Cultura

8-9 Settembre 1943:l’agonia dell’Italia ( 1^ parte)

( di Mario Setta *)                                                                                                       

                                                                                                             

 Sulmona, 8 settembre Nella storia ci sono giorni, ore e talvolta attimi di tempo che segnano la vita di una persona  o di una nazione. Le trenta ore che vanno dalle 18.30 dell’8 settembre alla mezzanotte e mezzo del giorno successivo hanno scandito l’agonia della monarchia dei Savoia e il fallimento del progetto delirante, perseguito da Mussolini:  “Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci in culo. Così farò io” (Ciano,G. Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1990, p. 418)

Ancora oggi, ad oltre mezzo secolo di distanza, il dibattito sull’8 settembre 1943 come data della “morte della patria”, “giorno della vergogna”, “nuovo risorgimento”  viene affrontato da numerosi intellettuali, storici e giornalisti di tendenze ideologiche diverse e contrapposte. Ma tutti vedono in quel breve lasso di tempo la linea di demarcazione tra un prima e un dopo. Lo intuirono perfino i  giornali di allora che uscirono listati a lutto. L’idea di “morte della patria” era stata elaborata, ancor prima della fine della guerra, da un cattolico conservatore, Salvatore Satta, famoso giurista, allievo del sulmonese Giuseppe Capograssi.  Nell’opera De Profundis, composta tra giugno 1944  e aprile 1945, Satta scrive: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo” (Satta, S. De profundis, Ilisso edizioni, Nuoro 2003, p. 53)

Secondo Salvatore Satta, “l’8 settembre 1943 e non il 10 giugno 1940 (fu) il vero giorno dell’entrata in guerra degli italiani” (ibidem, p. 56).Un’entrata in guerra contro se stessi, perché gli italiani rifiutarono di far guerra sia ai vecchi alleati (i tedeschi) e sia ai nuovi (gli anglo-americani).La descrizione di quel tempo e di quegli italiani, proposta da Salvatore Satta, è colorata da un profondo pessimismo e da una sfiducia estrema nei valori umani e cristiani del popolo italiano. Non il sentimento  evangelico, ma il “particulare” di Guicciardini, citato in esergo e richiamato nel testo,  fa da leit-motiv nel “De Profundis”. Una testimonianza che spesso capovolge le testimonianze degli stessi protagonisti, come l’illustrazione della  vita nel campo di concentramento per prigionieri di guerra di Fontanellato, presentato come “confortevole albergo” o l’aiuto non troppo disinteressato degli italiani agli ex-prigionieri inglesi.

In antitesi alla visione e alla descrizione  pessimistica di Satta, c’è un’altra linea storiografica che sembra vedere con altri occhi il comportamento degli italiani. La cosiddetta “resistenza umanitaria”. Roger Absalom, il maggiore storico inglese sull’aiuto agli ex prigionieri di guerra, autore dell’opera A Strange Alliance. Aspects of escape and survival in Italy 1943-1945, tradotto in italiano col titolo L’alleanza inattesa: mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945), Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, ed. Pendragon, Bologna 2011, ne tratta nella presentazione al libro di William Simpson, A Vatican Lifeline ‘44, tradotto in italiano col titolo La guerra in casa. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano, (Qualevita, Torre dei Nolfi  2004).Lo storico Eric Hobsbawm, autore dell’opera più interessante e significativa sul ‘900, dal titolo Il secolo breve ha rilasciato questa testimonianza sul rapporto tra ex-prigionieri alleati e contadini italiani: “Ho sentito tanti racconti dell’Italia, dai  prigionieri di guerra… gente la cui vita era stata spesso salvata dall’aiuto del tutto disinteressato di famiglie di contadini, che non avevano nessuna particolare ragione per soccorrerli se non quella della solidarietà umana” (Hobsbawm, Intervista sul nuovo secolo, Laterza, Roma-Bari 1999, pp, 127-128) La parola “solidarietà” ricorre frequentemente nelle testimonianze di quel tempo. Nel diario di quel periodo, Elena Carandini Albertini, figlia di Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” e moglie di Nicolò Carandini, politico liberale, ambasciatore a Londra nel dopoguerra, annota: “La solidarietà è il solo lato positivo di questo tempo”. (Carandini Albertini, E.,Dal terrazzo, diario 1943-1944, Il Mulino, Bologna 1997, p. 99)

