Cultura

Celestino V: un progetto (1^ parte)

 Sulmona, 10 agosto– Sul monte Morrone, luogo sacro già dai tempi precedenti alla nascita di Cristo, esisteva un santuario dedicato ad Ercole. Era il nome latinizzato dell’eroe greco Eracle, con l’appellativo di Curino o Quirino, “culto nazionale dei Peligni” e di cui si ammirava la straordinaria forza, avendo superato le famose 12 fatiche, ottenendo l’immortalità.  Il complesso monumentale si compone di due grandi terrazze addossate al pendio della montagna.

L’accesso avveniva mediante scalinate. Sulla terrazza superiore, si trova un piccolo ambiente quadrato, di carattere cultuale, con pavimento a mosaico. In esso furono rinvenute due immagini votive di Ercole, l’una in bronzo, l’altra in marmo, rappresentante l’eroe sdraiato. Il santuario risale al primo secolo a.C. e sembra documentato che all’epoca delle guerre sociali (91 a.C.)  fungesse da  centro religioso della lega tra i popoli italici che nell’ 87 a.C. ottennero la cittadinanza romana. La festa nel santuario di Ercole Curino avveniva il 13 agosto (“Idi di agosto”), mediante un rito che prevedeva l’offerta, la purificazione nell’acqua, l’accesso al “Sancta sanctorum”, ed anche l’incubatio”, cioè il pernottamento all’interno del luogo sacro per ottenere qualche grazia. Notevole, dal punto di vista architettonico, l’Opus reticulatum. (Per informazioni più dettagliate: cfr.  Alessandro Bencivenga, “Luoghi, tempi e modi del culto di Ercole tra i Paeligni ”)

  • Oratorio di S. Onofrio (Alto medioevo)

L’oratorio, dedicato a S. Onofrio, risale ad un’epoca di passaggio dal paganesimo al cristianesimo. Vari furono i santuari dedicati a  santi eremiti della Tebaide, in particolare a S. Antonio Abate e a S. Onofrio.  Di S. Onofrio si sa ben poco. Anch’egli, probabilmente, era un eremita, vissuto  nei primi secoli del Cristianesimo. Una raffigurazione di S. Onofrio, nella Yilanli Kilise di Goreme, in Cappadocia (Turchia) lo presenta con lineamenti femminili, sulla base di una leggenda che ne parlava come di donna convertita e consacratasi alla vita eremitica. Una statua conservata nell’atrio della chiesetta lo presenta con capelli lunghi  fino ai piedi,  quasi a nascondere i suoi lineamenti. Il monachesimo benedettino, nato in Occidente, tenderà a modificare lo stile di vita eremitica sintetizzandolo nel  motto “Ora et Labora” .

  • Eremo di Pietro da Morrone (Basso medioevo)

Accanto alla chiesetta di S. Onofrio, raccogliendo e ravvivando lo spirito dell’anacoretismo, si stabilirà fra’ Pietro da Morrone, divenuto in seguito  papa Celestino V. Ignazio Silone, nel proemio al dramma dal titolo  L’avventura d’un povero cristiano, racconta la sua ascensione verso l’Eremo: «Una tenera luce verde dorata bagna i campi gli alberi i paesetti pedemontani il grandioso scenario della Maiella e dà una proporzione armoniosa a ogni minimo oggetto. Benché nato e cresciuto in una valle attigua, da cui la Maiella è invisibile, nessuna montagna mi tocca come questa. Elementi emotivi assai complessi si aggiungono all’ammirazione naturalistica. La Maiella è il Libano di noi abruzzesi».

Nella Bibbia il Libano è simbolo di maestosità e di potenza, tanto che Mosè chiese a Dio di vederlo e non fu esaudito (Deut. 3,25-26).  Ma anche di gioia e di bellezza, come  viene  spesso descritto nel Cantico dei Cantici. Non solo il Morrrone e la Majella, ma in generale le montagne abruzzesi erano considerate luoghi di nascondiglio e di difesa dalle persecuzioni dei tiranni.  Angoli di speranza e di libertà. Gioacchino Volpe, famoso storico abruzzese, nel volume “Movimenti religiosi e sette ereticali”,  riferisce di una bolla di Bonifacio VIII  “contro quei bizochi o altrimenti chiamati che, ricoveratisi nei monti dell’Abruzzo, in abiti ovini, ma veri vampiri, spargevano eresia tra i semplici uomini”. Nella seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre, i tedeschi che occuparono il campo di prigionia di Fonte d’Amore, vi posero un cannone e distrussero l’eremo, ritenendo che vi fossero rifugiati i prigionieri alleati. Nel dopoguerra l’eremo fu ricostruito con la collaborazione dei cittadini delle frazioni morronesi.

