Cultura

4 Aprile 2021: Pasqua di resurrezione

Cristianesimo e mondo del lavoro: epilogo d’un romanzo

 

( di Mario Setta  *)

 

Storicamente mai come ora la Chiesa si e’ trovata in situazione cosi’ drammatica. Come una nave che affonda. Una situazione che potrebbe farla riflettere e decidere di alleviare i suoi pesi.Ma non pare che questo stia avvenendo. Papa vescovi e preti continuano imperterriti ad affidarsi ai riti, ai sacramenti, alla fede della gente.Il Cristianesimo non si fonda sulla fede, ne’ sui sacramenti o sui riti, ma sulla testimonianza di vita. In una sola parola, sull’Amore fraterno.Questo sarebbe un momento provvidenziale per realizzare una revisione e un cambiamento totale sotto ogni aspetto: da quello pastorale a quello dottrinale, dai titoli onorifici ai vestiti sgargianti, dalle divisioni e disuguaglianze come il genere alla eliminazione delle verita’ dogmatiche, perche’ la Verita’ non si impone con la forza o col ricatto.Si ha necessita’ di una chiesa libera e non più serva, semplice, povera senza introiti derivanti da altre fonti, una chiesa che ridiventi sorella di Cristo, martire per liberare l’umanita’.Invece, da questa chiesa anticristiana e antievangelica conviene ed e’ giusto uscire per non rimanere con quelli che vi restano e ne continuano la frode e l’inganno.

 


Sulmona,4 aprile-
Erano trascorsi vari anni da quando don Gino,  aveva cominciato ad occuparsi di operai. Ripensava al passato. Cosa aveva fatto? A che cosa era servito tutto quel tempo trascorso, correndo da un cantiere all’altro? Che cosa aveva concluso? Tutto sfumava, come la nebbia ai raggi del sole.

Sentiva dolorosamente il dramma che gli ponevano questi interrogativi. Era in crisi. Cercava di darsi qualche spiegazione che lo soddisfacesse, che gli ridesse fiducia per continuare su quella strada. Ma ora sembrava che tutto crollasse. Si accorgeva come la sua azione pastorale si riduceva soltanto ad una conoscenza o ad una semplice amicizia con alcuni operai.Per molti di loro era uno dei tanti conoscenti. A che serviva quel suo modo di presentarsi in mezzo agli operai del cantiere? Li avvicinava mentre mangiavano o si riposavano. Si sforzava di sentirsi vicino a loro, di comprendere i loro problemi. Ma tutto finiva lì.

Poi, essi riprendevano il lavoro e lo dimenticavano. Non era dei loro. Non li avrebbe mai capiti, non avrebbe mai potuto, neppure lontanamente, sentire i loro problemi. Era al di fuori del loro mondo. Non viveva la loro vita, non affrontava i loro sacrifici, non condivideva la loro fatica. Anzi, quel tipo di presenza avrebbe rinsaldato la convinzione che i preti erano una razza di parassiti, emissari dei padroni, mandati lì per abbonirli.Dunque, erano stati inutili quegli anni? Aveva forse reso peggiore la posizione della Chiesa nei confronti degli operai? Don Gino si rifiutava di pensarlo. Era troppo orgoglioso per credere che quei primi anni del suo sacerdozio avessero avuto un esito così infelice.  Del resto, in coscienza, riteneva di aver agito bene, di aver fatto qualche cosa di buono. Era consapevole che andare tra gli operai, accostarli nell’ambiente di lavoro implicava una preparazione non comune. Bisognava essere santi. Nel mondo operaio non esisteva una metodologia pastorale ben definita. Un mondo ancora da scoprire, chiuso o indifferente ai problemi religiosi.

Don Gino cominciava a convincersi che bisognava fare qualche cosa di più. Non era possibile curare un malato grave con rimedi di scarsa efficacia. Bisognava ricercare la medicina più indicata, anche se più costosa. Perciò cominciò a riflettere e ad esaminare criticamente la sua azione passata.Aveva capito molte cose, aveva cercato soluzioni ai problemi che gli si erano presentati. Ma la sua azione era assolutamente marginale. Pressoché insignificante per affrontare i problemi di fondo dei lavoratori. Anzi, non li conosceva nemmeno. Dopo quei pochi anni era appena riuscito a conoscere qualcuno degli innumerevoli problemi che esistevano sui cantieri. Bisognava trovare qualche altra strada, che portasse ad una maggiore incisività della sua azione pastorale, a rischio di limitarne necessariamente l’estensione.Pensò che la soluzione migliore era quella di farsi assumere come operaio in un cantiere. Si trattava sempre di un esperimento e come tale poteva avere i suoi buoni o cattivi risultati. Perché non provare?Non si riteneva un prete originale, diverso dagli altri. Anche se, fare il prete-operaio  comportava la tentazione di popolarità e, per un certo lato, poteva sembrare allettante, proprio perché si trattava di una novità. In Francia, l’esperimento aveva sollevato un’attenzione straordinaria, anche attraverso casi letterari come il romanzo divenuto un best-seller, I santi vanno all’inferno di Gilbert Cesbron.

