Cultura

24 marzo 1944- La traversata di Carlo Azeglio Ciampi da Sulmona a Casoli (2^ parte)

 

 

Sulmona,24   marzo– Per l’occasione, Ciampi aveva consegnato, in esclusiva, il suo diario della traversata da Sulmona a Casoli  al nostro Laboratorio di storia per essere pubblicato accanto alle testimonianze e al materiale già raccolto. Materiale che, in precedenza, avevamo fatto recapitare al consigliere Arrigo Levi per una sua valutazione, ma che lui stesso, sentendosi incompetente, aveva consegnato direttamente nelle mani del Presidente. Dopo pochi giorni Arrigo Levi aveva telefonato a scuola dicendo che il Presidente era rimasto colpito dalle interviste e dai racconti dei testimoni. Commosso, aveva ricordato di aver scritto il diario di quella traversata e di quei giorni, al suo arrivo a Bari. Fogli, da poco rintracciati e che ci sarebbero presto pervenuti per inserirli sul nuovo libro. L’emozione mia e di Ezio era alle stelle. Il giornalista Massimo Franco, allora nella redazione di  Panorama, arrivò in quei giorni a scuola. Lo accompagnai a Scanno e in altri luoghi della memoria storica.

Ne fece poi un servizio sulla rivista. Pubblicammo il libro, in prima battuta, come d’accordo col Quirinale, presso la casa editrice “Qualevita”, col titolo Il sentiero della libertà. Un tratto di strada con Carlo Azeglio Ciampi e fu distribuito il 17 maggio, all’arrivo del presidente Ciampi  per la prima edizione della Marcia Internazionale. Quel giorno, sotto un sole splendente e talvolta bruciante, a fianco d’un centinaio di ex prigionieri anglo-americani, qualche migliaio di persone si mise in cammino per raggiungere la prima tappa, Campo di Giove. La prima edizione si concluse a Castel di Sangro, passando da Pietransieri, la piccola frazione  che aveva vissuto una delle prime e terribili stragi tedesche nel novembre 1943, con l’uccisione di 128 persone, in gran parte donne e bambini.

Il nostro progetto era  un po’ diverso da quello delle Associazioni inglesi. In loro si evidenziava la spinta nostalgica, comprensibilissima,  di ricordare e tornare sui luoghi delle battaglie della seconda guerra mondiale.

Noi avevamo l’obiettivo di consegnare ai giovani quell’ideale di libertà, ottenuta con i sacrifici e il sangue dei caduti anglo-americani e degli italiani che si schierarono nelle loro file, da nord a sud e da sud a nord. Il Freedom Trail come  metafora della lotta per la libertà. Di ieri, di oggi, di sempre.

D’altronde, le stesse testimonianze dei prigionieri inglesi raccontano il percorso da Sulmona a Casoli, come nel libro di John Esmond Fox, dal titoloSpaghetti e filo spinato in cui descrive  bene l’emozione dei preparativi per la partenza, il punto di ritrovo, i partecipanti, la lunga marcia, gli ostacoli e, alla fine, il sapore della libertà. Riportiamo, in parte, una pagina storica ed emozionante della traversata da Sulmona a Casoli, il 13 gennaio 1944,  di Fox:

«Dopo molti rinvii e alzatacce, tutto fu pronto per la nostra partenza per il fronte […] Era stato programmato che i vari gruppi e plotoni sparsi intorno a Sulmona avrebbero dovuto incontrarsi pendici del monte Morrone alle 19,30 […] Domenico e la nostra guida erano arrivati e, avvicinandosi le ore 17,00, l’intera popolazione femminile, che ci aveva così energicamente ed entusiasticamente aiutati, ora ci implorava di rimanere. […] Bastava solo dare un’occhiata alle facce bagnate di lacrime per vedere che la loro preoccupazione proveniva dal profondo del cuore. […] Raggiungemmo il nostro punto d’ incontro e restammo stupefatti del numero di persone convenute. E molte dovevano ancora arrivare. Non riuscivamo a farci capaci come potessimo essere tanti. Quando il gruppo fu completo, eravamo più di cento. […] Il viaggio fu difficile e pericoloso: un vento che mordeva, i nostri deboli muscoli che dolevano, il respiro faticoso. […] Molti erano caduti vittime del freddo e della stanchezza e solo la prospettiva di incontrare le nostre truppe e la libertà, ora così vicine, convinse i rimanenti ad andare avanti. […] Fummo raggiunti da Domenico che era venuto per guidarci. Indicando di proseguire avanti, raggiante come uno scolaretto, disse:  “Solo due chilometri! Gli inglesi sono al ponte laggiù!”  Mentre inciampavamo e zoppicavamo, procedendo avanti, una voce poderosa gridò dal ponte: “Alt, chi va là?” in perfetto stile militare. Al che  Barrel, sollevandosi in quel momento e radunando la sua ultima oncia di forza, mosse elegantemente verso di loro sventolando un fazzoletto bianco».