Una questione aperta resta quella della proprietà. In un articolo su “Rivista Abruzzese” (Anno LXXI – 2018 – N. 1 Gennaio- Marzo), Roberto Carrozzo, responsabile dell’ Archivio di Stato di Sulmona dal titolo  “L’Eremo di S.Onofrio al Morrone, un monumento in cerca di proprietario” espone una ricerca precisa e documentata  sulla questione, concludendo: “A conclusione di questa breve esposizione si può ritenere che il Comune abbia continuato a detenere in proprietà l’edificio, così come dovrebbe detenerlo a tutt’oggi (salvo documenti che ne attestino il contrario, di cui si dubita però l’esistenza), mentre la gestione del culto religioso rimase affidata alla Diocesi.

Infatti, questo giustificherebbe pienamente la lettera inviata nel 1986 dall’allora sindaco della città, La Civita, con la quale fece richiesta alla Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila di un contributo speciale per la esecuzione di lavori di pronto intervento all’eremo per la sua salvaguardia, specificando che «Sia questo Comune, proprietario dell’immobile, che la Curia Vescovile che lo tiene in uso gratuito, si trovano nell’impossibilità di far fronte alla spesa».

  • Campo di concentramento di Fonte d’Amore

Il Campo di Concentramento fu costruito per i prigionieri della prima guerra mondiale (1915-1918). Vi furono sistemati i prigionieri di nazionalità austro-ungarica, adibiti ad operazioni di rimboschimento, lavori agricoli e artigianali. L’epidemia, la “spagnola”, provocò la morte di oltre 400 persone, sepolte in seguito al sacrario di guerra austro-ungarico nel cimitero comunale di Sulmona. Durante la seconda guerra mondiale (1940-1945), al Campo fu assegnato il n. 78 e divenne luogo di detenzione dei prigionieri alleati anglo-americani, catturati prevalentemente nella campagna d’Africa. Secondo una mappa del settembre 1943 pubblicata da The Red Cross and St. John War Organization i prigionieri di guerra (POW, Prisoner Of War), detenuti nei campi di concentramento italiani erano più di centomila. Lo storico inglese Roger Absalom, il maggiore esperto sui prigionieri di guerra alleati in Italia, parla di circa 80.000 prigionieri alleati in Italia. Al Campo 78 ve n’erano oltre tremila (cfr.  “E si divisero il pane che non c’era”, a cura di Rosalba Borri, Luisa Fabiilli, Mario Setta).

  • Fonte d’Amore

 La fontana che caratterizza la località risale ad un lontano passato, anche se nel retro della struttura sono ora visibili una lapide con la scritta “1919 Fontana della Vittoria” ed un mattone di pietra con data 1833. Tutta la zona era famosa per le acque fresche e limpide tanto che la tradizione popolare, smentita poi dagli scavi archeologici, la riteneva luogo della villa del poeta Ovidio (Sulmona 20/3/43 a.C. – Tomi 17 d.C.), che aveva descritto la città con i famosi versi: Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis (“Tristia”, libro IV, elegia X: “Sulmona mi è patria, ricchissima di fresche acque”), Pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris/ parva sed inriguis ora salubris aquis (“Amores”, libro II, 16, 1-2; “Sulmona, terza parte della campagna peligna, mi trattiene, piccola terra ma salubre per le acque irrigue”). Rileggendo le parole di John Verney, artista e scrittore inglese ex-prigioniero di guerra del Campo 78, non si può non condividere la sua osservazione, contenuta nel libro “A Dinner of Herbs” (“Un pranzo di erbe”): “Leggenda di Ovidio, eremo di Sant’Onofrio, Badia di Santo Spirito… Esempi di tenace paganesimo e di spirito ascetico, comuni in Abruzzo. Tuttavia, nessun altro luogo al mondo può vantare testimonianze così importanti in un’area così ristretta”.  Purtroppo l’area morronese è stata sempre considerata come appendice della città di Sulmona, lasciata a se stessa e all’ignoranza della gente del luogo che raccontava degli “scavi della villa di Ovidio”, mentre si trattava del santuario di Ercole Curino. Luoghi da leggenda, come scrive il poeta dialettale bugnarese  Vittorio Clemente nel poemetto dal titolo Nu fatte allu Murrone. di cui nel 1942 aveva scritto l’articolo “Cola Di Rienzo nella leggenda e nella tradizione d’Abruzzo”, oggi reperibile nell’Archivio Storico Capitolino.

      *Abazia di S. Spirito (Basso medioevo/età moderna)

L’Abbazia è un  fabbricato a pianta rettangolare (m.119×140). Al tempo di fra’ Pietro da Morrone c’era forse una cappella dedicata a S. Maria del Morrone che fu ampliata da lui e dai seguaci. Verso la fine del XIII  secolo fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso. Nel settembre 1293 si tenne un Capitolo generale che dichiarò il monastero sede dell’abate supremo dell’Ordine Celestino. Nel 1299, tre anni dopo la morte di Celestino V, Carlo II d’Angiò ricostruì il convento, abbellito nel 1500, restaurato dopo il terremoto del 1706.