Don Gino pregò a lungo. Era certo che qualsiasi altro prete, al suo posto, dopo quegli anni di tentativi, avrebbe pensato ugualmente. Non si sentiva più eroe degli altri, ma desiderava soltanto uscire da quella crisi in cui si dibatteva. Doveva trovare qualche soluzione e non ne vedeva un’altra migliore. Un chiodo, che gli s’era conficcato nella testa. Ne vedeva, ogni volta che ci pensava, gli aspetti positivi e se ne convinceva sempre più.Il lavoro lo avrebbe affratellato di più agli operai. Si sarebbe sentito veramente uno di loro, anche se in fondo sarebbe sempre sussistita la diversità. Cristo era venuto sulla terra: per diventare nostro fratello si era fatto uomo come noi. Don Gino aveva riflettuto. S’era consigliato con altri confratelli ed era pervenuto alla determinazione di chiedere il permesso di poter lavorare.In attesa di ricevere la risposta dei superiori, Don Gino pregò più a lungo e con più fervore del solito. Finalmente arrivò il permesso. Era concesso per un periodo molto limitato, ad experimentum.

Don Gino fu contento ugualmente e ringraziò il Signore per quella grazia, che gli dava la possibilità di vivere più da vicino con gli operai, che amava sinceramente, condividendone i pericoli e la fatica.Fu assunto come manovale in un grosso cantiere. Vi lavoravano più di trecento operai e c’era ancora bisogno di manodopera. La disoccupazione si era molto ridotta, fino a scomparire  in quei mesi d’estate.Si presentò al cantiere al mattino presto. Nessuno sapeva chi fosse. Era vestito come gli altri: pantaloni rattoppati, camicia sporca, basco in testa. La prima impressione fu quella di sentirsi, almeno esteriormente, come gli altri. Non aveva mai avvertito così intensamente la vicinanza con gli altri operai. Rimase in disparte, in silenzio, ascoltando l’appello. Gli pareva che lo guardassero. Ma gli altri erano intenti ad ascoltare i nomi e a ricevere il cartellino. Fu chiamato, non rispose. L’assistente ripeté il nome più forte.

– Biagi Gino. Don Gino si scosse e rispose: “presente”.

– La prossima volta non lo ripeto, hai capito? – disse l’assistente, guardandolo con disprezzo.

Aveva saputo che capitava spesso d’essere rimproverati dai dirigenti e dai capoccia, ma non immaginava quanto fosse penoso. Trattati come numeri, come bestie, come schiavi. Don Gino stette zitto. Al termine dell’appello, l’assistente lo assegnò, come aiutante, ad un muratore.Non conosceva il mestiere. Gli era sembrato facile, ma ora s’accorgeva che c’era un linguaggio tecnico da imparare. Bisognava prevenire, essere sempre all’erta perché non mancasse l’occorrente al muratore, un uomo sulla quarantina, alto e snello con una folta capigliatura nera. Con sveltezza sorprendente, prendeva con la mano sinistra un mattone e con la cazzuola nella destra lo sistemava a precisione.

– Forza coi mattoni.

– Corri a prendere la calce.

– Dammi la livella.

Don Gino correva da un posto all’altro. A mezzogiorno suonò la sirena. Si sentiva stanco. Prese il suo fagottino ed estrasse due fette di pane con un pezzo di formaggio. Si sedette sopra un mucchio di mattoni e cominciò a mangiare. Aveva voglia di tornare a casa, stendersi sul letto e riposare. Ebbe il timore che non avrebbe potuto continuare. Troppo dura, quella vita. Non si sentiva adatto per un lavoro del genere.  Forse gli altri, più allenati,  sentivano meno la fatica. Il sole gli dava fastidio, il sudore gli colava continuamente dalla fronte. Era bagnato su tutto il corpo. Ma riuscì a farsi coraggio. Non doveva cedere. I primi giorni erano più duri, lo aveva immaginato. Finito di mangiare, si distese sopra un mucchio di mattoni. Alcuni operai lo guardarono e si misero a ridere.

