Mercoledi, 24 aprile 2019

I crimini tedeschi contro la popolazione civile nella Valle Peligna. Il caso Stenkling-Fucinese


2019/02/05 10:320 comments

(di Mario Giulio Salzano.)

 

Sulmona, 5  febbraio- Allo stato attuale della ricerca storiografica relativa ai crimini nazisti e fascisti commessi nei confronti della popolazione civile della Valle Peligna, tra l’8 settembre 1943 e l’8 giugno 1944, sono state finora censite 28 vittime in 18 distinti episodi; 24 uomini e 4 donne. Le più giovani, se si fa eccezione della morte del feto nel grembo di Gemma Addolorata Puglielli, entrambi vittime del fuoco tedesco, furono Elena Di Bacco, 14 anni, di Pratola Peligna e Ivo Coccia, 8 anni di Sulmona. Sette omicidi furono commessi nella prima settimana di giugno del 1944, quando le truppe tedesche si preparavano a lasciare la Valle Peligna. Gli esecutori di questi crimini sono tuttora sconosciuti, eccetto uno. Si tratta di Giovanni Stenkling, sergente carrista dell’esercito tedesco di occupazione. Il caso Stenkling fu uno dei 13 procedimenti giudiziari avviati dalla magistratura italiana nei confronti dei criminali di guerra, giunti a dibattimento, e sui quali fu emessa una sentenza, prima che Enrico Santacroce, procuratore del Tribunale supremo militare a Roma, disponesse, nel 1960, l’archiviazione e l’occultamento dei fascicoli relativi ai crimini nazisti e fascisti commessi in Italia dopo l’8 settembre. Il caso Stenkling, data l’eccezionalità delle circostanze giudiziarie, fu rievocato in Parlamento più di sessant’anni dopo, l’8 febbraio 2006, in occasione di un’interrogazione della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti”. Stenkling fu processato in contumacia; il reato per il quale fu giudicato si consumò nell’inverno del 1944, a Raiano, un paese della provincia dell’Aquila.

Domenica 13 febbraio 1944, poco dopo le 18, il sergente tedesco Giovanni Stenkling e il giovane Luigi Baratta, ventenne, carabiniere di Vinchiaturo, furono comandati di pattuglia su ordine del Comando tedesco[4]. I due militari avrebbero dovuto vigilare sulla corretta applicazione delle prescrizioni relative al coprifuoco e prevenire eventuali “azioni criminose” da parte della popolazione locale. Verso le 18.55, i due giunsero nei pressi della “rivendita di vino” gestita dal giovane Guido Moca, i cui locali erano ubicati nell’attuale civico 27 di Corso Garibaldi. In quel momento, all’interno della cantina, oltre a Guido Moca, l’oste, si trovavano Guerrino Bandini di Acquapendente, carabiniere in borghese, ma fuori servizio; Aldo Valdrè, di Faenza, e due uomini di Raiano: Rocco Fucinese e Domenico Cipriani. Come da procedura, il sergente Stenkling chiese i documenti ai presenti. Moca e Cipriani, ricorderanno tempo dopo, che Stenkling si rivolse a Fucinese e lo accusò di essere un “grande comunista” e “di volere la morte di Hitler e Mussolini”. Il giovane maniscalco di Raiano respinse le accuse. Subito dopo aver identificato ognuno dei presenti, e sequestrato alcuni documenti, Stenkling ordinò al carabiniere Baratta di accompagnare Cipriani, Fucinese e Valdrè in camera di sicurezza. Qui, i tre avrebbero dovuto trascorrere la notte per essere stati sorpresi fuori casa durante il coprifuoco e senza autorizzazione. Scortati da Baratta, i tre uscirono dalla cantina, mentre il sergente Stenkling rimase all’interno a discutere con Bandini e Moca. Appena uscito, Fucinese si volse indietro e iniziò a inveire contro il tedesco. Nonostante gli sforzi del giovane carabiniere nel cercare di trattenerlo, Rocco Fucinese riuscì a divincolarsi e a rientrare nel locale.

