Politica

18 febbraio 1984: Io, Craxi e il Nuovo Concordato tra Chiesa e Stato

Sulmona, 18 febbraio– Trentasei anni fa, il 18 febbraio 1984, ero finalmente libero dalle catene  costituzionali. Veniva firmato il secondo Concordato, che riprendeva e correggeva quello dell’11 febbraio 1929 tra Chiesa e Stato, inserito e approvato integralmente  come art. 7 nella nuova Costituzione Repubblicana.  Firmavano, a Villa Madama, per lo Stato italiano Bettino Craxi e per la Chiesa il cardinale Agostino Casaroli.

In un discorso del 20 marzo 1985, per la ratifica degli accordi, Craxi auspicava “il superamento della dimensione concordataria”, precisando che la riforma attuata dal suo governo doveva considerarsi come “revisione-processo”. Una situazione transitoria in attesa dell’abolizione del regime concordatario. Una politica craxiana che ancora oggi resta lettera morta, anche se col recente film “Hammamet” sembra risvegliarsi l’ombra del passato. Craxi proponeva una linea politica che si ispirava alla concezione liberale di Cavour, ma anche alla linea ecclesiale scaturita dal Concilio Vaticano II.

L’Accordo del 1984 superava le norme più odiose e anacronistiche, anche se prestava il fianco a vari aspetti di incompatibilità costituzionale. Un lungo elenco di fatti, con i quali lo Stato italiano privilegia la chiesa cattolica sarebbero incompatibili con la  Carta Costituzionale. Questi, ad esempio, i più clamorosi:

-il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso. Un aspetto giuridico del matrimonio-sacramento, di cui la chiesa stessa dovrebbe richiedere l’abolizione, proprio per far emergere la netta distinzione tra matrimonio-sacramento, con i suoi attributi di indissolubilità  e il matrimonio  civile;

-gli effetti civili delle pronunzie dei tribunali ecclesiastici (Sacra Romana Rota) mediante la procedura dell’annullamento. Un autentico “vulnus” non solo al diritto ma alla concezione stessa di “sacramento”;

-l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, con la nomina dei docenti da parte degli Ordinari Diocesani;

-l’8 per mille, il meccanismo col quale si è sostituita la vecchia “congrua”, che lo Stato concedeva direttamente ai “dipendenti” della chiesa (vescovi, parroci, canonici, ecc.); alla condizione che se le entrate dell’8 per mille fossero state inferiori all’importo totale delle congrue, lo Stato sarebbe intervenuto per integrare la somma; se però le entrate fossero state superiori, il surplus sarebbe appartenuto alla Chiesa. Al momento del bilancio e del pareggio, la somma dell’8 per mille fu superiore e spesso doppia, tripla e perfino quadrupla. Cosa che ha riempito e continua a riempire di denaro le casse della Chiesa italiana.

Oggi il rapporto Chiesa-Stato resta il cardine dell’ “establishment”. I Patti Lateranensi del 1929 (11 febbraio) colmavano la frattura tra Chiesa e Stato, creatasi dopo la breccia di Porta Pia. Ma ne aprivano un’altra: la frattura tra libertà religiosa e libertà civile. Lo Stato italiano, per alcuni aspetti, conservava la funzione di “braccio secolare”.  Basta ricordare l’art. 5 comma 3 del Concordato, che affermava: “In ogni caso i sacerdoti apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico”. Sulla base di questo articolo, Ernesto Buonaiuti fu allontanato dall’insegnamento all’Università di Roma. L’ingiustizia non fu eliminata dalla Costituzione repubblicana, perché il Concordato fascista venne totalmente accolto con l’approvazione dell’art. 7.

A chi scrive, prete sospeso “a divinis” per motivi ideologico-politici, con due lauree statali, vincitore di concorso pubblico statale, nel 1980 venne negata l’immissione in ruolo. Pur appellandosi al diritto costituzionale italiano di essere in possesso della cittadinanza italiana e non quella vaticana, la rivendicazione non ottenne risultati positivi. Solo con la revisione craxiana del 1984, abolito il famigerato articolo 5,  con successiva vincita di concorso mi è stata concessa l’autorizzazione ad entrare di ruolo nella scuola superiore. Analizzare il rapporto Chiesa/Stato in Italia può essere interessante per capire come spesso la storia proceda a ritroso o per vie traverse. Cavour, appena dopo l’unità d’Italia e poco prima della sua morte prematura, aveva pronunciato, nel nuovo Parlamento, un discorso straordinario, che ancora oggi meriterebbe di essere riletto e approfondito. Nel proclamare apertamente che solo Roma poteva aspirare ad essere la capitale del nuovo Stato, non nascondeva la sua personale amarezza: “Sarà per me un gran dolore il dover dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare assolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del governo”. Ma Roma era la città del Papa, il centro del Cattolicesimo. E, pur non essendo un cattolico praticante, Cavour riconosceva la grande missione della Chiesa: “Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa”.

Dalle sue parole emerge il grande diplomatico, non un politico di stampo machiavellico. Era un uomo capace di credere nell’uomo, tanto che Benedetto Croce riporta testualmente una sua frase in francese, la lingua che parlava abitualmente: “Nous autres qui n’avons pas de foi religieuse, il faut que notre tendresse s’épuise au profit de l’humanité” (Noi che non abbiamo una fede religiosa, dobbiamo spenderci a vantaggio dell’umanità).

Cavour, forse surrettiziamente, lanciava suggerimenti al Papa. Un  papa, Pio IX, che non aveva certamente bisogno di consigli politici. La sua elezione al pontificato era stata accolta con immenso entusiasmo, tanto che Antonio Rosmini si sentì incoraggiato a pubblicare l’opera “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, in cui auspicava la fine del potere temporale e un ritorno alla Chiesa primitiva. Nella conclusione, Rosmini scriveva: “Quest’opera, incominciata nell’anno 1832, dormiva nello studiolo dell’autore affatto dimentica, non parendo i tempi propizii a pubblicar quello ch’egli aveva scritto più per alleviamento dell’animo suo afflitto dal grave stato in cui vedeva la Chiesa di Dio, che non per altra ragione. Ma ora (1846) che il Capo invisibile della Chiesa collocò sulla Sedia di Pietro un Pontefice che par destinato a rinnovar l’età nostra …”

L’ottimismo di Rosmini durò poco. Il suo libro fu proibito e messo all’Indice. E fu Cavour che espose in Parlamento le idee rosminiane, affermando: “Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale”.

Il sistema concordatario è stato e continua ad essere una catena che vincola la libertà della Chiesa. Limita la presentazione del messaggio di cui è depositaria. Andare oltre il concordato non è una pretesa laicista, ma una esigenza evangelica.

In un periodo particolare, quando la Chiesa Cattolica sotto la guida di papa Francesco, vive un tempo estremamente utile al rinnovamento, (il cosiddetto kairòs biblico), la revisione e l’abbandono del concordato potrebbe e dovrebbe essere una proposta derivante dalla Chiesa stessa. Una nuova via verso l’evangelizzazione universale.

 

Mario Setta

( foto da: tgcom24.mediaset.it)

 

One Comment

  1. Francesco Luccitti

    “Io, Craxi e il nuovo Concordato fra Chiesa e Stato”: quando si dice la modestia….

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