– A quanto pare, il lavoro non è il suo forte – dissero  a voce alta. .

Don Gino non rispose. E quelli  continuarono a parlare di altre cose.

Il lavoro riprese dopo un’ora di riposo. Ancora quattro ore di una fatica che diventava sempre più insopportabile, sotto cocenti raggi di sole, con le mani screpolate e insanguinate.Finalmente suonò la sirena di fine della giornata. Don Gino guardò il muratore che gli rivolse uno sguardo, misto di commiserazione e di disprezzo. Si augurarono a vicenda la buona sera e si allontanarono.A casa, quella sera, non mangiò. Andò subito a coricarsi, sopraffatto dalla stanchezza. Non riusciva ad  addormentarsi  e non aveva nemmeno la forza di pensare. Era quasi inebetito.I giorni successivi furono meno faticosi. Cominciò a riflettere maggiormente sulle sue esperienze quotidiane, sui suoi contatti con gli operai e i dirigenti. In pochi giorni aveva imparato molte cose. Si sentiva veramente fratello di quei compagni di lavoro. Sorgeva spontaneamente e si rafforzava quel profondo legame di solidarietà che lo univa agli altri. Tuttavia non aveva ancora fatto amicizia con nessuno. Il muratore non lo vedeva di buon occhio. S’era accorto che c’era qualcosa di strano nel comportamento di quel giovane manovale.Don Gino aveva cercato di non tradirsi  con atteggiamenti che avrebbero rivelato la sua identità. Non era lì in veste di spia, di indagatore, ma di fratello. Era andato in cantiere per imparare, non per insegnare. Il muratore si dimostrava quasi sempre arcigno. Parlava a scatti, con tono aggressivo. Gli sembrava strano che quel manovale non lo rimbeccasse mai e non si arrabbiasse.

Una domenica sera, mentre don Gino usciva di chiesa in abito talare, si incontrarono casualmente. Il muratore trasecolò. Credendo di sbagliarsi volse lo sguardo altrove. Don Gino gli si fece più vicino e si guardarono. Il muratore restò imbarazzato. Non riusciva a parlare. Si strinsero la mano, mentre don Gino sorrideva. Finalmente, passato l’attimo di meraviglia, il muratore disse arrossendo:

– Mi devi scusare. Non sapevo che tu eri… L’avevo immaginato che non eri dei nostri, ma non credevo fossi un prete.

Camminarono insieme, a piedi. Il muratore continuò a parlare.

– Non ci siamo mai presentati,  io mi chiamo Baccelli Carmine.

– Ed io don Gino Biagi.

Parlarono di lavoro, dei motivi per cui don Gino s’era messo a lavorare, dei problemi del cantiere,  di religione, di questioni sindacali. Si lasciarono con la promessa di non svelare il segreto e di incontrarsi più spesso fuori dal cantiere.Il mattino seguente, prima di iniziare il lavoro, Carmine guardò don Gino e si sorrisero. Era la prima volta. Quel sorriso breve, spontaneo significava che tra i due s’era creato un legame che andava al di là della conoscenza e dell’amicizia. Era un legame di fraternità, di rispetto, di amore. Un legame che non s’era creato quasi all’improvviso, con l’incontro della sera precedente. C’era già il terreno preparato, una invisibile azione della Grazia, che cementava i rapporti  tra  don Gino e Carmine.  Un’intesa, una specie di fluido, che si trasmetteva tra lui e gli altri, tra un operaio e l’altro. Una solidarietà,  legame che li accomunava tutti, quasi inconsciamente. I motivi di questo fenomeno dovevano, forse,  ricercarsi nella natura stessa dell’uomo, nel bisogno che c’è di aiutarsi, di sentirsi vicini, di comprendersi. Era la stessa solidarietà che nasceva nei campi di concentramento o nei luoghi di sofferenza e di dolore. La condizione operaia era sullo stesso piano. Migliaia, milioni di lavoratori erano imprigionati nelle fabbriche, reclusi nei luoghi di lavoro, sfruttati e ricattati dai padroni pur di avere quel po’ di salario per sopravvivere. Solo chi condivideva quella condizione poteva considerarsi fratello. E solo così, don Gino aveva cominciato a capirli, ad amarli, ad evangelizzarli.

