Martedi, 19 marzo 2019

Il culto e la festa della Madonna della Neve


2014/08/03 21:050 comments

( di Raffaele Santini)

 Bugnara2 Bugnara,3 agosto.– In tutta l’area Peligna, dell’Abruzzo interno, fu diffuso il culto della Madonna della Neve, a seguito di una delle più belle leggende del Medioevo cristiano, che alimentò la grande devozione tra i fedeli.Il titolo con cui la Chiesa cattolica venera la Vergine, secondo il culto d’iperdulia, deriva da un evento straordinario. La letteratura religiosa è piena di segni, prodigi, portenti, che irrompono nelle vicende umane, manifestando un’inattesa, imprevedibile presenza divina. Anche tra i pagani si raccontava di statue di dei che sudavano. Lacrimavano, perdevano sangue o animali che davano segni e parlavano. I Romani antichi contrapponevano a tali eventi sconvolgenti i rituali di placazione, con lo scopo di riportare l’ordine universale, sconvolto dall’imprevedibile. Appositi sacerdoti (aruspici) esaminavano la notizia pervenuta e davano il responso sul significato e la qualità dei segni. Da qui scaturiva la decisione di consenso popolare all’offerta di cibi abbondanti agli dei o altre pratiche rituali, quelle quali di girare intorno al centro urbano con un porco, una pecora, un toro ed altri animali. L’importante per il pagano era placare la divinità con i mezzi e metodi, derivanti dalla loro cultura ereditata dagli avi. Il Cristianesimo ereditò a sua volta molte di queste pratiche, adattandole alla nuova visione religiosa del mondo:

Il culto e la festa della Madonna della Neve traggono origine, secondo la leggenda, dagli eventi che si verificarono presso il luogo, ove sorge la Basilica romana di Santa Maria Maggiore, intorno all’anno 352 d. C.. Il racconto devozionale narra della Vergine apparsa al papa Liberio e, contemporaneamente, ad una coppia patrizia romana, invitandoli a costruire una chiesa sul luogo in cui si sarebbe verificato un prodigio, durante la notte del 5 agosto. In effetti, sull’Esquilino cadde un’abbondante nevicata, quasi a sfidare la calma della canicola: era l’annuncio miracoloso, che attestava la presenza teofanica nella vita quotidiana della gente, che attendeva un capovolgimento della normalità, della precarietà, della miseria, di un credere a qualcosa di diverso. E’ lo stesso papa Liberio, che scende dalla sua sede, accompagnato da un codazzo di preti celebranti e da una folla di fedeli, che si reca sul colle del prodigio, per tracciare personalmente il solco perimetrale, per la costruzione della chiesa mariana più antica. Anche l’aspetto della tracciatura del solco ha un suo significato, in quanto rimanda alla cultura contadina e ai rituali agresti, già praticati. La basilica sorse con l’intervento economico del patrizio Giovanni e di sua moglie. Già all’inizio del XIII sec. fu istituita dal papa Onorio III la commemorazione della dedicazione, celebrata ogni anno il 5 di agosto, a ricordo dell’evento prodigioso.

La leggenda riferita era circolata sicuramente dal XII sec. e successivamente ci è attestata in un documento pontificio (Bolla papale del 1288), epoca in cui si ebbe la più grande diffusione. Questa si deve ai frati Francescani, che diedero impulso alla devozione della Madonna della Neve in tutta la Chiesa, da quando nel 1299 il loro Capitolo generale impose all’Ordine di celebrare la “ dedicatio sanctae Mariae ad Nives”. Furono i frati Francescani e soprattutto i Benedettini, che operavano nell’area dell’alta Sabina, Volturnense e Peligna, a portare il culto fra le popolazioni, attraverso la leggenda che, contemporaneamente a ciò che avvenne sull’Esquilino, la neve miracolosa scese in molte altre località. Secondo la leggenda di base, il miracolo si ripetè a Bacugno, frazione del comune di Posta, in provincia di Rieti, ad Anversa degli Abruzzi, a Cansano, a Bugnara e in tanti altri centri peligni, dove sorsero delle chiese, per lo più, sulle rovine di antichi templi, dedicati prima a divinità italiche e ad altri santi cristiani in seguito.Caratteristica del culto in Abruzzo, ma si hanno esempi anche in Campania, con le dovute varianti, a seconda dell’attività economica più praticata, è che si trova innestato su antichi rituali agrari, volti a propiziare la fertilità dei campi e l’abbondanza dei raccolti.

