordi, considerazioni, emozioni, annotazioni, riflessioni. Tipo: «La vì sta a ju traguàrdie:/s’allongane le vòce/de jire i l’atrajire;/ju timpe zurla sèmpre». L’aspetto che ci meraviglia è che la poesia pur riconvertita in lingua (traduzione a fronte), non perde di tensione né si svilisce. Ma restano quasi intatti il pensiero, i contenuti, i sentimenti, il soffio che gli ha dato vita. La trasposizione in lingua dei versi dialettali si riduce solo a specchio. Certo, lo specchio non restituirà mai la perfezione dell’originale. E’ pur sempre una copia, come la riproduzione di un dipinto d’autore. Fedele fino al dubbio che possa trattarsi dell’originale, ma che originale non è. Ad esempio: «Dòppe nòtte de jile/se remmiva ju rame». Quel “remmiva” (vivifica) è un gioiello linguistico di per sé. Eppure, nel contesto del componimento rimesso in italiano il “vivifica” conserva la sua forza espressiva senza contrasti o stridori o debolezze.

 Il silenzioso transito del tempo nei versi di Ricci ha con la natura un legame intenso, profondo e continuo, e l’uomo nel mezzo confinato tanto da avvertire il desiderio di «Vulèra ròmbe sùbbete/la gàbbia de ju timpe/pe camenè serine/pe la vì de la luce». Ma la Natura è là a dare sollievo: «Ju ventarijje stacca/ju turminte de l’ànema/i pòlvere de sòle/cala da ju Surènte», fantasie agli occhi, luce alle ansie, ali al pensiero, parole ai sogni, colore alle nostalgie. Il poeta raccoglie e coglie tutto affinché più tardi restino i ricordi «cumma linfa de vita» a testimoniargli che non è inutile vivere né – tanto meno – fare poesia.(h.10,30)

 Alfredo Fiorani

1 Comment

  • Giuseppe Bernabei fu Emilio

    Ogni qualvolta vengo ,tramite questi mezzi, a visitare posti nativi e con nostalgia leggo i versi del paesano Ricci.
    …E si, ” la scazeca…alle sei di mattino , quando i mietitori si ristoravano nei campi…
    Saluti e auguri.

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