Dopo alcune settimane di lavoro,  queste idee erano diventate convinzioni. Gli operai, in genere, non sono abituati a teorizzare, a separare la dottrina dalla realtà. Sono colpiti dai fatti. Giudicano gli avvenimenti. Sulla base di questi giudizi accettano o rifiutano una dottrina. Per loro ha poco interesse il dialogo sul piano dei princìpi. Chiacchiere.  Dialogare con gli operai significa scendere sul loro piano, vivere la loro condizione, verificare la validità dei principi in situazioni concrete.Nei contatti che ebbe in seguito con Carmine, militante del sindacato comunista e del partito, e con altri operai, si accorse che c’era ancora molto da fare. Che la Chiesa, in Italia, era  molto lontana da una autentica evangelizzazione del mondo operaio.

Col passare del tempo, don Gino aveva imparato bene il mestiere. Conosceva come si articolava l’organizzazione di un cantiere, ne soffriva i disagi, ne coglieva gli aspetti  conflittuali. Conobbe molti altri operai del cantiere. All’ora di pranzo si riunivano in gruppo vicino a lui e discutevano dei problemi.Lui non era un sindacalista, non era suo compito impegnarsi in questioni di rivendicazioni contrattuali. Sensibile alle ingiustizie, ne soffriva più degli altri, ma non spettava a lui prendere  iniziative. Sua missione  era  inculcare l’amore per gli altri, a costo di lotte e sofferenze. Non poteva esasperare la situazione. L’azione sindacale correva il rischio di fomentare gli egoismi tra categorie.

C’erano dipendenti di aziende private e pubbliche, con impiego sicuro e salari altissimi, mentre operai di altre categorie ricevevano misere retribuzioni, con un impiego sempre incerto. Esistevano forti differenze nelle retribuzioni salariali. Non si teneva conto del lavoro come fatica  o delle condizioni familiari. La paga, per contratto, avveniva secondo uno strano e ingiusto criterio. Un manovale che sudava, che si logorava da mattino a sera, facendo i lavori più duri, riceveva una misera retribuzione. Altri, per il solo fatto di possedere un qualche titolo di studio o una qualifica sindacale, percepivano stipendi più alti. Il lavoro dell’operaio comune non aveva valore. Un manovale  non era considerato un collaboratore. Solo  prestatore d’opera. Una macchina.  Dopo l’uso, accantonata.

Gli operai edili sentivano di essere emarginati, umiliati, offesi nella dignità di persone umane. Ne soffrivano. Generalmente, gli impiegati non si degnavano di parlare con loro.  Davano solo ordini. Non li ascoltavano. Spesso li maltrattavano. Gli operai erano convinti che non c’era differenza tra la schiavitù di un tempo e quella  di oggi. Mutate le forme,  la sostanza era la stessa.Un giorno don Gino aveva parlato con parecchi operai di un cantiere di proprietà ecclesiastica. Dicevano che sul cantiere vigeva la legge del terrore. Continuamente spiati. Non potevano scioperare, altrimenti sarebbero stati licenziati. Da quelle parole era evidente l’odio per la Chiesa. Una Chiesa che, per loro,  si riduceva a Papa, cardinali, vescovi e preti.Molti rappresentanti della gerarchia ecclesiastica davano esempi di vita poco evangelica.  Acquistavano palazzi, terreni, vivevano in lussuose residenze. Mentalmente borghesi. Stile di vita medievale: stemmi, titoli onorifici, palazzi principeschi, paludamenti ecclesiastici sfarzosi e costosi. Era piuttosto raro che per le scale dei palazzi vescovili salissero semplici operai e poveri della città. Molti vescovi vivevano rinchiusi entro splendide stanze. Impossibile vedere in loro i testimoni o i successori di Colui che non aveva avuto nemmeno una pietra dove posare il capo. Il vescovo era considerato dagli operai un potente, un principe. Accoglieva imprenditori e dirigenti. Talvolta si vendeva facilmente a candidati politici, che trovavano il modo di dirottare denaro pubblico secondo l’intento del vescovo per accaparrarsi il suo appoggio nelle campagne elettorali.

