Venerdi, 10 novembre 2017

A scuola da Don Milani


2017/05/03 12:000 comments

A 50 anni dalla morte

Al di là dei più svariati tentativi di ridurne o di addomesticarne la portata, l’insegnamento di don Lorenzo Milani fu chiaramente rivoluzionario: «che la storia condannerà la nostra società è profezia facile a dirsi. Basterebbe solo il fatto della disoccupazione oppure il solo fatto degli alloggi» (Al direttore del «Giornale del mattino» Firenze, 15/12/1955). Ne rappresenta un chiaro esempio la sua critica alla remissività della Chiesa nei confronti delle classi dirigenti di quella stessa società: «non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. È nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, con i congressi eucaristici di Franco» (Lettera dall’Oltretomba).

L’attività di smascheramento e di denuncia fu un fattore che sempre guidò l’azione pedagogica dell’animatore della comunità di Barbiana. La concretezza delle conoscenze pratiche dei giovani contadini e operai non costituiva che il punto di partenza per altre conoscenze altrettanto concrete e specificamente politiche. La vicinanza alle dimensioni concrete del mondo propria dei giovani lavoratori, infatti, serviva per trasmettere loro importanti informazioni sul mercato del lavoro, sui contratti collettivi, sull’organizzazione sindacale. Anche attraverso metodologie innovative volte alla conquista del «dominio sulla parola»: «ciò che manca ai miei [alunni] è solo questo: il dominio sulla parola […]. Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi. Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l’utilità pratica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L’uno se ne accorge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’altro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n’è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute col farmacista a voce alta, pieni di boria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfumatura. S’accorge solo ora che esprimono un pensiero che non vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi han provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodar il chiacchierone sulle parole che ha detto. ‘Parole come personaggi’ si chiama una tua rubrica. Ecco, questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata. Un’utopia? No. E te lo spiego con un esempio. Un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Questa non fa parte delle necessità professionali, ma delle necessità di vita d’ogni uomo, dal primo all’ultimo che si vuoi dir uomo» (Al direttore del «Giornale del mattino» – Firenze, 28/03/1956).

Anche la dimensione etica assume in don Milani implicazioni immediatamente politiche, dal momento che anch’essa scaturisce sempre dalla critica dell’ingiustizia presente, dell’ordine costituito fondato sulla disuguaglianza: «su una parte della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto irriducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa. Mi sta a cuore’. È il contrario esatto del motto fascista ‘me ne frego’» (Lettera a una professoressa, 1967). Mi sta a cuore l’ingiustizia, mi sta a cuore la disuguaglianza, mi sta a cuore l’oppressione, mi sta a cuore l’emarginazione. Se «per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita», «la scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)». Da questa prospettiva «il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete al progresso legislativo» (Lettera di autodifesa dall’accusa di apologia di reato, 18/10/1965).

Edoardo Puglielli *

* docente di filosofia e scienze umane

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