Venerdi, 10 novembre 2017

Ellis Island: la porta di Gerusalemme o del rispetto degli ultimi


2013/06/04 10:220 comments

( di Alfredo Fiorani) 

    'La Merica'Sulmona,4 giugno.-«Infatti, sono sbarcato a Odessa sei mesi fa ed ora sono carpentiere alle dipendenze di un ingegnere di Lucca. Stiamo costruendo una grande ferrovia che da Mosca farà il giro del mondo. […] Il paese che ci siamo lasciati alle spalle è come Navelli […] Quando saremo arrivati a Vladivostok, tutta la Russia parlerà di Navelli.»

Il brano riportato è testimonianza che l’emigrazione italiana ha raggiunto i più sperduti angoli del pianeta, tal quale fece questo anonimo navellese impegnato nella costruzione della Transiberiana alla fine dell’Ottocento. Oppure come l’altro suo paesa’ che, presente alla rivolta dei Boxer del giugno del 1900 a Pechino, scrive: «A parte i tram, tra Navelli e Tien-Tsin non c’è molta differenza: anche qui ci sono i signori che non fanno niente e i contadini che lavorano dalla mattina alla sera.» Insomma, come è evidente, gli italiani hanno raggiunto tutte le latitudini possibili del mondo facendo ed assistendo alla storia dei Paesi in cui hanno soggiornato. Una delle rotte che più d’ogni altra è stata percorsa fu la più attraente verso gli Stati Uniti d’America. Anzi, “La Merica” (Ianieri Edizioni, 2013, pagg. 266, s.i.p.), come dal titolo del pregevole libro proposto dagli alunni del Liceo delle Scienze sociali dell’Istituto “G. Vico” di Sulmona, sotto l’attenta guida della dirigente scolastica Caterina Fantauzzi e della supervisione dei professori Carolina Lettieri, Anna Lucia Cardinali e Guerino Paolini.

Il libro è un’indagine sociologica, ma anche analisi di esperienze esistenziali di chi per ragioni prettamente lavorative ha dovuto abbandonare la propria terra per raggiungerne un’altra, nel nostro caso, “La Merica”, il più delle volte col dolore nel cuore. Sacrifici, umiliazioni, affronti, affanni, smarrimenti sono stati l’amaro pane quotidiano di centinaia di migliaia d’individui sorretti dalla sola speranza d’affrancarsi dalla povertà, dagli stenti di una patria “maligna” ed irrispettosa dei suoi figli.

La Merica, dunque, Terra Promessa. Non tutti però hanno potuto ricevere la grazia di vedere “Gerusalemme”. Molti ce l’hanno fatta grazie alla fortuna, alla volontà, a circostanze favorevoli o alla propria intelligenza. In ogni caso, per nessuno è stato semplice quel “radicamento”. Lasciarsi alle spalle le zolle d’origine, l’Abruzzo nello specifico, significava denudarsi di tutto, privarsi di ogni legame: affettivo, linguistico, culturale, formativo per affrontare l’ignoto in un’epoca in cui la comunicazione, i diritti, le protezioni sociali lasciavano assai a desiderare, quando non erano del tutto assenti. Soprattutto durante i primi anni del ‘900. La religione, la famiglia, la lingua madre rappresentarono, ben oltre l’inizio di quell’avventura, un pezzo di “terra” natia portata dentro per non sentirsi del tutto sradicati o del tutto smarriti o del tutto esiliati o del tutto abbandonati a se stessi dalla sorte.

Nel 1907 si registrò il più alto numero di sbarchi ad Ellis Island (New York): oltre un milione di derelitti approdarono all’ombra di quel simbolo di speranza che era la Statua della Libertà. Il libro è ricco di informazioni, date, situazioni, dichiarazioni, documenti che ci danno il senso e i significati di quel flusso migratorio che si protrasse quasi ininterrottamente per oltre sessant’anni. Lo sbarco ad Ellis Island era solo l’inizio: la porta d’accesso a Gerusalemme. Moltissimi non la varcarono mai. «Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane, particolarmente quando si riferiscono a uomini e donne dal comportamento onesto.» Sono annotazioni di Edoardo Corsi il quale prosegue: «Ho visto centinaia di persone del genere costrette a ritornare nei paesi di provenienza, senza soldi, e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo.»

Edoardo Corsi, anche lui, aveva ricevuto le “stimmate” dell’emigrato. Ebbe più fortuna. Nel 1931, venne nominato direttore di Ellis Island dal presidente Herbert Hoover. Un italiano di Capestrano simbolo della rivincita dopo il caso Sacco e Vanzetti, dopo i linciaggi, dopo i morti ammazzati sul lavoro, dopo le vergognose angherie, le atrocità, i rifiuti. Dopo i suicidi dei perdenti che pur di non dimostrare il proprio fallimento verso chi avevano lasciato in patria preferivano darsi la morte per non aver realizzato il “sogno americano”. L’insuccesso per molti era intollerabile.

Bene hanno fatto i curatori a porsi come intento di partenza quello di impostare la questione “emigrazione” sulla base, non del dramma, che pur esiste indiscutibilmente, piuttosto sul dare “una testimonianza, affinché il tempo non cancelli i sacrifici, gli sforzi, le pene, lo sradicamento e le lacrime versate da questa generazione.” Ora, parafrasando una canzone di Riccardo Cocciante, avremmo definito il libro “bello senz’anima” se non si fossero inseriti la viva voce degli emigranti e i vari passi tratti dal romanzo autobiografico di Pascal D’Angelo Son of Italy. Inserti in cui la condizione dell’emigrante emerge, al di là e al di sopra delle fredde interpretazioni sociologiche (benché necessarie), con le toccanti memorie degli immigrati e con le commoventi connotazioni che ne fa l’autore nella sua tribolata biografia che ricalca nei tratti salienti la stessa della maggior parte dei suoi connazionali per i quali si è compiuto un destino venato, comunque si sia risolto, da una incancellabile, sotterranea tristezza.

Nel leggere il libro (invitiamo a farlo) avrebbero molto da riflettere, oggi, i nostri connazionali sul senso dell’accoglienza e del rispetto dell’”altro”, rammentando quando anche noi solcavamo gli oceani per chiedere aiuto e ci appellavano col nomignolo spregiativo di “uàp” (storpiatura di without passport: senza passaporto) o, peggio, ci ritenevano dei ritardati mentali (h.10,00)

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