Cultura

Celestino V: un progetto (2^ parte)

 

 Sulmona, 11 agosto – Una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, fu costruita nella seconda metà del secolo XIII, sulla base dello stretto rapporto che fra’ Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore  (1130-1202). Per Gioacchino la storia degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe: età del Padre (predominio della legge e della schiavitù); età del Figlio (predominio della servitù filiale e della grazia); età dello Spirito Santo (predominio della libertà, della plus-grazia, della Pace, dello spirito di povertà con l’avvento del “Papa Angelico,  il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio…  la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”).

Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. L’interesse e la condivisione di Pietro da Morrone nei confronti della teologia gioachimita pongono in chiara evidenza  le sue capacità intellettuali e la profondità della sua  ricerca interiore, anche se San Tommaso d’Aquino (1225-1274), contemporaneo di Pietro da Morrone, ritiene Gioacchino da Fiore, “rudis” nelle questioni dogmatiche.

Se si pensa che la teoria gioachimita viene condannata nel 1263, risulta evidente che,  focalizzando su di essa l’attenzione, Pietro da Morrone ne vede l’importanza e la condivide: “l’abate calabrese supponeva che dopo un certo numero di tribolazioni, la storia avrebbe conosciuto un’epoca di beatitudine spirituale e di libertà” (Mircea Eliade). Gioacchino da Fiore ha affascinato i grandi autori della letteratura moderna: da George Sand a James Joyce, da Yeats a Bloch. Una visione teologica della storia. Un’utopia cristiana, ripresa dopo secoli da Teilhard de Chairdin, paleontologo e teologo gesuita,

Che la figura e il messaggio  di Pier da Morrone-Celestino V spirino sulla montagna del Morrone è assolutamente incontrovertibile. Sul piano della pastorale devozionale appare strano, anzi contraddittorio, che la fiaccolata per la Perdonanza  parta dal Morrone per giungere a L’Aquila, mentre dovrebbe essere il contrario. L’immagine della fiaccola che deve illuminare e non restare sotto il moggio fa parte del Discorso della Montagna (Mt. 5), la Carta Costituzionale del Cristianesimo ed è l’esempio che dà Pier da Morrone-Celestino V, rinunciando e dimettendosi da papa, o meglio da quel modo istituzionalizzato e poco cristiano di fare il papa.  Le due vie, quella verso il pontificato (la via verso L’Aquila, metafora della domenica delle Palme in cui Cristo entra trionfalmente a Gerusalemme)  e quella verso la fuga dal pontificato (la via verso il ritorno sul Morrone, metafora della Via Crucis, quando Cristo sale sul Calvario per morire)  raffigurano un Celestino bifronte, segno di contraddizione. Come Cristo. La lotta tra Potere e Servizio, tra Satana e Dio, tra Male e Bene.  La linea di demarcazione, come aveva ben intuito Silone ne “L’avventura d’un povero cristiano”, è ancora oggi quella di sette secoli fa: o con Celestino o con Bonifacio. O col Vangelo o col Potere.

 

  • Lo spirito

L’area morronese presenta, anche plasticamente, l’idea dello spirito. Un’idea, oggi, particolarmente dibattuta  in varie pubblicazioni, (cfr. Richard Wilkinson e Kate Pickett, The Spirit Level, “La misura dell’anima” o il famoso libro di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, considerato da Krugman, Stiglitz e altri specialisti come il più importante di questi tempi. Perfino Zygmunt Bauman, uno dei più grandi e famosi teorici della società contemporanea, affronta il tema in una conferenza dal titolo “Lo spirito e il clic”. Ma ciò che colpisce sono le parole degli ex-prigionieri di guerra del Campo 78, tornati a Sulmona per ringraziare la gente che li aveva nascosti, sfamati, aiutati: “Fra carestie brutte, quello che avevamo era diviso comunemente uno per l’altro […] Le nostre lettere divenivano di proprietà comune, venivano lette ad alta voce; problemi di cibo, vestiario, freddo malattia, melanconia venivano risolti tutti quanti da quello che noi chiamiamo lo spirito di Sulmona, “the Sulmona’s spirit”, quello spirito stesso che ci coltivava, che ci respirava, che ci tirava in avanti, quello spirito che ancora ci spinge e ci guida.  Stasera andremo nelle nostre case, ovunque disperse nell’Isola Britannica  e vi giuro che ognuno di noi porterà sempre nel suo cuore un affetto ardente per questa adorata città.»

