Cultura

13 gennaio 1944, la fuga da Sulmona a Casoli

 

( Mario Setta)

 

Sulmona, 13 gennaioJohn Esmond Fox ricostruisce con la tecnica del flash-back la sua avventura di prigioniero di guerra prima e di fuggitivo e quando con la moglie torna a Sulmona, in visita al Campo 78 di Fonte D’Amore, nel giugno del 1966.

Fox apparteneva al IV reggimento Royal Horse Artillery e viene catturato in Africa dai tedeschi. Trasportato a Napoli con una nave-ospedale, rimane per qualche mese ricoverato nell’ospedale della città. Successivamente viene trasferito a Sulmona e rinchiuso nel campo di concentramento. I suoi vari tentativi di fuga falliscono miseramente. Assiste al bombardamento di Sulmona e viene a sapere dell’invasione alleata in Sicilia. Dopo l’annuncio dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, i prigionieri rimangono nel campo, in attesa di armi per ricongiungersi all’esercito alleato. Poiché le armi non arrivano ma arrivano i tedeschi per assumere il controllo del campo, il 12 settembre tutti i prigionieri del campo decidono di fuggire.

Fox con altri due amici, George e Tony, fuggono sul Morrone, ma verranno poco dopo ripresi e rinchiusi di nuovo nel campo. Durante questo secondo periodo di prigionia, Fox e i suoi compagni assistono al cannoneggiamento e alla distruzione dell’Eremo del Morrone. Temendo di essere trasportati in Germania, in tre, l’autore con i compagni Barrel e Frank, riescono a fuggire. Ospitati da varie famiglie in luoghi sempre diversi, vengono infine accolti ed ospitati dalla famiglia di Domenico Silvestri, a Cantone. Ribattezzati con i nomi italiani di Paolo Pastore, Francesco Re e Giacomo Volpe, conoscono meglio anche i vicini di casa, amici della famiglia Silvestri: Grandina, Angela, Peppino, ecc.

In seguito al tradimento di un certo “Benzini”, i soldati tedeschi fanno un’incursione in casa Silvestri e arrestano Fox, intento ad ascoltare Radio Londra, mentre gli altri due amici riescono a nascondersi. Anche Elisa Silvestri ha la fortuna di salvarsi, nascondendosi nel tunnel che portava acqua al mulino. La casa dei Silvestri viene incendiata dai tedeschi. Fox è condotto ad Introdacqua nel quartiere generale tedesco. Dopo uno sfibrante interrogatorio, durante il trasferimento al campo, riesce a fuggire ma subito dopo viene ripreso e ricondotto a Fonte D’Amore. Ancora una fuga dal campo e dopo varie peripezie torna a casa dei Silvestri ma, con sgomento, scopre che è stata bruciata. Viene accolto da Grandina che lo conduce dagli altri due amici inglesi, Barrel e Frank, che nel frattempo avevano continuato a nascondersi presso la famiglia Silvestri. Nel timore di nuove visite da parte dei tedeschi, si costruiscono una buca-rifugio, sotto terra, dove trascorrono il Natale.

Il 13 gennaio 1944, accompagnati da Domenico Silvestri, insieme ad un centinaio di fuggitivi, affrontano la traversata della Maiella, arrivando a Palena e il 15 gennaio, dopo trentasei ore di marcia, sono finalmente salvi. Nel Post-Scriptum, Fox scrive: “Del gruppo di cento uomini che si erano messi in marcia, alle quattro di pomeriggio del 13 gennaio, arrivarono a Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio, dopo un cammino di 36 ore, 47 uomini e 22 di essi furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza. Non sono mai stato in grado di sapere che cosa accadde agli altri.”  Un mese dopo, il 14 febbraio 1944 Fox saluta Domenico e parte per l’Inghilterra.

La dedica: This book is dedicated to the Silvestri family, without whose help many of us would not have survived / Questo libro è dedicato alla famiglia Silvestri, senza il cui aiuto molti di noi non sarebbero sopravvissuti.

L’idea fondamentale, che permea ogni pagina e diventa messaggio dell’intero lavoro di Fox, è che il mondo sarebbe un paradiso se la solidarietà, l’amicizia, l’ospitalità e la comprensione, trovate e provate in quegli anni, fossero sempre presenti nel mondo: What a miracle it would be if such camaraderie, esprit de corps, call it what you will, prevailed in everyday life. The world would then indeed be a step nearer the ultimate Utopia of our cherished dreams (Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita quotidiana. Il mondo allora davvero sarebbe un passo più vicino all’ultima Utopia dei nostri sogni più cari)”.

