Cultura

24 marzo 1944- La traversata di Carlo Azeglio Ciampi da Sulmona a Casoli ( 3^ parte)

 

 

 

 Sulmona, 25 marzo-   (…..)  –  Verso gli ottocento metri comincia la neve; poco dopo Alberto ci invita ad essere particolarmente silenziosi perché siamo vicini a Campo di Giove: infatti verso mezzanotte Carlo Autiero mi addita una macchia scura alla nostra destra e si sente un abbaiar di cani. Continuando la salita diventa sempre più aspra, però la neve è buona; regge assai bene e si sprofonda poco: però qualcuno comincia a scoppiare, cerco di aiutare, insieme ad un altro, un prigioniero che non ce la fa più. Avvertiamo Alberto, ma questo dice che non può rallentare la marcia inquantoché si deve giungere al Guado di Coccia prima dell’alba, pena la sicurezza della spedizione: così quello deve essere abbandonato.

Si progredisce molto lentamente, in alcuni punti dovendo camminare quasi a quattro gambe perché i soli piedi non fanno presa (specie io, che non ho chiodi) sulla neve gelata nei punti più erti; in altri sprofondiamo fino al ventre: mi aiuta molto il bastone con la racchetta.

Alle quattro, ormai del 25 marzo, siamo sul Guado, purtroppo il tempo è improvvisamente mutato, il cielo è nuvoloso e si alza un forte vento: ci fermiamo un buon quarto d’ora per attendere i più lenti; mangio un po’ di zucchero e biscotti con neve. Proseguiamo, ma poco dopo siamo costretti a fermarci, è cominciata una vera e propria tormenta e le guide non osano andare avanti così al buio: attendiamo per più di mezz’ora l’alba sotto un vento gelido e con nevischio, battendo i piedi per non farli congelare; io li sento zuppi: nella salita ho perso il basco e lo sostituisco con una maglia che mi fa da passamontagna.

Con la luce si ha una schiarita e ci rimettiamo in moto; ormai è però da scartarsi l’idea di salire fin sotto monte Amaro per poi scendere a Fara (S. Martino); bisognerà proseguire sul dorso meridionale della Maiella finché il tempo ce lo permetterà e poi buttarsi a valle: speriamo di non fare la fine della spedizione di Domenico (poche settimane prima scesero a valle entro le linee tedesche e furono catturati).

Al primo vallone Alberto comincia inspiegabilmente a scendere: dopo un po’ si ferma imbarazzato; lo raggiungo con Carlo Autiero: ha perso completamente la bussola e io con una vera bussola alla mano gli mostro che seguitando a scendere andiamo senz’altro a finire in mano ai tedeschi. Dobbiamo quindi risalire e dirigerci verso oriente: ora è Mario che ci guida. La tormenta diventa sempre più forte ed ormai non ci abbandonerà fino a destinazione. Oscar Autiero comincia a dire che non ce la fa più: sono le sette circa. La sua crisi si accentua: il fratello ed io siamo costretti a tirarlo a turno, mentre ci distacchiamo dal gruppo. Sono preoccupato che il distacco non si accentui troppo, perché la traccia che il gruppo lascia, poco marcata per il fondo gelato, può venire presto ricoperta dalla neve che fiocca. Fortunatamente il gruppo fa dei numerosi alt: molti sono infatti quelli che non ce la fanno più ed alcuni di essi debbono rimanere abbandonati: poveretti! Rimanere nella neve in quelle condizioni vuol dire la vita!

Ad un tratto Oscar si butta a terra dicendo di non farcela più, che si sente rompere il cuore e conclude: “Lasciatemi, andate pure avanti, io ho tanto sonno, dormo un po’ e poi vi raggiungo!”. Ha la faccia paonazza. Io e Carlo ci guardiamo scoraggiati, lo riprendiamo ad alta voce, lo scuotiamo: io gli verso dello zucchero in bocca e gli faccio mangiare un po’ di marmellata. Riusciamo a farlo alzare e continuiamo a trascinarlo fermandoci si può dire ogni cento metri e dicendogli che ormai si tratta solo di mezz’ora. Così fin oltre le dieci, storditi ed accecati dal vento e dalla neve, riunendoci ogni tanto al gruppo e poi nuovamente perdendo contatto. Fortunatamente pian piano Oscar supera la crisi, lui dice in virtù dello zucchero e della marmellata e cammina quasi senza aiuto.

