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Con l’Abruzzo sempre nel cuore ma orgoglioso delle mie scelte

Ingegnere informatico a Manchester “Qui nel Regno Unito mi sento un asset, in Italia sei una risorsa da usare più che da far crescere. E’ una delle tante storie di giovani professionisti italiani che hanno deciso di scommettere sulle  proprie risorse per vincere le sfide del cambiamento

 

 Sulmona, 17 giugno-Manchester, 160 miglia da Londra e, nonostante tutto, la terza area urbana più popolosa dell’Inghilterra. Deve la sua fama alle sue squadre di calcio ma perTech Nation, una no profit, che aiuta le aziende digitali a crescere, Manchester è, dopo Londra, anche uno dei centri di eccellenza per l’industria dell’high tech.

Secondo l’organizzazione, già nel 2017, c’erano circa 31000 persone che lavorano nel settore. Un’industria che ha fatturato 3.2 miliardi di sterline quell’anno e la tendenza è in crescita.  Secondo Manchester Digital, un’associazione di categoria, il settore avrà bisogno di almeno 22000 nuove unità di personale, da oggi al 2035.

Anche Bruno Tonelli, pescarese, lavora nell’industria digitale. Questo era il suo lavoro anche in Italia, ma nel 2015 ha deciso di lasciare L’Italia, dopo una laurea in Ingegneria informatica a Tor Vergata e una serie di esperienze che l’hanno fatto scontrare con la realtà del precariato a Roma, dove ha vissuto più di dieci anni.

“Mi sentivo come in un limbo tra il dovermi accontentare e il non poter pianificare. Ero soddisfatto perché non restavo mai senza un incarico, ma ricevevo solo offerte per progetti da tre a sei mesi. Non potevo pianificare il mio futuro. Lo stipendio era giusto per viverci ma non mi permetteva molto di più. Poi, da un giorno all’altro, mi hanno comunicato, che il lavoro si sarebbe dimezzato e che dal mese successivo avrei percepito metà dello stipendio”.

È stato in quel momento che, dopo 14 anni di contratti a progetto, aver, più volte, aperto la partita iva, che Bruno ha cominciato a contemplare l’idea di lasciare il suo paese.

“Mi sentivo una risorsa da spremere, piuttosto che un asset da potenziare. Era sempre cosa tu puoi dare all’azienda e mai cosa l’azienda può dare a te. Nei mesi di fuoco, il datore di lavoro non si faceva problemi a farmi lavorare anche di notte e nei weekend. Come poi,  non si è fatto problemi a dirmi, che dal mese successivo, sarei dovuto passare al part time, con metà dello stipendio.”

 Dopo aver inviato centinaia di curricula e aver ricevuto tre offerte diverse all’estero, a 34 anni, si è trasferito a Sheffield, dove prendeva piede Sky Bet Italia, il progetto pilota dell’azienda di telecomunicazioni, che in quel periodo lanciava le sue prime operazioni all’estero per internazionalizzare la sua piattaforma di giochi online. Entrato nella multinazionale, solo dopo tre anni, è stato premiato con il riconoscimento di migliore dipendente dell’azienda.

Nei tre anni in Sky Bet, ho avuto tre passaggi di carriera: da product owner, a senior product owner, a product manager. Nel nord ovest dell’Inghilterra c’è un polo tecnologico molto importante e il turnover non è visto in maniera negativa. Se fai esperienza in un’azienda e poi vai altrove, ti fanno comunque i complimenti perché sei visto come qualcuno che progredisce.”

Oggi Bruno ha un contratto a tempo indeterminato e lavora a Manchester da Degree 53, un’agenzia digitale che si occupa di realizzare le piattaforme online per banche, agenzie di viaggi e società operanti nell’industria del gioco.

 “La prima cosa di cui mi sono reso conto è quanto valga il concetto di meritocrazia in questo paese. Chi è bravo ha successo in fretta, viene premiato con passaggi di carriera e  responsabilità maggiori da parte dell’azienda.

Un’altra cosa che mi ha colpito del mondo lavorativo anglosassone è la fiducia che ripongono in te. Quando entri cominci subito a sporcarti le mani: è molto difficile che un manager  ricontrolli tutto quello che fai. Ti fanno molti training ma sei fin da subito in trincea e puoi dimostrare se sei bravo.

Inoltre qui è molto importante l’attenzione per il lavoratore e i suoi obiettivi. Molte aziende ti danno un bonus, a fine anno, se raggiungi i traguardi che ti sei prefissato con il tuo manager all’inizio anno.  Anche l’equilibro tra vita privata e vita lavorativa è considerato essenziale. Nessun datore di lavoro si aspetta che tu lavori più delle otto ore se non ti interessa fare carriera. Ho dei colleghi che entrano alle 7 e sono fuori dall’azienda alle 16. Quando si passa ad un livello più manageriale devi invece dare di più, ma vieni ripagato per quello che produci”.

 Bruno, come gli altri commuter, ossia i pendolari, prende la tramline che ogni giorno, in poco più di quindici minuti, lo porta in centro, a pochi passi dal suo ufficio. Con sua moglie, vive al sud di Manchester, una località nel verde, come lo sono tutte le zone periferiche dell’area metropolitana, soggette alla  norma della green belt (cintura verde) che regola il controllo dello sviluppo urbano. Secondo lui l’ago della bilancia per misurare quanto sia sano il mondo lavorativo di un paese è anche il rapporto che questo ha con la forza lavoro femminile.

 Maria, sua moglie, laureata in farmacia, dopo un master in farmacologia e biotecnologia, alla Sheffield Hallam University,è stata assunta con contratto a tempo indeterminato in un’azienda farmaceutica.

“Quando sono arrivata nel Regno Unito, non conoscevo una parola d’inglese, ma subito dopo aver terminato il master sono stata assunta.Volevamo avere un bambino ma ero in prova. Quando sono rimasta incinta, ho voluto comunicarlo all’azienda perché, dopo le esperienze con i datori di lavoro italiani, pensavo che non mi avrebbero fatto restare. Le mie previsioni sono state invece smentite:  mi è stato confermato di aver passato il periodo di prova e mi è stata data l’opportunità di lavorare da casa se ne avessi avuto bisogno.”

Oltre a quella di Maria e Bruno, la città sembra essersi guadagnata la fiducia di altri connazionali. Oggi, Manchester, solo dopo Londra, è l’area metropolitana in cui vivono la maggioranza degli Italiani che emigrano nel Regno Unito, con circa 36000 connazionali residenti alla fine del 2018 e con una crescita di 1000 unità all’anno dal 2011. *

Come Bruno ha ammesso, non ci si abitua mai al gusto del caffè mancunianoe forse, non è solo l’espresso a mancare dell’Italia, a molti di questi abruzzesi trapiantati a Manchaster, ma in cambio sono soddisfatti, perché rivestono un ruolo utile in un paese che ha investito su di loro.

Manuela  Susi

 

* dati del Consolato Italiano a Londra

 

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