Le feste antiche, quale segno di ringraziamento collettivo per un essere superiore, che garantiva la protezione e la sicurezza dei gruppi, ricadevano in momenti precisi dell’anno. Il loro carattere naturalistico ci è attestato in una pratica simbolica e rituale, che si ritrova in quelle manifestazioni legate al ringraziamento delle divinità tutelari dei campi, delle fonti e delle messi. In alcune di esse, risulta particolarmente accentuato il processo del sincretismo religioso –cristiano, che si sovrappose strategicamente ai significati più strettamente pagani, facendoli propri, rinnovandoli e arricchendoli di simbolismi nuovi.

Ecco, allora, l’esempio di Bacugno, il cui nome trae origine dalla dea Vacuna, dea-madre, di cui ci parlano Orazio e Ovidio in modo più preciso, descrivendola come una dea legata alla visione della vita agreste dei contadini reatini e del focolare domestico (vedi Fasti, 305-3-10). Da alcune iscrizioni risulta che la dea era una divinità a carattere familiare, preposta ed invocata in casi di grave necessità, in cui mancava la salute o la presenza di una persona cara (Vacuna deriva da “ vacare” essere privi di impegni, essere vuoti).

I Romani identificarono la dea a volte con Artemide (dea della caccia), altre, con la Vittoria, con Bellona e con Cerere, soprattutto, dea delle messi. L’identificazione della Madonna della Neve con Cerere si può ancora notare nella manifestazione bacugnese, che si ripete ogni anno il 5 agosto, come nell’altra che si effettua a Bugnara, con qualche piccola variante.I due riti, con le componenti dell’offerta del grano a Bugnara e dell’ossequio del toro a Bacugno, richiamano alla mente i riti in onore di Cerere, alla quale erano offerte le spighe più belle e si procedeva al lancio delle focacce, ma anche quelli agrari più antichi, tipici dei popoli detti “ coltivatori-allevatori, che successero ai cacciatori-raccoglitori”, che consistevano nell’offerta delle primizie.

Con il tempo si aggiunsero le processioni, l’offerta, il sacrificio in onore della dea madre, come si può notare in tutte le civiltà mediterranee. Quella era la protettrice dei campi e dei raccolti, che aveva la prerogativa di insegnare agli uomini l’arte dell’agricoltura.

A Bacugno, il 4 agosto, con un aratro, tirato dai buoi, si traccia un solco che dalla cima di un monte, passa per i campi e va a finire alla chiesa. Vi è una particolare cura nel tracciarlo il più diritto possibile. Questa usanza può sembrare derivante dall’atto del papa Liberio, che tracciò il solco sull’Esquilino e diede origine, in altri luoghi, alle gare per il solco diritto. Questo poteva avere un significato propiziatorio per l’agricoltura, ma la prova di precisione e perfezione (la gara) si configura come un esorcismo dei mali futuri, che possono scaturire da solcature storte e imperfette.Il momento più sentito è quello del giorno dopo, quando, davanti al sagrato della chiesa, dove, prima della funzione, si raccoglie il clero in attesa dell’arrivo di un giovenco, ornato con nastri ed altri ammennicoli. La folla assiste ai lati e molte donne e maschi gli si avvicinano per stringere lo scroto e le gonadi, per ottenere forza generativa nel contatto con l’animale, simbolo di forza e potenza. L’animale, appositamente addestrato, è costretto dai portatori ad inginocchiarsi più volte davanti al prete, che mostra le reliquie del velo di S. Anna e di quello della Vergine. Al termine della genuflessione, un giovane monta sul torello e si allontana trionfalmente, mentre un gruppo di contadini reca “ ju manocchiu”, il covone di grano.