Una volta, in occasione di un’udienza papale, don Gino vi si era recato con un gruppetto di amici. La grandiosità dello scenario aveva impressionato gli operai. Videro il luccichìo dell’oro, la forte illuminazione, il Pontefice che avanzava sulla sedia gestatoria trasportato dai sediari, preceduto da uomini vestiti con abiti eleganti da vecchi tempi, ecclesiastici con vestiti di porpora e d’ermellino. Sembrava di essere in un mondo strano. Uno scenario da favola. Per tutto il tempo dell’udienza rimasero estasiati  da quel trionfo regale. Quando tutto fu terminato, all’uscita, dissero a don Gino che essi non si sentivano vicini al Papa. Troppo distante da loro. Viveva in un altro mondo, anche se si sforzava di parlare dei loro problemi. La Chiesa non era fatta per loro. Troppo ricca, troppo potente per sentirsela vicina. Don Gino rimase allibito. Non avrebbe mai pensato che la partecipazione a quell’udienza avrebbe avuto un simile risultato. Gli operai non comprendevano che la Chiesa aveva una struttura secolare. Non si poteva eliminare tutto in poco tempo. Non avrebbero dovuto soffermarsi all’esteriorità, ma ricercarne  il vero volto, il segno lasciato da Cristo, anche se non era molto facile.

Don Gino si recava tutte le mattine in cantiere. Era soddisfatto del lavoro e della esperienza che stava facendo. Si convinceva sempre più quanto fosse necessario condividere la stessa vita di cantiere. Ma doveva guardarsi bene dal dare l’impressione che solo lui era un vero prete, o più prete degli altri. La sua azione doveva essere collegata, in piena fraternità, a quella dei suoi confratelli, che si trovavano nelle parrocchie o in altri campi di attività. Tutta la Chiesa era impegnata ad affrontare la vasta gamma dei problemi del mondo moderno.

Lui stava facendo i primi passi nella conoscenza del mondo operaio. Ma una esigenza diventava imperiosa: essere costantemente vicino a Cristo, amare la Chiesa a costo di tutto, perfino nell’accettazione di esserne ufficialmente allontanato, se Dio gli avesse chiesto questa prova suprema d’amore. Ma, forse, la Provvidenza gli avrebbe riservato qualcos’altro.Un giorno, di primo mattino, mentre lavorava con Carmine, gli passò accanto l’assistente. Rimase un istante a guardarlo e poi lo chiamò.

– Ehi, tu, spostati da qui e vai con la squadra degli attaccacalce.

Carmine disse che aveva bisogno di un manovale.

– Non fare storie. Te ne manderò un altro più anziano – rispose l’assistente.

Don Gino dovette ubbidire. Tra lui e Carmine s’era consolidata  un’amicizia profonda. Si lasciarono a malincuore.Don Gino si diresse verso la squadra degli attaccacalce, che lavoravano nei piani superiori. Ad un tratto, mentre camminava sotto l’armatura di un ponte, sentì uno scricchiolìo. Cercò di correre, ma inciampò e stramazzò a terra. Ci fu un forte boato. Gli operai si precipitarono fuori dal cantiere, temendo il crollo del fabbricato. Tornata la calma ci si accorse che era caduto solo un ponte.

L’assistente chiamò alcuni operai che cominciarono a rimuovere le assi di legno. Dette ordine, con rabbia, che tutti tornassero al lavoro, perché non era accaduto nulla di grave. Improvvisamente uno degli operai che lavorava sul luogo del crollo emise un grido: “Qui sotto c’è qualcuno”.L’assistente divenne rosso in volto. Arrivarono immediatamente gli impiegati e i dirigenti. Anche altri operai s’erano avvicinati e avevano aiutato ad estrarre il corpo di don Gino dalle macerie, adagiandolo a terra. Esanime. Un carpentiere s’era messo a praticargli la respirazione artificiale, muovendo in alto e in basso le braccia di don Gino.

Nel frattempo era stato telefonato al pronto soccorso del vicino ospedale perché inviassero urgentemente un’ambulanza. Tutti gli operai avevano cessato di lavorare e chiedevano notizie dell’accaduto. Molti erano riuniti intorno a don Gino, mentre il carpentiere continuava insistentemente a praticargli la respirazione artificiale.Carmine ebbe il presentimento che la disgrazia fosse capitata al suo amico. Tremando, riuscì a farsi avanti. Vide don Gino a terra e rimase tramortito. Poi si inginocchiò, avvicinò la bocca sulla fronte di don Gino e la baciò a lungo, scoppiando in un pianto dirotto. Quando smise di piangere, si alzò, guardò i suoi compagni, ebbe un momento di esitazione. Poi disse ad alta voce:

– È un prete…  un prete.