L’Ordine dei Celestini fu soppresso nel 1807 e l’edificio ebbe varie  destinazioni, fino a diventare carcere penitenziario. Dopo la costruzione d’una nuova casa penale nelle vicinanze, l’Abbazia fu lasciata vuota, finché nel 1997 iniziarono  i lavori di ristrutturazione. Il complesso architettonico rappresenta uno dei monumenti più vasti e importanti dell’Italia Centrale.

IL PERSONAGGIO

 

  • La vita

Nel 1246 fra’ Pietro da Morrone, con alcuni monaci, si stabilisce all’eremo di Sant’Onofrio.  Si chiamava Pietro Angelerio, nato nel Molise ed entrato nell’Ordine di San Benedetto. Aveva lasciato il monastero per farsi eremita: per tre anni sul monte Palleno (Porrara). Poi si era recato a Roma per studiare e nel 1239 era stato ordinato sacerdote. Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la Bolla di confermazione dell’Ordine dei monaci morronesi di Santo Spirito. Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, fa costruire un Santuario dedicato alla Madonna (Santa Maria di Collemaggio), consacrato il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia, le due fazioni contrapposte dei cardinali (Orsini e Colonna), non riescono ad  eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo Martello per metterli d’accordo. Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello vengono  a Sulmona. Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e incontrano fra’ Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave. La lettera fa effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età forse di 79 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso Sulmona. Anche Carlo II col figlio si avvia verso Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo Martello insieme ai legati. Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard (Beraldo) De Gouth, si inginocchia davanti a fra’ Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina. Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294 alla presenza di tutti i cardinali. Prende il nome di Celestino, forse per commemorare Celestino IV morto dopo diciassette giorni dalla nomina, ma più verosimilmente come Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore (25 agosto 1196)  perché ne condivideva le idee, avendo dato appoggio ad Abelardo e ad Arnaldo da Brescia. “Da cardinale  (Giacinto Bobo) riuniva in sé un po’ del teologo e dell’apocalittico” (Bernard McGinn). Il 6 ottobre 1294:  il corteo di papa e re parte dall’Aquila per andare a Napoli; 7 ottobre: arrivo a Sulmona; il 9 ottobre: consacrazione dell’altare maggiore della Chiesa  di Badia di Sulmona; 10 ottobre: salita a S. Onofrio e incontro con fra’ Roberto di Salle; 5 novembre: arrivo a Napoli; 13 dicembre: dimissioni da pontefice; 19 maggio 1296: morte al castello di Fumone in provincia di Frosinone.

  • L’attività

La sua è stata una continua “conversione” interiore (metànoia). Ne è testimonianza la proclamazione della Perdonanza, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. Ogni anno, il 29 agosto, martirio di San Giovanni Battista. Un perdono che non è un normale anno giubilare, come quello  proposto nel 1300 dal successore,  Bonifacio VIII. Per Celestino, un giorno normale. Una frattura. Un diaframma,  che  infrange il ritmo del  tempo,  la routine della vita. Con il rito della Perdonanza, Celestino intendeva proporre alla Cristianità Universale lo stile di vita evangelica: la conversione interiore. Era la realizzazione dell’Amore per Dio e per gli uomini, che fra Pietro aveva imparato e vissuto durante la sua permanenza sul Morrone, a contatto con la natura, con la gente semplice e povera della zona. Ma se si analizza la fine penosa, cui è andata incontro la “Perdonanza”, c’è da rimanere esterrefatti. Cosa ha a che fare l’idea profondamente spirituale di Celestino con la kermesse dell’estate aquilana? La Perdonanza sembra essere diventata lo scempio di Celestino. Il tradimento più spettacolare dei profondi valori evangelici. La spettacolarizzazione teatrale, piuttosto che essere una pedagogica sacra rappresentazione, ne distorce e ne annulla il messaggio più profondo. Le forme plateali stimolano  interesse e partecipazione popolare, ma riducono Celestino a personaggio da pantomima. E la corsa sfrenata alla processione di figuranti è segno di banalizzazione della vita e del messaggio celestiniano. È strano che da qualche tempo ci sia una accentuazione dell’aspetto folkloristico della vita di Celestino. Che senso ha teatralizzare la consegna del Decreto di nomina pontificia avvenuta il 18 luglio 1294, piuttosto che l’atto di dimissioni avvenuto il 13 dicembre 1294? È come se si volesse porre l’accento sula tiara, simbolo del potere temporale, piuttosto che sulla chierica, simbolo della povertà e della donazione a Cristo. E, purtroppo, storicamente così è avvenuto: le immagini di Celestino tendono a presentarlo sempre con le insegne papali, piuttosto che con quelle povere di frate col saio. (h. 13,00)                                                                                 (segue)

Mario   Setta

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