Secondo la versione del Pansa, anticamente, sul covone si sedeva un giovane, che dispensava ai fedeli tante piccole ciambelle, preparate con farina ed uova. La distribuzione avveniva anche in luoghi lontani dalla chiesa, mentre le campane suonavano a festa. Ancora oggi il covone è portato in processione, dietro al prete, che reca le reliquie e la folla che intona inni in onore della Madonna della Neve. A Nuova Cliternia, un paese Molisano sulle sponde del Biferno, si svolgono rituali consistenti in denudazione dei piedi, per girare tre volte intorno all’area sacrale, secondo la tradizione italica e romana della magia circumambulatoria intorno al sacello, per evocarne la protezione. Anche qui, dove sorge il santuario della Madonna Grande, si racconta dell’apparizione della Vergine ad un contadino e fece nevicare ad agosto, invitando i preti a tracciare il perimetro del sacello ottagonale. I pellegrini si recano ad invocare la Madonna per i loro bisogni. “ fa’ M. della Neve che mio marito (mia moglie) non mi tradisca, che abbia salute ecc.”
La festa che si celebra a Bugnara il 5 di agosto, per la ricorrenza della Madonna della Neve, sembra la più rispondente ai rituali dedicati alle dee frugifere e si ricollega, più delle altre descritte, al culto di Cerere, che era molto diffuso nell’area Peligna. Anzi, si può avere una dimostrazione storica documentata di quanto si va asserendo. In occasione di scavi operati nella chiesa dedicata alla Vergine, fu ritrovata una lapide in pietra ed un pezzo di pavimento, fatto con mattoncini a “ spina di pesce”, di chiara origine romana. Il bassorilievo raffigura Helvia, una sacerdotessa di Cerere, che, accompagnata da un’ancella, si avvicina all’ara sacrificale, presso cui ardono le fiaccole. In esso si può leggere la seguente iscrizione: “ Helvia, L. (Caia Liberta), quarta sacerdos Cere… (ris), viva sibi fecit”. Il culto di cerere è attestato e documentato in tutta l’area peligna.

I preparativi della “ Cavalcata processionale”, così si chiama la manifestazione, cominciano da qualche tempo prima. Il popolo dei fedeli ed il clero si radunano sotto la chiesa del S.S. Rosario, vicino al Ponte del Rivo, e si recano verso il santuario della Madonna della Neve, per offrire covoni di grano, in una processione di ringraziamento. Anni fa, il corteo era aperto da numerosi cavalli, muli ed asini carichi con sacchi di grano, ornati con ricche gualdrappe e fiori, guidati da bambini, in piedi sui carichi, che ne reggevano le redini infiorate. Seguivano le confraternite con i loro stendardi e divise. Chi andava avanti portava cappelli ornati con spighe di grano e ciambelloni di pasta a tracollo. La processione giungeva in chiesa, dove storicamente i parroci prendevano possesso della parrocchia e vi dimoravano. Al termine della messa parata, il corteo tornava indietro fino al punto di partenza. Il grano finiva nel granaio della chiesa e era venduto, per pagare le spese della festa.

Oggi, dopo un periodo di decadenza dell’usanza, si ripete in tono molto ridotto, essendo scomparsa quella grandiosità, dovuta a fattori, quali la presenza delle confraternite, dei quadrupedi, della devozione accesa dei fedeli, della determinazione a gareggiare, per addobbare i cavalli o nel mostrare il quantitativo di grano offerto. Tuttavia, si può dire che mantiene alcuni elementi basilari, che richiamano i rituali della fertilità e dell’abbondanza dei prodotti. Il culto recente si fonda sul ricordo di una pioggia miracolosa, avvenuta il 5 agosto 1933, dopo una lunga siccità, provocata, secondo la credenza popolare, dall’invocazione collettiva rivolta alla Madonna della Neve.
Nella manifestazione di Bugnara, più che in altre illustrate in questa sede, si ritrovano tutti quegli elementi noti e conclamati nei rituali antichi, in onore di Cerere, la cui presenza cultuale è dimostrata da un santuario preesistente, dalla stele epigrafata, dalla processione ed offerta.