Secondo le testimonianze di Moca e Bandini, nel pretendere la restituzione dei documenti, Fucinese “cercò di togliere il fucile mitragliatore al sergente tedesco”, colpendolo con “con due pugni”; quindi uscì di corsa dalla cantina nel tentativo di dileguarsi tra i vicoli del paese. Stenkling inseguì Fucinese e gli intimò di fermarsi sparando una raffica di mitra in aria. Fucinese continuò la sua corsa, ma a quel punto, Stenkling esplose una seconda raffica in direzione del fuggitivo, questa volta ad altezza uomo. Fucinese fu raggiunto da alcuni proiettili alle gambe e cadde a terra, ferito in modo grave; nonostante ciò, riuscì a trascinarsi per un centinaio di metri, fino a raggiungere l’ufficio postale nei pressi della chiesa nella centrale piazza Umberto I. Alle 23, una pattuglia tedesca trovò il corpo esamine di Rocco Fucinese riverso a terra. Qualche giorno dopo, il 19 febbraio, il Pretore di Pratola Peligna inviò il verbale redatto dal comandante dei Carabinieri e il referto autoptico al Procuratore di Stato a Sulmona. L’azione giudiziaria nei confronti del sergente tedesco fu avviata solamente il 19 luglio 1944, dopo più di cinque mesi dalla morte di Fucinese, e a più di un mese dalla ritirata tedesca dalla Valle Peligna (8 giugno). La mattina del primo agosto 1944, Domenico Fabrizi, vicepretore di Pratola Peligna, raccolse le dichiarazioni di Paola Valeri, vedova di Rocco Fucinese. Valeri fu l’unica tra le persone convocate a non essere presente quella sera sul luogo della tragedia. “Con la sua morte – disse Paola Valeri al pretore – la mia famiglia composta di me e di due teneri figli: Anna e Damiano Fucinese rispettivamente di anni 7 e di anni 6, è ridotta sul lastrico. Se la giustizia umana non raggiungerà il colpevole lo possa raggiungere la giustizia divina”. La stessa mattina furono ascoltati Domenico Cipriani, Guerrino Bandini, Luigi Baratta e Guido Moca. Tutte le testimonianze confermarono essenzialmente la ricostruzione dei fatti esposta all’epoca dal comandante dei Carabinieri del presidio di Raiano. Il fascicolo fu quindi inviato il giorno successivo al Procuratore del Regno a Sulmona. Da quel momento il caso Stenkling conobbe un lungo e complesso iter giudiziario che avrebbe coinvolto diversi tribunali ordinari e militari. Il 27 agosto 1944, una copia del fascicolo fu inviata al Procuratore Militare del Tribunale Militare di Guerra a Roma. Il 20 novembre, gli atti furono quindi inviati alla Procura Militare di Macerata “per competenza territoriale”. Il 20 gennaio 1945 il Tribunale procedeva nei confronti del Sergente tedesco Giovanni Stenkling con l’accusa di omicidio volontario (art. 13-185 CPMG, 575 C.P.). Senonché, sei mesi dopo, il 30 maggio, in seguito a un riordinamento della geografia giudiziaria militare, il fascicolo fu di nuovo inviato al Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Roma, ancora una volta accompagnato dalla formula “per competenza territoriale”. Il 30 giugno, fu di nuovo avviato il “rito sommario” nei confronti del sergente Stenkling. Qualche giorno dopo, il 7 luglio, il Procuratore militare ordinò “la rimessione del procedimento per ragioni di convenienza, al sign. Procuratore del Regno di Sulmona” in quanto si ravvisavano, all’origine del reato “cause estranee alla guerra”; si trattava cioè di un “reato previsto dalla legge penale comune”. Il 28 novembre 1945, il Pretore di Pratola emise un ordine di cattura nei confronti di Stenkling. Com’era prevedibile, il domicilio del sergente tedesco non fu mai individuato, e per questa ragione, il 14 febbraio 1946, il comandante dei Carabinieri di Raiano, Giuseppe Allegro, restituì al Pretore di Pratola il mandato di cattura con esito negativo. Il 9 aprile 1947, il fascicolo giunse in Corte d’Appello a l’Aquila e successivamente alla Corte d’Assise; l’11 agosto fu nominato l’avvocato Gaetano Belisario difensore d’ufficio dell’imputato. Il 22 settembre fu chiusa la fase istruttoria del procedimento. La sentenza giunse tre anni dopo. Il 13 giugno 1950, alle 10 del mattino, si riunirono presso la sede della Corte d’Assise a Sulmona, Colangelo Abele, Presidente della Corte, il cancelliere Guerino Giammarco, il Pubblico Ministero Sclafani Ulderico e quattro dei nove giudici popolari che erano stati convocati nei giorni precedenti. In aula era presente anche Paola Valeri, vedova di Fucinese, parte civile al processo, assistita dall’avocato Rocco Santacroce di Pratola Peligna. La corte si riunì in camera di consiglio e lo stesso giorno emise il verdetto. Giovanni Stenkling, difeso in contumacia, questa volta dall’avvocato Cristofaro Incani del Foro di Sulmona, fu riconosciuto colpevole di omicidio e condannato a 21 anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici, alle spese processuali, e al pagamento di 200.000 lire a favore della vedova Fucinese.

 I processi celebrati in Italia, subito dopo la fine del conflitto, furono pochissimi rispetto al numero degli episodi criminosi registrati. In occasione delle ricerche per “l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia”, in Abruzzo sono state censite circa 900 vittime in 358 casi distinti, molti dei quali rischiavano di essere definitivamente rimossi dalla memoria collettiva. Per la quasi totalità di essi non è stato ancora possibile individuare gli esecutori materiali. Come ha ben evidenziato Marco De Paolis “La punizione dei responsabili dei crimini di guerra è stata assai limitata, fermandosi soltanto […] alla celebrazione di pochi processi, per lo più riguardanti casi eclatanti e assai conosciuti”. Da questa prospettiva, il caso Stenkling fu dunque un’eccezione tra le eccezioni nella difficile ricerca della verità giudiziaria sui crimini nazisti e fascisti. La recente sentenza con la quale si condanna la Repubblica Federale di Germania per la “strage dei Limmari” (Pietransieri, 16-21 novembre 1943), depositata il 2 novembre 2017 dal Giudice Giovanna Bilò del Tribunale di Sulmona, può essere considerata come un tentativo di spalancare “una specie di ‘porta della verità’ attraverso la quale, anche mediante la ricostruzione e l’accertamento dei fatti nella loro materialità e nelle individualità delle singole condotte, si afferma l’ingiustizia del fatto, la sua illiceità e la responsabilità penale di chi quel crimine ha commesso”. La memoria non presidiata, al contrario, rischia di schiudere le porte al negazionismo. Il pericolo concreto è che “la realtà, che risulta evidente soprattutto per coloro che hanno vissuto quelle tragedie come vittime di quei crimini, viene così modificata, alterata, o persino sovvertita. In altre parole, viene negata” (h. 9,30)

 

 

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