Cultura

19 maggio 1296 – La morte di Celestino V

Possibile che  una città come la nostra che si divide sempre, sopratutto in politica,  non riesce a trovare nemmeno sul terreno culturale quella spinta indispensabile  di coesione che aiuta a riflettere  e quindi a crescere ? Possibile che nemmeno Celestino V ed il suo messaggio interiore  sia riuscito a trasformare i sentimenti della nostra gente  in una straordinaria forza di aggregazione capace di alimentare nuove speranze per un divenire migliore? E la Diocesi attraverso le sue svariate articolazioni? Perché questo distacco e questa indifferenza? Mario Setta, studioso attento e raffinato ma sopratutto uomo di grande cultura, ce lo ricorda con questo suo scritto in modo semplice ma straordinariamente veritiero quando spiega “Pier da Morrone-Celestino V è un santo-papa che non è stato ancora digerito dal mondo ecclesiastico e dal mondo laico”. Sarà proprio così? Chissà. Di certo  ci aiuta ad aprire nuove riflessioni che forse fino ad oggi in molti non avevamo mai avviato (g.r)

 

(di Mario Setta*)

 

Sulmona, 16 maggio- È strano che, a Sulmona,  il giorno della morte di Celestino V non sia mai stato celebrato e ricordato degnamente. Da nessuna istituzione: non religiosa e non civile. Solo in una piccola chiesetta, in una zona chiamata San Pietro, a Bagnaturo, tra Pratola e Sulmona, viene celebrata la festa.

Celestino non è imprigionabile nelle stanze del potere. La linea di demarcazione, come aveva ben intuito Silone ne L’avventura d’un povero cristiano”, è ancora oggi quella di sette secoli fa: o con Celestino o con Bonifacio. È la  dialettica  tra lo Spirito e la Lettera, tra la Profezia e l’Istituzione. Metaforicamente, tra la tiara, il copricapo  che con Bonifacio VIII diventerà “triregno” simbolo del potere temporale e la chierica (tonsura), simbolo della consacrazione a Dio. Fortunatamente, la tiara è stata eliminata e venduta da Paolo VI per ricavarne fondi per aiutare i popoli in via di sviluppo.

Purtroppo, ancora oggi, la statua di Celestino è coperta dalla tiara. E  la salma, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila,  resta imprigionata in un’urna d’oro. Celestino non immaginava minimamente che le sue spoglie mortali sarebbero state rivestite dei paramenti pontificali per essere esposte alla venerazione dei fedeli. Più verosimilmente avrebbe preferito indossare, da morto, il saio della povertà  e rimanere nella grotta del Morrone, col suo stile di vita  umile e modesto.

Pier da Morrone-Celestino V è un santo-papa che non è stato ancora digerito dal mondo ecclesiastico e dal mondo laico. Un caso eccezionale. E come ogni eccezione riemerge periodicamente. Più lo si tenta di addomesticare, di farne un santo normale, più sfugge alle forme di istituzionalizzazione. Forse nessun altro santo è così riluttante nel far mostra di sé.

Per questo, solo un papa alla ricerca dell’Assoluto, lacerato interiormente, poteva coglierne il profondo messaggio. Fu Paolo VI, unico papa nella storia, che il 1 settembre 1966, si recò al castello di Fumone come segno d’una lezione da apprendere e d’un  cammino da riscoprire: la via di Celestino. Su questa via, il Papa intendeva incamminarsi nell’ultimo periodo della sua vita. Un desiderio, timidamente espresso (se ne parlò allora, anche sulla stampa), ma non realizzato: ritirarsi in preghiera sulla montagna del Morrone, a Sulmona, per prepararsi al passaggio nell’aldilà. La morte di Celestino è strettamente legata alla sua elezione e alla sua rinuncia al pontificato.

I centosette giorni, dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, rappresentano il tempo di riflessione, di sofferenza, di espiazione per aver accettato la nomina a pontefice. Un tempo trascorso nel ricordare i luoghi del suo eremitaggio. Desiderio che cercherà di realizzare in tutti i modi, chiedendo direttamente al nuovo papa di tornare all’eremo di S. Onofrio. Richiesta che Bonifacio nega, dicendogli: “Non voglio che tu torni all’eremo, ma voglio che mi segua in Campania”, come riferisce Tommaso da Sulmona. Ma, al seguito di Bonifacio, giunti al convento di Piedimonte San Germano, la piccola Montecassino, confida la sua idea di fuggire ad un sacerdote amico, che gli mette a disposizione una bestia da soma e può così raggiungere il Morrone.

La gente di Sulmona, appresa la notizia, sale a salutarlo. Rimane sul Morrone alcuni mesi, nella primavera del 1295. Sarà il periodo delle sue fughe quotidiane per evitare le guardie papali che lo vanno cercando. Al disgelo, quando il Morrone e le falde della Maiella si liberano dell’alta coltre di neve, intraprende con un compagno il cammino verso il Gargano e la Foresta Umbra. Ma, braccato anche in quei luoghi, progetta di oltrepassare il mare per recarsi in Grecia, tanto che alcuni marinai di Rodi Garganico si rendono disponibili ad aiutarlo e predispongono la barca. Riescono a partire, ma vengono rigettati dal vento e dalla tempesta sulla costa, vicino a Vieste.

Bonifacio VIII non si dà pace e cerca di rintracciarlo, rivolgendosi alle autorità per farlo arrestare e condurlo da lui. È così che una delegazione con il patriarca di Gerusalemme e un priore dei Templari riesce a scovarlo e ad accompagnarlo in Campania, dove Bonifacio aveva inviato il vescovo Teodorico Ranieri che, di notte, senza che nessuno se ne accorgesse, conduce Celestino ad Anagni, al palazzo dei Caetani. Al mattino, l’incontro tra Bonifacio e Celestino. Bonifacio gli rimprovera la fuga da San Germano e di aver disobbedito. Celestino chiede perdono e implora nuovamente di poter tornare sul Morrone. Bonifacio lo trattiene ad Anagni per due mesi. Parecchi cardinali erano del parere di lasciarlo in pace, ma Bonifacio aveva trovato la soluzione: rinchiuderlo in una cella, piccolissima e ancora visitabile, nel castello di Fumone, in provincia di Frosinone. Vi rimane dall’estate 1295 al 19 maggio 1296, il giorno della sua morte.( h.8,00)

  *storico

 

 

 

 

 

 

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