Nel culto di Cerere, la processione aveva l’obiettivo di favorire la fertilità dei campi, ma anche quella degli uomini. Ad essa era connessa l’offerta sacrificale, per cui nel corteo, oltre all’immagine, statua della divinità, si recavano i doni, che i devoti offrivano in segno di fede. Tra gli altri, che si offrivano alla divinità, figuravano anche spighe recise, a forma di animali, che avevano lo scopo di sostituire il sacrificio cruento dei capi di bestiame. Il sacrifico, sia reale, ma più volte simbolico, era il più grande dono che si potesse fare alla divinità, in un’economia in cui l’animale rappresentava un motivo di utile proprietà, per la sopravvivenza. Offrendo al dio (alla dea) ciò che gli era più caro, l’uomo legava il dio a se stesso, in un rapporto in cui la divinità ricompensava, assicurando protezione e favori, chi gli aveva manifestato la fede.

Nell’economia rurale di Bugnara, gli animali da soma e da carico erano troppo importanti perché potessero essere offerti in sacrificio, da qui l’origine dell’utilizzo simbolico delle spighe di grano. Come si può desumere da questa sommaria comparazione dell’attuale manifestazione di Bugnara, ma anche di Bacugno, con rituali preromani e romani, il culto cristiano per la Madonna della Neve si è innestato su di essi. Questi, tramite una nuova forza trascinante, con un significato più profondo, hanno continuato attraverso i secoli a ricreare e soddisfare l’animo popolare, con la protezione e supervisione della Chiesa, che li adoperò, per evangelizzare e tenere uniti i fedeli, in una continua opera di sovrapposizione del sacro al profano, senza apparire usurpatrice e centralizzatrice. Per maggiori approfondimenti vedi R. Santini “ La cavalcata processionale” in Seconda Pagina, Gazzettino della Valle del Sagittario, anno V n° 2- 1994 e “ Bugnara dalle origini ai nostri giorni”, Multimedia Pescara, 2000, pag. 55 e seguenti.)

Il popolo Bugnarese manifesta in ogni occasione l’attaccamento al culto della Madonna, che invoca a sua protezione nei casi di bisogno. Anche gli emigrati, che vivono in luoghi diversi dei paesi esteri, mantengono l’uso dei festeggiamenti del 5 agosto, ma chi può torna a venerare la Vergine nel loco natio. La credenza popolare trae auspici e profezie nella ricorrenza della festa. Il poeta V. Clemente ha lasciato un famoso sonetto dialettale, in onore della Madonna. Altri scrittori si sono interessati all’evento, vedi per tutti G. D’Annunzio “ Novelle della Pescara, la vergine Anna, ed. Mondadori Milano 1964.)

A.Milonis, scrittore di Anversa degli Abruzzi, ha immortalato la Vergine nel componimento “ Signora della Neve”; D. A. Chiaverini ne parla in “ Fontana vivace” (tip. Angeletti, Sulmona, 1941); al Torcia, che descrisse la Valle Peligna “ Saggio itinerario attraverso il paese de’ Peligni”, la piana di Sulmona sembrò l’ara della dea Cerere, per la ricchezza dei prodotti agricoli. vedi anche A. De Nino “ Usi e costumi”, vol. I pag. 123; G. Pansa “ Miti e leggende e superstizioni dell’Abruzzo”, Riti cereali, vol. I, pag. 110.)

Nella cattedrale di S. Panfilo di Sulmona (parte esterna della tribuna) esistevano due iscrizioni dedicate a Cerere. “ CAEIDIA II SACERDOS CERERIS ET VENERIS e DIAL SACERDOS CERERIS” (Vedi anche R. Santini racconto popolare in dialetto sulla Madonna della Neve in “ Bugnara…” pag. 289).A Villalfonsina si usa ancora fare una grande festa davanti la chiesa della Madonna della Neve, per ringraziarla della buona raccolta dei prodotti.
A Rocca di Mezzo esisteva una chiesa nel XV sec., che era già stata ricostruita nel 1313. A Raiano c’è la chiesa parrocchiale S. Maria Maggiore o ad Nives, con statue di S. Venanzio, Cristo Morto e S. Maria della Neve (sec. XVIII). A Palena nel 1652 esisteva una chiesa, a lei intitolata. Altre chiese erano attestate anticamente a Vittorito, Introdacqua ed Anversa degli Abruzzi già dall’alto Medioevo, che durante i secoli hanno subito vari cambiamenti a causa di terremoti ed eventi sociali. In molti centri abruzzesi sono frequenti i nomi di Niva ed Ines, in onore della Madonna.

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