Al quinto vallone iniziamo la discesa: le guide stesse non sanno neppure loro dove precisamente si vada a finire! Io dalla direzione tenuta e dalla strada fatta penso che al peggio dovremmo essere nel vallone di Taranta e quindi uscire nella terra di nessuno. Arrivati quasi a valle, attraverso una neve che in parte fresca e in parte non gelata regge poco, la tormenta cessa e vediamo sotto noi un paesetto quasi completamente distrutto. A vederci siamo assai mal ridotti: i piedi li sento gelati, specialmente il destro, dato che si è scucito il tallone della scarpa; le mani pure, perché i guanti di lana bagnati dalla neve sono diventati rigidi, ugualmente buona parte della maglia che ho in testa: alle sopracciglia ed ai capelli sulla fronte si è attaccata la neve che poi si è ghiacciata: non posso toglierla, altrimenti strapperei tutto. Che il paese sia Taranta viene riconosciuto solo mentre lo raggiungiamo: non si vede anima viva. Ci fermiamo alcuni minuti sulla strada rotabile, poi entriamo nel paese e ci viene incontro tra la nostra gioia un tenente indiano. Ce l’abbiamo fatta! L’indiano dice che il paese è completamente distrutto ed evacuato dai tedeschi che si trovano a neanche un chilometro (ce l’abbiamo fatta proprio di misura!); è zona neutra. Mentre arriva una pattuglia italiana di volontari che ci ha visti scendere dalla montagna proseguiamo a piedi per Lama dei Peligni, dove arriviamo stanchi, ma felici, alle quindici circa. Purtroppo sette prigionieri e tre italiani sono rimasti per strada. Attendiamo presso il locale comando inglese ed alle diciotto due furgoncini ci portano a Fara San Martino, dove dovremo trascorrere la notte. Delusione! Non  letti caldi e morbidi come ci eravamo sognati durante il cammino, ma siamo costretti a passare la notte in due stanze in venticinque circa, piantonati da due inglesi: mangiare un quarto di scatoletta con  biscotti; per fortuna ho qualcosa con me.

 

26 marzo, domenica

Dopo una notte insonne seguita ad una fatica eccezionale, alle dodici siamo portati a Casoli, dove al castello esiste un accantonamento per i refugee from enemy territory costituito da una specie di largo corridoio coperto ai due lati da uno strato di paglia. Là donne e uomini, giovani e vecchi: quando arriviamo noi hanno da poco portato via un morto. Lì possiamo finalmente dormire, se pure al meglio.

In Abruzzo, in quegli anni, si verificava un fenomeno particolare, che meritava la massima attenzione: la “Brigata Maiella”, nata a Casoli nel dicembre 1943.  Un corpo paramilitare, definito dallo storico Marco Patricelli, Partigiani senza partito e soldati senza stellette, a fianco dell’esercito alleato, che non si sciolse con la liberazione dell’Abruzzo, ma riprese  la marcia  per contribuire alla liberazione dell’Italia del Centro-Nord. A Taranta Peligna, sul sentiero  Sulmona-Casoli, c’è ora il Sacrario della Brigata. Non solo un mausoleo, ma anche e soprattutto un luogo per il silenzio e la meditazione. Non per nulla, prima di raggiungere Sulmona in elicottero, il presidente Ciampi si era recato al Sacrario di Taranta Peligna per commemorare i 55 caduti abruzzesi della Brigata Maiella.

Dopo la prima, le successive edizioni hanno seguito il percorso standard: Sulmona-Campo di Giove-Taranta Peligna-Casoli. Un percorso, entrato ormai nella tradizione. Il giornalista Diego Marani l’ha descritta, anche sotto l’aspetto escursionistico, nel libro Sentieri partigiani in Italia. A piedi su alcuni dei più bei percorsi della Resistenza (Terre di mezzo editore, 2006).

Dalla seconda edizione, comincia a partecipare alla Marcia Giovanni Bachelet con la moglie Silvia Fasciolo e i quattro figli. Silvia, docente di storia e filosofia al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Roma, porta con sé un bel gruppo di studenti. Alla partenza, Giovanni interviene ricordando il padre, ucciso nel 1980 dalle Brigate rosse:

«C’è una frase che mio padre mi diceva spesso: “La libertà non è conquista definitiva; ogni generazione deve pagare un prezzo per conquistarla o conservarla”. Così è capitato a mio padre, che ha pagato con la vita il suo servizio allo Stato democratico. Ma dalla guerra ad oggi è capitato a molti altri. […] Il ricordo di quanti hanno dato la vita per la Patria, a cominciare dalla “resistenza umanitaria” di queste vallate d’Abruzzo, dopo l’8 settembre 1943, all’origine del nostro “sentiero della libertà”, mi suggerisce una riflessione. Non sempre è stato ovvio quale fosse la Patria, quale fosse il dovere da svolgere, perché e per chi valesse la pena di dare la vita. […] Anche quando morì mio padre, i terroristi che lo uccisero dicevano di essere i veri eredi dei partigiani…[…] Noi, oggi, abbiamo maggiori responsabilità: la memoria di ieri è essenziale per capire chi siamo oggi e da che parte stanno, oggi, la giustizia e la libertà; per capire che cosa, oggi, possiamo e dobbiamo fare per promuoverle e difenderle».