Guado di coccia. La via della montagna fu certamente la più comune e la più battuta dagli ex-prigionieri, dai renitenti e da quanti cercavano di oltrepassare il fronte per recarsi al Sud, per combattere a fianco degli alleati. Dal racconto di Fox si rileva che l’ organizzazione delle traversate era uno degli obiettivi primari del movimento a Sulmona. Le guide che si assunsero il compito, difficile e rischioso, di accompagnare i prigionieri inglesi oltre le linee del fronte furono parecchie.  Tra loro, i nominativi più importanti sono: Alberto Pietrorazio (soprannominato La oss), Gino Ranalli, (Mezzabotte Amedeo Liberatore (Lu sellaro), Domenico Silvestri (Minguccio), Mario Grande, Mario Di Cesare, Rinaldo Giampietro, Ugo De Grandis, Vincenzo Del Signore,  ecc.

Alberto Pietrorazio, una delle figure più considerevoli nell’organizzazione delle fughe attraverso la montagna, è deceduto ad Hamilton, in Canada, il 28.11.1986. Era partito come emigrante, dopo la guerra, non avendo avuto la possibilità di trovare un impiego in Italia. La sorella, Rosina Pietrorazio, ha dichiarato:

“Mio fratello ha fatto molto per gli inglesi. Era legato a Mario Scocco ed ha attraversato le linee 14 volte, attraverso il Guado di Coccia, a Campo di Giove. I prigionieri inglesi venivano convogliati sotto Pacentro, al ‘ponte Ancinale’ e da lì partivano verso Campo di Giove. Ogni volta ne accompagnava qualche decina. Sembrava invisibile e cercava sempre di nascondersi, perché ricercato dai tedeschi. Su di lui c’era perfino una taglia. Una volta fu preso, ma riuscì a fuggire. La moglie, Assunta Ponticelli, teneva in casa tre prigionieri inglesi. Ma fu denunciata e dovette scontare tre mesi di carcere”.

Lea Cicerone, figlia di Roberto detto “Pazzone” ricorda:

“La vigilia della partenza per l’attraversamento delle linee  tutte le case del Borgo Pacentrano e dei dintorni erano piene di prigionieri inglesi. Partivano di sera, al buio. Una sera mio padre tornò a casa scalzo, perché aveva dato le sue scarpe ad un prigioniero. Ma al ritorno, la guida italiana, che aveva ricevuto un nuovo paio di scarpe dal comando inglese,  non gliele riconsegnò, tenendosele per sé”.

La via del Guado di Coccia  assunse il ruolo di via maestra  nell’attraversamento delle linee tedesche per ricongiungersi con l’esercito alleato. Mario Pelino Grande, nato a Sulmona il 9.9.1925, era un giovane di appena diciotto anni, nel settembre del ’43. Nella zona delle Marane incontra un prigioniero inglese fuggito dal Campo 78. Ne aveva visti molti nascosti alle falde del Morrone, ripresi subito dopo dai soldati tedeschi. Ma Eduard era riuscito a farla franca, rifugiandosi  in una grotta, immobile come un morto. Allontanatisi i tedeschi, esce e si incammina  in compagnia di Mario, chiedendogli di ospitarlo.

“L’ho fatto per compassione, per amore” – afferma  Mario Grande, una delle guide per il Guado di Coccia.-  Lo ospitammo a casa e vi rimase circa tre mesi. Si chiamava Eduard Weyman. Ma venivano spesso anche i tedeschi in casa e mia madre, raccomandando a Eduard di non parlare, lo presentava come un “figlio muto”. Infatti la chiamava “mamma”. Eduard non poteva però restare più a lungo a casa e pensai di aiutarlo per la traversata verso le linee alleate. Conoscevo Alberto Pietrorazio, mi accordai con lui e accompagnai Eduard e altri prigionieri, partendo dal ponte di Uncinale, fino a Casoli.  In seguito altre sei o sette volte passai le linee. Ma alcuni fecero la spia affermando che ero io il capo e vennero i tedeschi a catturarmi. Non riuscirono ad acciuffarmi perché scappai attraverso i tetti e andai a nascondermi fuori Sulmona, al Casino Romano, dove rimasi fino alla ritirata dei tedeschi. Purtroppo, nel frattempo, erano stati arrestati mio padre, Aristide, e mia sorella, Rosina, giovanissima, che si era offerta al posto di mia madre, anziana e malata. Furono condotti a Civitaquana, dove rimasero per qualche tempo. Ma mia sorella ne restò sconvolta. Morì    l’anno dopo”.

Mario Grande ha narrato queste vicende, con sobrietà e commozione, quasi  volesse cancellare dalla sua mente un periodo così amaro. Eduard Weyman è rimasto sempre legato alla famiglia Grande ed è tornato con la moglie a rivedere i luoghi della sua prigionia.