L’Abruzzo era una regione frequentata da ex prigionieri,  renitenti alla leva, sbandati, sia per la presenza di vari campi di concentramento e sia per la posizione di confine tra nord e sud (linea Gustav), che si accingeva ad assumere nell’autunno-inverno  del ’43-’44.“Molti tentano di andare al sud per la via di Sulmona” scrive Elena Carandini-Albertini il 13 settembre 1943. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, durante il suo settennato, ha costantemente rivendicato quel giorno e quel tempo non come “morte della patria”, ma come riscatto, risveglio, riaffermazione della coscienza civile. Secondo i dati, rilevati da Absalom, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in Italia vi erano circa 80.000 prigionieri di guerra. L’art. 3 dell’armistizio (short term) recitava testualmente: “Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite dovranno essere consegnati immediatamente al Comandante in Capo alleato e nessuno di essi potrà ora o in qualsiasi momento essere trasferito in Germania”.

   Una mappa della Croce Rossa inglese, (The Red Cross and St. John War Organisation, September 1943), evidenziava in Abruzzo la presenza dei seguenti campi: il n.102 a L’Aquila, il n.91 ad Avezzano, il n.78 a Sulmona, il n. 21 a Chieti. Un dato, per lo meno curioso, ma particolarmente interessante è rappresentato dalle numerose testimonianze, dirette o indirette, lasciate dagli ex-prigionieri in Abruzzo: Uys Krige, John Esmond Fox, Donald Jones, Jack Goody, John Furman, William Simpson, John Verney, Sam Derry, J P. Gallagher, Dan Kurzman, John Broad, Hans Catz, Tony Davies, Ronald Mann, Guy Weymouth, Joseph Frelinghuysen, John Miller, Martin Schou, Stan Skinner, Gladys Smith. Per questo, il fenomeno dell’aiuto ai prigionieri di guerra è stato definito “epopea”. Una pagina di storia, piena di episodi drammatici e toccanti, comici e romantici: ci furono ex-prigionieri nascosti per mesi nelle grotte, nelle cantine, travestiti da donne, fatti passare per sordomuti  e quelli che, dopo la liberazione, contrassero il matrimonio con le figlie dei loro benefattori. Non è facile restare impassibili  di fronte all’avventura di Denys Simmons, raccontata nel documentario 1943 – A Kind of Holiday di Franco Taviani o a quella di William Pusey, le cui figlie sono tornate in Abruzzo, a Castelvecchio Subequo, per spargere le ceneri del padre sulle montagne del Sirente, dove aveva vissuto “il più bel periodo della vita e incontrato l’amore”. Ma ci furono anche italiani   imprigionati, condannati a morte, fucilati  per aver dato loro da mangiare e ospitalità. Una forma di resistenza, in cui le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale. Valga, per tutte, la storia di Iride Imperoli Colaprete, la staffetta che accompagnava i fuggiaschi da Sulmona a Roma, catturata e imprigionata prima  in via Tasso e poi a Civitaquana, con decine di uomini e donne sulmonesi.

Una sarta, Annina Santomarrone, di Roio Piano, processata per aver dato ospitalità agli alleati, deportata in Germania e morta in un lager, aveva detto: “Non li ho aiutati perché erano inglesi, ma perché sono una cristiana e anche loro sono cristiani”. Un comportamento, questo, evidenziato anche da un altro fatto tragico: la fucilazione di  Michele Del Greco, pastore di Anversa degli Abruzzi, condannato a morte per aver dato da mangiare a numerosi ex-prigionieri, di passaggio. Dalla lettera alla moglie e dalla testimonianza del parroco, don Vittorio D’Orazio, che lo aveva confessato  prima della fucilazione, nel carcere di Badia di Sulmona, emerge la stessa motivazione: “Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati.”. Era stato arrestato il 22 novembre 1943, processato e condannato il 27 novembre, fucilato il 22 dicembre.

Una figlia, Raffaella Del Greco, ne ha raccontato la storia nel libro Quei lunghi trenta giorni. La gentilezza e la solidarietà degli abruzzesi, al di là della retorica o d’un abusato cliché, emergono dalle innumerevoli testimonianze degli ex-prigionieri che hanno posto in rilievo l’aiuto disinteressato, ricevuto dalla gente. Jack Goody, antropologo di fama mondiale, docente a Cambridge, allora fuggiasco sulle montagne della Valle del Sagittario, ha scritto: “C’era anche abbastanza  pane, qualche volta era il pane di campagna fatto di farina e qualche altra era una specie di torta piatta di mais, con in mezzo il grasso di prosciutto” (Goody, J., Oltre i muri, la mia prigionia in Italia, Il mondo 3 edizioni, Roma 1997, p. 96)

In una conferenza all’Università di  Teramo, il 1 aprile 2002, Jack Goody ha ricordato il suo breve periodo di fuga sulle montagne abruzzesi: “Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre”.

