Cultura

Attualità di un eroe sulmonese

di Ezio Pelino

  Sulmona, 8 novembre 2011.-L’11 novembre, anniversario  della morte  di un eroe sulmonese. Un eroe del nostro  Risorgimento, Panfilo  Serafini. Era ancora giovane, aveva solo 47 anni. Ne aveva  trentasette quando la Gran Corte Speciale di Aquila lo condannò a 20 anni di carcere. Fu rinchiuso nelle orride galere di Montefusco, poi di Montesarchio e  Procida.

 Celle scavate nella roccia, anguste, umidissime, fredde e buie. Qualche barlume penetrava dalle feritoie. Ma alla ferocia del potere borbonico non bastava,   ogni condannato doveva essere legato ad un altro carcerato con  una catena lunga  quattro metri, pesante più di quindici chili. Una catena  che serrava   le caviglie, rendendo lenti e faticosi  i movimenti. Il recente film di Mario Martone “Noi credevamo”, che  ricorda i suoi compagni più noti, Carlo Poerio e il Duca Sigismondo Castromediano, ne ha riprodotto tutto l’orrore. Le lettere di Panfilo Serafini dal carcere raccontano di sofferenze indicibili, di piaghe alle caviglie,  della tubercolosi che lo affliggeva,  dei frequenti sbocchi di sangue. Passò “la sua vita – scrisse  Benedetto Croce – fra triboli e dolori”. Ma di quale tremendo delitto si era macchiato per meritare  un tale  inferno? Nessun  delitto. Bisognava impedire che egli pensasse, che avesse opinioni e le comunicasse.  Così come era già toccato a Silvio  Pellico, nel Lombardo Veneto, sotto l’aquila imperiale austriaca. I corpi di reato furono un sonetto, un manifestino e  un libro. Il sonetto era  stato  affisso il giorno di S. Panfilo del 1848,  il manifestino  “Protesta  del popolo napoletano”, stampato dalla locale tipografia Angeletti,   affisso nella notte del 14-15 maggio 1853 sulla porta di casa del sindaco, il libro era quello da  lui scritto  sulla “Teocrazia romana”. Serafini, malato, distrutto nel fisico, ma, incredibilmente non nello spirito,  riuscì persino a scrivere  in carcere il saggio “Sul Canzoniere di Dante”,servendosi solo della  memoria. Gli fu, infatti,  negato   il testo dantesco,  più volte, inutilmente, richiesto. Ma non ne  vide la pubblicazione, avvenuta postuma a Firenze nel 1883. Dopo  cinque anni di carcere, grazie ai tempi nuovi seguiti alla  II guerra d’Indipendenza, gli fu concessa, il 29 agosto del ’59, la grazia, e fu assegnato al domicilio coatto sotto sorveglianza in una località che non fosse quella di origine. Andò a Chieti.

L’anno successivo Garibaldi, spazzando il regime borbonico, lo liberò dal confino. Il sogno, il suo sogno dell’Italia unita, libera e indipendente, si era realizzato.  Vi aveva speso la vita. La sua gioia era grande. Ma nessuno dei nuovi uomini al potere si ricordò di lui. Era  tempo di  mutamenti epocali,  tempo propizio per i gattopardi. Sul finire del 1860 –  si era appena conclusa l’epopea garibaldina –  il  suo compagno di carcere, il Duca Sigismondo Castromediano,  è lui che lo scrive in ”Carceri e galere politiche”, richiamato da  un “soffocante lamento”, lo riconosce alla luce di un lampione, al Largo Mercatello a  Napoli,  in un uomo che giace supino sul lastricato. E’ svenuto per fame. Tornato a Sulmona,  finalmente ottiene qualche  riconoscimento: è assessore comunale, presiede una  società operaia, ma, sollecitato dagli amici a presentarsi candidato  alla Camera dei deputati, nel collegio di Sulmona,  viene sconfitto. Ebbe di che vivere grazie all’ospitalità generosa di un amico fraterno, il dott. Giuseppe Di Rocco, che aveva preso ad aiutarlo fin dal tempo della detenzione. Serafini, per avere l’autorizzazione a scrivergli,  lo faceva passare per un parente, lo chiamava zio. Nella  casa dell’amico  lo colse la morte. “Il ricordo di lui, delle sue parole e azioni, di tutta la sua persona, è ancora così vivo e popolare tra i suoi concittadini  come se egli si  fosse dipartito da essi pur ieri.”, così scriveva Benedetto Croce. Era   il 1913.  Poi, fu dimenticato.

Riposa  nella chiesa dell’Annunziata, dove fu traslato nel 1881, molti anni dopo la morte. Il suo ritratto  postumo è opera di un altro grande abruzzese, Teofilo Patini, già suo allievo e amico.  Il Patini voleva che fosse  “collocato in una delle migliori sale comunali perchè il soggetto di questo mio quadro  è degno di un culto cittadino”. Ritrae, infatti, la figura  di un Padre della Patria. E’ in piedi, al centro del quadro, austero e risoluto, la destra chiusa a pugno sul tavolo, la sinistra  regge un libro, la fronte alta, lo sguardo, acuto e penetrante, guarda lontano

 

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