L’eremo di Santo Spirito a Majella, nel comune di Rocamorice, dopo l’eremo di S. Onofrio,  sul Morrone, diventa una seconda abitazione per Celestino. Un luogo impervio, ma in grado di ispirare riflessioni di alto valore spirituale. Durante la seconda guerra mondiale divenne abitazione e rifugio per molti prigionieri di guerra alleati, fuggiti dal Campo 78/bis di Acquafredda, in particolare neozelandesi che hanno lasciato tracce della loro presenza. John Broad ne ha raccontato nel  libro “Poor People Poor Us” (Povero popolo, poveri noi).

Sullo spirito di povertà Gioacchino da Fiore aveva espresso parole forti, “una denunzia del rischio di mondanizzazione della Chiesa, affermandone il valore, che deve distinguere gli ecclesiastici, a cominciare dalle sfere più alte” (Francesco D’Elia, Gioacchino da Fiore, un maestro della civiltà europea” ). Lo stesso Gioacchino aveva scritto: “…la Chiesa di Dio è diventata casa di traffici” (ibidem).

Su queste linee evangeliche, è evidente che Celestino  non è imprigionabile nelle stanze del potere. La linea di demarcazione è ancora oggi quella di sette secoli fa: o con Celestino o con Bonifacio. È la  dialettica  tra lo Spirito e la Lettera, tra la Profezia e l’Istituzione.

  • Il testimone

C’è un concetto, semplice e profondo, eloquente e terribile, esposto in poche righe nella Lettera di San Paolo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (2.6-8) È la “kenosi”, parola derivante dal verbo greco “ekénosen”, che significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi”. Forse nessun passo della Scrittura è così sconvolgente come questo. In poche parole viene focalizzata la figura di Cristo-Dio, nella sua eccezionalità: rinuncia all’”onnipotenza” divina e scelta della “debolezza” umana. Su questa via, segnata dal sangue del Fondatore, si sono incamminati e continuano ad incamminarsi anche oggi i poveri cristiano come Celestino.

In linea con tale esempio, la vita e la morte di Celestino V, diventano copia della vita e della morte di Cristo. Morto il 19 maggio 1296, imprigionato in una minuscola cella del Castello di Fumone, è il simbolo più eloquente della libertà del cristiano, anche se purtroppo,  ancora oggi, gli uomini del Potere ne hanno imprigionato la salma in un’urna d’oro, nella Basilica di Collemaggio.  Celestino non immaginava minimamente che le sue spoglie mortali sarebbero state rivestite dei paramenti pontificali per essere esposte alla venerazione dei fedeli. Più verosimilmente avrebbe preferito indossare, da morto, il saio della povertà  e rimanere nella grotta del Morrone, col suo stile di vita  umile e modesto

  • Il giudizio storico

“Il giudizio di Dante pesa sulla santità di Celestino come un macigno e ha fatto tanto discutere gli storici e gli studiosi danteschi” scrive Paolo Golinelli nel libro “Il papa contadino”. Il problema dell’interpretazione dei versi al canto III dell’Inferno

 “vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto”

resta sempre aperto. Qualcuno li mette in relazione al verso 104 dell’Inferno per sostenere che si tratta proprio di Celestino V. In contrasto, Dante colloca nel Paradiso (XII, 139-141) Gioacchino da Fiore  descrivendolo:

….., e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato.

Petrarca, nel “De vita solitaria” in cui esclama “Oh fossi vissuto con lui!”, scrive: “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche cosa d’angelico”.

Era la risposta alle parole di Jacopone da Todi, al momento della elezione: “Que farai, Pier da Morrone?/ Èi venuto al paragone. Vederimo êl lavorato…”; “Che farai, Pietro da Morrone? Sei giunto al momento della prova. Vedremo cosa farai… Tutto il mondo pone la sua mira verso di te, come un bersaglio per la freccia… Se sei fatto di oro, ferro o rame, lo proverai in quest’esame”.