Forse,  le parole letterariamente più squisite e commoventi sono quelle di Alba de Céspedes, scrittrice nata da madre italiana e padre cubano, nascosta a Torricella Peligna, in attesa di oltrepassare la linea Gustav: “Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro” (Zancan, M., (a cura di), Alba de Céspedes, Il Saggiatore, Milano 2005, p. 290)

Uys Krige, scrittore sudafricano, prigioniero al Campo 78 di Sulmona, dopo la fuga verso il Sud Italia e il ricongiungimento con gli Alleati, stabilisce rapporti di amicizia con Ignazio Silone, tanto che quest’ultimo, nelle pagine introduttive de L’avventura d’un povero cristiano racconta: “Prima di lasciare Roma e tornarsene nel Sud Africa, nel 1945, Uys Krige mi prese a testimone di due suoi voti: avrebbe scritto un libro su questa contrada che egli chiamava “terra amica e prediletta”, e appena possibile sarebbe tornato portando con sé sua figlia, nella convinzione che avrebbe giovato all’educazione della ragazza conoscere quei posti e quella gente” (Silone, I., L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano 2004, p. 14)

L’originale inglese del libro di Krige The way out,  tradotto in italiano con il titolo Libertà sulla Maiella  è dedicato ad un contadino di Bagnaturo di Pratola Peligna, Vincenzo Petrella,to whom I owe my Freedom” (“cui devo la mia Libertà”). Silone scrive: “Nel suo libro il Krige narra, in forma semplice e commossa, innumerevoli episodi della spontanea e temeraria solidarietà di quella povera gente verso lui e i suoi compagni di evasione.[…] Fu in un nostro primo incontro a Roma, verso la fine del ’44 che il Krige mi parlò con le lagrime agli occhi dei pastori di Roccacasale, di Campo di Giove, di Castel Verrino, di Pietrabbondante, di Cupello. Egli  non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate” (Silone, I., L’avventura… p. 13)

La storia delle traversate, dal nord al sud,  e in particolare da Sulmona a Casoli, attraverso il Guado di Coccia, rappresenta un momento decisivo nella vita dei fuggiaschi. Era la via più conosciuta e più comune. Ma richiedeva l’assistenza di guide locali. E molte furono le guide sulmonesi che si misero a disposizione per questo compito. Compito rischioso, perché i tedeschi controllavano i valichi di montagna. John Esmond Fox, nel libro Spaghetti and Barbed Wire (Spaghetti e filo spinato, Qualevita, Torre dei Nolfi 2002), affronta la traversata il 13 gennaio 1944, arrivando a Casoli il 15 gennaio, dopo trentasei ore, alle undici del mattino. Arrivarono in  47, ma ne erano partiti circa 100.

Anche Donald Jones descrive le peripezie della sua vita da fuggiasco in Escape from Sulmona (“Fuga da Sulmona”,Qualevita, Torre dei Nolfi 2002) e finalmente, raggiungendo Campo di Giove,  attraversa il Guado di Coccia e arriva alle linee alleate.

 Le ore dell’8-9 settembre fanno da spartiacque anche sotto il profilo sociologico nella storia italiana, perché salta facilmente davanti agli occhi la divisione di classe: i ricchi e i poveri. I ricchi erano i nobili e i borghesi legati alla monarchia e al  fascismo, attraverso cui difendevano i loro interessi e i loro privilegi. I poveri sono i contadini, gli operai delle fabbriche, i disoccupati, i confinati per motivi politici, gli ex-prigionieri di guerra.  Secondo Claudio Pavone, la cui opera sulla Resistenza resta un classico della storiografia italiana, nel periodo 1943-45, in Italia, si intersecano tre tipi di guerra: la guerra di liberazione, la guerra civile e la guerra di classe. Il comportamento, tenuto l’8-9 settembre 1943 dai governanti, dalla classe dirigente, dagli imprenditori, dai liberi professionisti sembra attenersi ad un identico cliché: “Si salvi chi può”.

( segue    2^ parte))

 

  *  storico

 

(  ph n.5-   Mario Setta alla presentazione del volume ” l’ultima cena del re”. giugno 2007)

 

 

 

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