Nel 2003, siamo invitati al Quirinale, in udienza privata, il 24 aprile, la vigilia della festa della liberazione. Andiamo io, Ezio, Tonino Cicerone e Adelaide Strizzi. All’incontro sono presenti anche Arrigo Levi, Giuseppe Laterza, Paolo Peluffo. L’editore Laterza presenta al presidente una copia del libroIl sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona. Ciampi si compiace del libro e del lavoro di ricerca svolto dal nostro gruppo. Restiamo a parlare di quel periodo della sua vita in Abruzzo. Ricorda fatti e persone. A Tonino Cicerone, figlio di Roberto, uno dei protagonisti della “resistenza umanitaria”, dice di ricordare bene suo padre, avendolo conosciuto a Sulmona, in piazza Garibaldi. Ed era stato proprio l’aver citato i nomi degli antifascisti di Sulmona (Scocco e Cicerone)  davanti al comando alleato che gli aveva garantito via libera per il sud Italia, come viene riportato sul diario in data  30 marzo 1944. Restammo al Quirinale una mezz’ora. Non eravamo arrivati con le mani vuote, perché Adelaide aveva portato in dono una bellissima confezione di confetti, di cui la città di Sulmona vanta fama. Dopo alcuni giorni da quella visita, il 9 maggio 2003 arrivò a casa mia e a quella di Ezio un plico dal Quirinale che conteneva il Diploma e le insegne dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Fu una bella sorpresa. Cavalieri. Un titolo onorifico che ci fece sorridere.

Il 12 giugno 2003, viene presentato il volume a Roma, nella sala dei Presidenti di palazzo Giustiniani. Interviene Marcello Pera, presidente del Senato, che esprime apprezzamento per l’iniziativa editoriale e si sofferma sull’importanza della microstoria, definendola “crocicchio e paradigma della grande storia”. Ma, pur sottolineando con forza la libertà dell’interpretazione storiografica, lancia un appello perché i giovani contribuiscano a “ricostruire una storia d’Italia condivisa e comune”, superando le divisioni del passato, per una educazione civile e politica. La sfida, lanciata con molto fair play, non poteva restare senza risposta. E così fu. I due relatori,  Gabriele De Rosa e Claudio Pavone, famosi storici per professionalità e competenza, non si sottraggono  alla discussione ed esprimono apertamente le loro opinioni,  affermando che le interpretazioni storiche sono e non possono non essere diverse. La storia non è una scienza esatta. E proprio per questo la memoria non è unica, né si può facilmente unificare. Non è vero che i morti siano tutti uguali. O meglio, le loro ragioni. Perché chi è morto dalla parte dei nazi-fascisti non è uguale a chi è morto per la patria, lottando  con gli alleati per liberare l’Italia. Per arrivare ad una storia, ad una memoria condivisa, sarebbe necessario un incrocio di conversioni. Solo attraverso una forma di dialogo, in cui ogni persona ed ogni istituzione riconoscessero limiti ed errori, si potrebbe  arrivare alla memoria comune, alla storia condivisa.

L’8 settembre 2003 diamo vita all’Associazione Culturale Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail con sede presso il Liceo Scientifico Fermi di Sulmona. Vengo eletto presidente dell’Associazione e Adelaide Strizzi, vice presidente. Ezio Pelino, presidente onorario. Scopo dell’Associazione è quello di programmare e contribuire alla realizzazione della Marcia. Ma, anche alla cura delle pubblicazioni sulla memoria degli ex-prigionieri, per la collana  E si divisero il pane che non c’era

Ciò che incuriosisce, e forse sbalordisce, è la vasta produzione di testimonianze e di memorie  che raccontano l’epopea della solidarietà abruzzese: Uys Krige, John Esmond Fox, Donald Jones, Jack Goody, John Furman, William Simpson, John Verney, Sam Derry, J P. Gallagher, Dan Kurzman, John Broad, Hans Catz, Tony Davies, Ronald Mann, Guy Weymouth, Joseph Frelinghuysen, John Miller, Martin Schou, Stan Skinner, Gladys Smith. Pagine dense di episodi drammatici e toccanti, comici e romantici: ci furono ex-prigionieri  nascosti per mesi nelle grotte, nelle cantine, travestiti da donne, fatti passare per sordomuti  e quelli che, dopo la liberazione, contrassero il matrimonio con le figlie dei loro benefattori. Ancora oggi, figli o parenti di ex prigionieri di guerra tornano a Sulmona e nelle vicinanze per conoscere o ritrovare le persone e le famiglie che li avevano salvati.