Sembra di vederlo, questo vecchietto ultraottantenne, che fugge come un bambino felice. “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini…” (Mt 18.3). E libero, come una colomba. “Siate semplici come le colombe” (Mt 10.16). Le parole pronunciate per le dimissioni il 13 dicembre 1294 provocano ancora oggi uno choc. Come allora si rimane frastornati.

«Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro caetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore.»

«Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe [di questa città], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta».

Nel testo latino si dice anche: “defectu scientiae”, non tradotto in italiano. Sarebbe opportuno ritrovare il testo originale, per conoscere se la frase non sia stata inserita successivamente per manipolazione.  D’altronde non può che essere strano che Celestino riconosca per sé il “defectu scientiae”, quando invece, in tempi in cui il grado di istruzione era a livelli estremamente bassi e gran parte del clero viveva nell’ignoranza e nell’isolamento. Non solo, ma ha lasciato una lunga serie di documenti scritti, dalla regola alle autobiografie. Ha dimostrato, quindi, di avere informazioni, conoscenze, contatti di carattere culturale, come il rapporto con le teorie di Gioacchino da Fiore.

Per quanto riguarda il recupero della tranquillità perduta, la realtà sarà profondamente triste. Il successore, Bonifacio VIII, eletto la vigilia di Natale del 1294, lo perseguiterà fino a relegarlo in una cella del castello di Fumone, dove Celestino morirà il 19 maggio 1296.

 

  • Linee di intervento pastorale

Questo progetto che nasce in modo informale, come perenne work in progress, ha lo scopo di trascendere, universalizzare la figura e il messaggio di Celestino V, senza voler creare divisioni o rinnegare esperienze pastorali e associazioni che hanno acquisito, sul campo, meriti lodevoli per la salvaguardia e la conservazione dei luoghi celestiniani, come la fiaccolata o la statua di Celestino, commissionata, realizzata e posizionata nella città. Ogni azione tesa alla valorizzazione della vita e dell’opera di Celestino V non può che proseguire il suo percorso, alla luce d’una visione del modello-Celestino, in una società in crisi profonda di valori umani, che sia sollecitazione e sprone per la realizzazione del regno di amore e di pace voluto da Cristo. In sintesi il modello-Celestino V, nei suoi tratti essenziali,  come modello di Uomo integrale.

Pertanto, l’obiettivo di una pastorale che intenda presentare il personaggio e lo spirito di Celestino V non può non approfondirne la vita e il messaggio, rimuovendo i pregiudizi o i soliti schemi mentali. Per questo è necessario creare un progetto di ricerca, individuale e di gruppo, aperto ad ogni contributo che provenga da analisi storicamente valide e documentate. La promozione di incontri e conferenze specifiche sarebbe assolutamente auspicabile, per indirizzare la ricerca e per ampliare  la conoscenza del  personaggio e del  messaggio che gli è strettamente connesso. Sarebbe auspicabile creare  una biblioteca specifica, che raccolga libri, materiale e che dia vita ad un sistema di collegamento Internet.

Sarebbe possibile, nell’ambito del contesto architettonico-amministrativo, adibire la casa parrocchiale di Badia di Sulmona, situata di fronte al portone dell’Abazia, di proprietà della diocesi, come centro culturale specifico per la conoscenza e la ricerca delineate nel progetto.

In linea con l’associazione “Per una fondazione Morrone”, creata alcuni anni fa, con la partecipazione di centinaia di iscritti che hanno offerto 100 Euro l’uno, si potrebbe promuovere  una “Fondazione Celestino V”, con la partecipazione di vescovo, preti, insegnanti, gente comune, con un’offerta in denaro per sostenere le spese.

Sarebbe auspicabile un cosiddetto “Cammino di Celestino e/o Sentiero  di Celestino” da Sulmona all’eremo il giorno 19 maggio.

Nel lanciare questo progetto, discusso e approvato a livello diocesano e comunale. si potrebbe indire un incontro-manifestazione, per renderlo pubblico e per ricevere eventuali critiche o positive osservazioni. (h.9,30)                        FINE

Mario  Setta

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