L’ultima spedizione, nel marzo del 1944,  guidata da Domenico Silvestri, fu intercettata da una pattuglia tedesca e tutti  i componenti  arrestati, come raccontano alcuni testimoni (cfr. “E si divisero il pane che non c’era” pp.149-155)

 

Carlo Azeglio Ciampi. L’8 settembre 1943. al momento della dichiarazione dell’armistizio, Ciampi si trovava a Livorno, città  dove era nato il 9 dicembre 1920, in temporanea licenza dall’Albania. Da Livorno si era recato a Roma in casa dello zio Enrico Alfredo Masino, funzionario del Ministero dell’Agricoltura, coniugato con Luisa Sforza, per avere notizie sulla sua destinazione. Ma, nel caos derivato dall’armistizio e dopo gli scontri a Porta San Paolo, sollecitato dalla cugina Paola Masino, scrittrice e amica della famiglia Quaglione, che abitava nella stessa palazzina in viale Liegi 6, si unisce a Pasqualino Quaglione, per dirigersi alla volta di Scanno.

     Partendo da Roma, con una tradotta che andava a Pescara, Ciampi e Quaglione si erano accordati con il macchinista, in modo che il treno rallentasse alla stazione di Anversa-Villalago-Scanno ed avere quindi la possibilità di scendere dal treno in corsa, senza serie conseguenze. Cosa che avvenne felicemente. Ma, alla stazione di Anversa degli Abruzzi, inaspettatamente, Ciampi trova un amico di Livorno, che con la madre sta cercando di raggiungere Napoli, seguendo la linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Napoli. L’amico è l’ebreo Beniamino Sadun, col quale, rifugiandosi in soffitta di qualche casa amica o nei casolari di montagna, trascorrerà i lunghi mesi invernali del 1943-’44. A Scanno, Carlo Azeglio ritroverà il suo professore di filosofia alla Normale di Pisa, Guido Calogero. Insieme, maestro e discepolo, si aiuteranno e collaboreranno alla stesura dei documenti sul liberalsocialismo. Il 24 marzo 1944, Ciampi si mette in cammino per la traversata da Sulmona a Casoli, superando il Guado di Coccia, al lato sud della Majella, in modo da raggiungere gli alleati anglo-americani. Della traversata Ciampi scrisse alcune pagine di diario, di cui ne riportiamo la prima:

 

24 marzo, venerdì

Il tempo è bello: quindi si dovrebbe finalmente partire. All’una, mentre finiamo di mangiare, (ero ospite da due giorni in casa Cantelmi) delle formazioni aeree inglesi bombardano Sulmona; subito dopo usciamo: hanno mirato alla Stazione ed al ponte sulla strada di Popoli, senza colpirlo; fortunatamente nessuna vittima.

Venuto a sapere che la nostra partenza è anticipata, affretto gli ultimi preparativi  ed alle 16,30 raggiungo le casette. Alle 17,15 cominciamo a muoverci: 21 prigionieri e civili pochi dapprima, ma subito un’altra quindicina si aggiunge per i campi. Sono un po’ preoccupato che un gruppo così numeroso possa destare sospetti, dovendo raggiungere la periferia opposta di Sulmona e per questo attraversare due – tre strade e la ferrovia, ancora di giorno.

Infatti un tedesco, dopo che abbiamo attraversato la prima strada, ci viene dietro: io che sono fra gli ultimi mi fermo con altri quattro o cinque civili e mi nascondo dietro una pietraia, mentre il tedesco fermati gli altri cinque e visti i loro documenti, chiede loro del gruppo che si vede in quel momento sfilare sulla ferrovia; alle risposte reticenti dice: “Quelli essere prigionieri inglesi: io avvertire capitano, dare allarme e prendere tutti”. Quindi se ne va.

Mentre a causa di questo incidente i civili fermati dal tedesco decidono di desistere dal tentativo, io dopo alcuni minuti di incertezza penso che prima di tutto è il caso di raggiungere il gruppo ed avvertire Alberto, la guida. Così faccio, ma viene deciso ugualmente di proseguire.

Sull’imbrunire un altro incidente: mentre siamo costretti a fare un centinaio di metri sulla strada di Campo di Giove sbuca improvvisamente un motociclista tedesco: ci precipitiamo tutti d’un colpo  lungo la scarpata della strada e tutto va bene.

Arriviamo ormai a notte sotto a Pacentro e là ci riuniamo con l’altro gruppo, condotto da Mario e Gino. Verso le venti cominciamo la marcia in silenzio e in fila indiana; durante una breve sosta mi sento chiamare e riconosco Carlo ed Oscar Autiero, che hanno deciso di partire proprio poche ore prima. La marcia prosegue assai bene: cielo sereno, poco freddo; saremmo una sessantina, di cui venticinque prigionieri; fisicamente mi sento a posto.

                                                                                                                                                                                                                                                                      ( segue)

 

Mario Setta      ( storico)

 

(La prima parte è stata pubblicata ieri)

 

 

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