Nel 2004, fu realizzato il progetto “Sulle strade della Brigata Majella, un lungo cammino per la libertà”, promosso dai Sindacati pensionati unitari, SPI-CGIL Abruzzo, in collaborazione con la nostra associazione. Fu presentato  il libro La guerra in casa 1943-1944, la Resistenza Umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano, traduzione dall’inglese del libro di William Simpson, A Vatican Lifeline ‘44. Lo storico inglese Roger Absalom, nostro amico e consulente, scomparso il 9 ottobre 2009, autore d’una ricerca accurata e completa sui Prigionieri di guerra alleati in Italia, tradotta solo di recente col titolo L’alleanza inattesa (Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, 2011) aveva scritto alcune pagine di presentazione al libro di Simpson, che esaltano le gesta di umanità compiute dalla gente abruzzese.

Le edizioni della marcia Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail  sono continuate regolarmente ogni anno. Nel 2009, a causa del terremoto che ha colpito L’Aquila e l’Abruzzo, abbiamo rinviato la manifestazione al mese di settembre. E ci fu una buona partecipazione, soprattutto da parte dei giovani delle nostre zone. Nel 2010, su proposta del sindaco di Casoli, facemmo la traversata a ritroso, con partenza da Casoli e arrivo a Sulmona, ripercorrendo il tragitto della Brigata Maiella.

Nel 2011, in occasione della Undicesima edizione, 28-29-30 aprile 2011, è uscito in traduzione italiana, a cura degli studenti del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Roma, il famoso libro di Sam Derry, The Rome Escape Line, col titolo Linea di fuga 1943-1944, Sulmona-Roma-Città del Vaticano (ed. Qualevita), che racconta la fuga degli ex prigionieri alleati verso Roma e la storia dell’Organizzazione,  creata all’interno del Vaticano per aiutare i fuggiaschi. Il libro si presenta come n. 5 della collana di memorialistica E si divisero il pane che non c’era. Una testimonianza di prima mano, scritta da un protagonista, che racconta le drammatiche vicende  abruzzesi e romane, dal settembre 1943 al 4 giugno 1944, giorno della liberazione di Roma. La prefazione al libro di Antonio Parisella, presidente del Museo storico di via Tasso a Roma e la premessa di Silvia Fasciolo-Bachelet, coordinatrice del progetto, mettono in evidenza l’interesse  pedagogico e l’importanza storica dell’opera, realizzata in collaborazione tra il Convitto Nazionale di Roma, l’Associazione “Il sentiero della libertà/Freedom Trail” di Sulmona e il Museo storico di via Tasso a Roma.

Con la nascita dell’associazione, le edizioni della Marcia vengono  programmate annualmente. Dopo la presidenza del prof. Mario Setta e del prof. Giovanni Bachelet, accetta l’elezione la dott.ssa Maria Rosaria La Morgia, giornalista RAI, nonché storica e coinvolta culturalmente  nell’iniziativa. La vice presidente, prof.ssa Adelaide Strizzi, con l’incarico dagli inizi, resta  costante nella cura delle varie edizioni. Nel frattempo l’associazione lascia la sede del Liceo Scientifico e diventa autonoma, riuscendo ad organizzare le varie edizioni della Marcia fino alla XX del 2019, non realizzata a causa del Coronavirus, in attesa di riprendere l’iniziativa negli anni successivi, alla luce dell’importanza storica e formativa e nel rispetto delle regole anti-covid.

BIBLIOGRAFIA

1• AA.VV. (Rosalba Borri, Maria Luisa Fabiilli, Mario Setta) E si divisero il pane che non c’era, nuova edizione a cura dell’Ass. Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, 2009

2• Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, Il sentiero della libertà. Un tratto di strada con Carlo Azeglio Ciampi, 2001; ora Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2003

3• John Esmond Fox, Spaghetti e filo spinato, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, II edizione, 2002

4 • Donald Jones, Fuga da Sulmona, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, 2002

5• William Simpson, La guerra in casa 1943-1944. La Resistenza Umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, presentazione di Roger Absalom, 2004

6 • Sam Derry, Linea di fuga 1943-1944, Sulmona-Roma-Città del Vaticano, a cura del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Roma e Ass. Cult. “Il sentiero della Libertà/Freedom Trail”, 2011

7• John Verney, Un pranzo di erbe, a cura dell’Ass. Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, Liceo Scientifico Statale “Fermi” di Sulmona, 2014

8• John F. Leeming, Sempre domani, trad. di Franca Del Monaco, a cura dell’Ass. Cult. “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, Sulmona, 2018

9• Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta (a cura di), Terra di Libertà, storie di uomini e donne in Abruzzo durante la seconda  guerra mondiale, ed.Tracce, Pescara, 2015.

         (Fine)

 

Mario Setta, storico

Sulmona, Associazione Culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”

 

( la prima parte dell’articolo è stato pubblicato martedì 24 marzo; la seconda mercoledì 25)

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