La notizia si sparse in un baleno. Frattanto era arrivata l’autoambulanza. Gli infermieri avevano adagiato don Gino sul lettino e si erano diretti all’ospedale. L’operaio che aveva fatto la respirazione artificiale diceva che non era morto, perché il cuore batteva ancora. Indubbiamente il forte colpo ricevuto sulla testa gli aveva fatto perdere i sensi. Poche, le tracce di sangue, ma c’era da temere una probabile commozione cerebrale. Il lavoro continuò. A mezzogiorno la sirena diede il segnale di riposo. Gli operai si riunirono tutti accanto a Carmine, che dovette spiegare a voce alta quello che sapeva. Stentavano a credere come mai un prete avesse avuto il coraggio di andare a lavorare in mezzo a loro, facendo il manovale. Qualcuno credette trattarsi di uno spretato. Carmine reagì, affermando che era un prete come gli altri. Continuarono a discutere per un po’. Poi un operaio lanciò l’idea che una commissione di loro si recasse all’ospedale per essergli vicino e per avere notizie sicure. La proposta fu approvata da tutti. Una decina di operai, con Carmine, andò all’ospedale.

Don Gino intanto era stato sottoposto ad una accurata visita in sala operatoria. Da quando era accaduta la disgrazia non aveva ancora ripreso conoscenza. Aveva perso la sensibilità e i riflessi. Il volto era pallido, le pupille dilatate e fisse. Si trattava di una commozione cerebrale, con prognosi riservata. Due medici gli erano continuamente vicini. Seguivano istante per istante il processo del trauma. Dopo alcune ore  il pallore si accentuò, le pupille si dilatarono, il polso divenne irregolare, il respiro rapido e superficiale.

Passarono alcuni minuti di trepidazione. Un cappellano gli dette l’assoluzione e lo unse in fronte con l’olio degli infermi, pronunciando la formula latina: «Per istam sanctam unctionem indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti. Amen».

Don Gino non si svegliò più. Il cappellano gli abbassò completamente le palpebre. Gli incrociò le mani sul petto, l’una sull’altra. Erano sporche di calce.Carmine e i suoi compagni erano in sala d’aspetto da alcune ore. Finalmente una suora venne ad avvisarli che quel giovane operaio era morto. Non c’era stato nulla da fare. Carmine scoppiò a piangere. Anche gli altri erano commossi. Chiesero di poterlo vedere e subito furono introdotti nella stanza.Don Gino giaceva sul lettino. Sul suo volto erano apparse due macchie rosee. Pareva ancora vivo. Si avvicinarono lentamente col nodo alla gola e con le lacrime agli occhi. Rimasero lì a guardarlo.

Dopo un po’ Carmine si accostò al lettino. Posò la sua mano su quella di don Gino. Ricordò che gli aveva parlato di Cristo come di un operaio, di uno che aveva avuto le mani sporche come quelle di un muratore. Gli aveva detto che Cristo non era morto, ma viveva ancora tra gli uomini, identificandosi con i più umili, i più bisognosi. Una volta, prendendogli le mani, don Gino aveva detto che quelle erano le mani di Cristo, perché lui, Carmine, rappresentava Cristo stesso. Gliele aveva baciate. Ora Carmine, tenendo la mano su quelle di don Gino, ripensava a quel gesto. Tolse la mano. Pensò che lui non poteva rappresentare Cristo, che la sua mano non poteva essere quella di Cristo, perché si sentiva profondamente peccatore. Don Gino invece era un vero rappresentante di Cristo. Le sue erano le vere mani di Cristo. Non doveva toccarle, perché erano sacre, senza macchia. Si scostò leggermente. Poi le baciò, come da ragazzo aveva baciato le reliquie dei santi in chiesa.   Anche gli altri seguirono l”esempio. Baciarono quelle mani sporche, come le loro, come le stesse mani di Cristo.

«… se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Vangelo di Giovanni

Da “Cristo ha le mani sporche”,  di Mario Setta, seconda parte.

Postfazione dopo mezzo secolo

L’autore di questo libro, pubblicato nel 1967, in cui ha esposto episodi  e pensieri autobiografici, avrebbe preferito concludere la vita come il protagonista. Non gli è stato concesso. Il lungo periodo di tempo, da allora ad oggi, ha messo alla prova certezze e speranze, ideali e fallimenti, che hanno profondamente segnato il suo percorso esistenziale. Oggi confessa di condividere il giudizio che sulla Chiesa aveva espresso Georges Bernanos nel libro sulla guerra civile spagnola, I grandi cimiteri sotto la luna: « Lo scandalo che mi viene da lei m’ha ferito l’anima al vivo, alla radice stessa della speranza…  Non esiste altro scandalo se non quello che essa dà al mondo…».

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