Cultura

Apologia dell’uomo

Sulmona, 2 Agosto- Uno storico, Marc Bloch, ebreo fucilato dai tedeschi il 16 giugno 1944, ha scritto un libro dal titolo “Apologia della storia”, in cui afferma che “la storia è l’uomo”. Non l’uomo in generale, ma gli uomini, questi uomini di questo tempo. Quindi non scienza storica, ma scienza umana.

“Ogni scienza presa a sé, scrive Bloch, non rappresenta mai altro che un frammento del moto universale della conoscenza… con il compito di aiutarci a vivere meglio”.

Se l’uomo, stando a quanto sosteneva Cartesio, è “res cogitans”, una cosa che pensa, il pensiero conduce l’uomo a conoscersi, a diventare se stesso. «Ma che cosa, dunque, sono io? – dice Cartesio.  Una cosa che pensa. E che cos’è una cosa che pensa? È una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche e che sente…»  Era la massima “Conosci te stesso”, scritta sulla facciata del tempio di Apollo, a Delfi. Uno dei più antichi consigli per vivere bene.

La conoscenza è strettamente legata all’amore. Più si conosce, più si ama. Conoscendo l’uomo, lo si ama. E lo si ama in carne ed ossa. L’uomo senza aggettivi: non homo homini lupus a detta di Hobbes, né homo homini deus a detta di Feuerbach. L’ homo homini homo, buono o cattivo che sia, simpatico o antipatico, amico o nemico. L’Homo, sic et simpliciter, caratterizzato dai vari generi  di maschio, femmina e altro.

L’ Homo come essere vivente in tutti i suoi aspetti caratteriali. Un essere, binario, maschio e femmina per riprodursi, creato dalla natura, nato senza la propria volontà. Se la Natura intesa come Deus, per riprendere il concetto di  Spinoza, sostanza infinita da cui tutti gli enti dipendono per la loro esistenza e per la loro essenza e la Natura, intesa come l’insieme di tutto ciò che esiste, cioè la sostanza con tutti i suoi attributi e le sue modificazioni è la Perfezione, quindi  non può che creare enti perfetti. Una perfezione in continua evoluzione per raggiungere il punto più alto dove arrivare. Un punto sconosciuto, ma spesso immaginato o intuito.

Oggi, l’analisi antropologica dello sviluppo umano si legge nei tre libri più famosi scritti da Yuval Noah Harari, storico ebreo, che tuttavia non presentano risposte definitive, ma ribadiscono la domanda “Chi sono io?”, che diventa “più urgente e complessa di quanto lo sia mai stata prima”.  Una visione, tuttavia, generalmente ottimistica, se si guarda alla storia come continua evoluzione, dall’ Homo Sapiens all’ Homo-Deus.

C’è un salmo nella Bibbia in cui è scritto: «Io ho detto: voi siete dei.» (82,6). L’uomo non è solo l’immagine di Dio, ma è Dio stesso. Nessuna differenza tra Natura-Creatore e Natura-Creata. Lo sosteneva Meister Eckhart: «Se devo conoscere  Dio… allora devo assolutamente diventare Lui e Lui diventare me.»

Una natura umana senza colpa, dal momento che il peccato originale non ha fondamento scientifico, ma solo mitologico. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva  è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

Nietzsche, tra i più grandi filosofi degli ultimi tempi, ha delineato il cosiddetto super/oltre-uomo (übermensch), che si realizza, solo quando si è dichiarata la “morte di Dio”, intesa come fine del sistema teologico/ideologico delle chiese.

D’altronde, il concetto di redenzione è  inventato, giocando sulla  parola che  deriva dal verbo “redímere”, in latino “redímere” da red– (= di nuovo) ed “ímere” per “émere” (comprare). Significa quindi ricomprare ciò che è stato venduto. La prima donna, Eva, ci avrebbe venduti a Satana, mentre Cristo con la sua morte ci avrebbe ricomprati. Una assurdità, perché Cristo non è venuto per saldare un debito al Padre, ma per elevare la natura umana al suo più alto grado. Nei Vangeli questo verbo non viene mai usato.  Esiste però la parola “Redenzione” che si trova solo nel Vangelo di Luca in due passi: l’uno (2.38) in cui la profetessa Anna, durante la presentazione di Gesù-bambino al tempio,“si mise a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”; l’altro, verso la fine (21.28), quando si parla di catastrofi cosmiche e manifestazione del figlio dell’uomo glorioso: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina”. Non esiste il termine “Redentore” applicato a Gesù Cristo, ma solo usato in pochi passi dell’Antico Testamento. Tuttavia, San Paolo usa in alcune lettere la parola “redenzione”.

C’è stato, in passato, solo uno scienziato,  paleontologo, teologo, Teilhard de Chardin, nonché gesuita, che ha cercato di mettere in dubbio il dogma del peccato originale, ma obbligato dall’istituzione ecclesiastica a recedere dal suo intento, limitandosi ad augurare: “Dobbiamo ripensare, con tutta la nostra umanità, la nostra Religione…”

La centralità del peccato originale nella struttura dogmatica del Cristianesimo appare come un principio fondamentale, impossibile da superare. Un ostacolo su cui ci si imbatte e si resta disarmati

Fu, in particolare, S. Agostino ad affrontare la concezione del peccato originale come colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Le parole di Agostino non permettono dubbi: «Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte» (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).

La pena del peccato originale, per Agostino, resta la concupiscenza, la libido, come un retaggio pressoché impossibile da dominare. In realtà un fenomeno naturale, istintuale per gli animali e razionale per gli uomini. Appare, con evidenza lapalissiana, che Agostino resta legato alla concezione maschilista del rapporto sessuale.

Nato il 13 novembre del 354, all’età di diciotto anni, nel 372, ingravida una donna dalla quale avrà un figlio che chiamerà Adeodato. Donna di cui non citerà  mai il nome, come l’altra che la sostituirà dopo che la prima ripartirà  per l’Africa da Milano. Nel suo libro autobiografico, “Le confessioni“, non ha mai il coraggio di farne i nomi. Le classiche “donne-oggetto”.  Non parla di orgasmo femminile, come se la donna fosse solo l’oggetto di piacere per l’uomo, tanto da affermare: “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo” (De Civitate Dei, XIV,16). Maschilismo imperante, allora come oggi, nella chiesa!

Se si pensa ai miliardi di esseri umani vissuti prima della venuta di Cristo e ai miliardi che non lo hanno conosciuto e non sono stati battezzati, si dovrebbe dedurre che sono tutti dannati. Un Cristianesimo così anticristiano sembra proprio inconcepibile. Una visione dell’uomo disumana!

Mario Setta

 

 

 

 

One Comment

  1. Antonio Rosati

    Caro Setta, a chi vuoi che interessino le disquisizioni medioevali sul sesso degli angeli. I sacerdoto stessi non ne parlano più e nemmeno il papa. Rappacificati con la Chiesa, che non hai mai veramente lasciato e tranquillizzati

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