Fox descrive bene l’emozione dei preparativi per la partenza, il punto di ritrovo, i partecipanti, la lunga marcia, gli ostacoli e, alla fine, il sapore della libertà.

«Dopo molti rinvii e alzatacce, tutto fu pronto per la nostra partenza per il fronte. Aspettavamo che la neve sui monti si gelasse perché potesse sopportare il nostro peso. La nostra guida disse che sarebbero occorsi  un paio di giorni, ma in realtà ce ne vollero quindici. Finalmente l’ora era fissata e, col trascorrere degli ultimi minuti, l’eccitazione cresceva e le antenne di Sulmona allo sfondo si contraevano e tremavano trasmettendo le istruzioni finali a tutti, da gruppo a gruppo. Barrel, Frank ed io ci eravamo mantenuti in buona forma.[…] Il nostro morale salì alle stelle, data la circostanza, ma non ci facevamo illusioni sulla forza d’animo che occorreva per la marcia sfibrante che ci attendeva. Tutte le ragazze del villaggio,- siano benedette,- ci strinsero con modi materni, decise a far la loro parte e a darci un buon augurio. Non sembrava aver mai fine il loro darci questo e quello per il viaggio. Vennero con zaini, calzini, impermeabili, vino e cibo. […] Era stato programmato che i vari gruppi e plotoni sparsi intorno a Sulmona avrebbero dovuto incontrarsi alle pendici del monte Morrone alle 19,30. Ciò significava che avremmo dovuto attraversare Sulmona di giorno prima delle 19,00, nonostante il coprifuoco fosse stato ulteriormente potenziato. Poiché il nostro villaggio era a circa quattro miglia di distanza, dall’ altra parte di Sulmona, ci mettemmo d’accordo di lasciare il villaggio alle 17,00. Domenico e la nostra guida erano arrivati e, avvicinandosi le ore 17,00, l’intera popolazione femminile, che ci aveva così energicamente ed entusiasticamente aiutati, ora ci implorava di rimanere. […] Bastava solo dare un’occhiata alle facce bagnate di lacrime per vedere che la loro preoccupazione proveniva dal profondo del cuore. Sono sicuro che saremmo stati perdonati se avessimo cambiato idea. Piangendo, allontanandoci anche noi dalle strette e dagli abbracci […] ci mettemmo in viaggio verso il luogo dell’appuntamento. (…) Raggiungemmo il nostro punto d’ incontro e restammo stupefatti del numero di persone convenute. E molte dovevano ancora arrivare. Non riuscivamo a farci capaci come potessimo essere tanti. Quando il gruppo fu completo, eravamo più di cento. Molti erano stati al campo Pow e molti li conoscevamo. […] Avevamo coperto solo 4 miglia, ma il vero viaggio veniva adesso: circa 40 miglia, come si diceva, di sfibrante, ventoso, montuoso territorio! […] Il viaggio fu difficile e pericoloso: un vento che mordeva, i nostri deboli muscoli che dolevano, il respiro faticoso. […] Domenico si mostrò un vero cristiano, andando su e giù per la colonna, dando una parola di incoraggiamento e un goccio di cognac qui e là. Salutandoci con un “va bene?” si fermava con noi per un momento indicandoci Campo di Giove. […] Tutte le nostre energie erano concentrate su un’unica meta: raggiungere le nostre linee. Con questo unico obiettivo, le nostre menti divenivano forze dinamiche, spingendo spietatamente all’estremo i nostri corpi indolenziti e riluttanti. […] L’alba trovò stremati i reduci della nostra primitiva squadra, composta inizialmente di centinaia di persone che ancora combattevano coraggiosamente, anche se solo a passo di lumaca. La colonna, che perfino nel suo momento migliore non era mai sembrata realmente militare, ora era allungata e appariva una  patetica, lenta e lunga processione di straccioni. Molti erano caduti vittime del freddo e della stanchezza e solo la prospettiva di incontrare le nostre truppe e la libertà, ora così vicine, convinse i rimanenti ad andare avanti. […] Fummo raggiunti da Domenico che era venuto per guidarci. Indicando di proseguire avanti, raggiante come uno scolaretto, disse: “Solo due chilometri! Gli inglesi sono al ponte laggiù!” Mentre inciampavamo e zoppicavamo, procedendo avanti, una voce poderosa gridò dal ponte: “Alt, chi va là?” in perfetto stile militare. Al che  Barrel, sollevandosi in quel momento e radunando la sua ultima oncia di forza, mosse elegantemente verso di loro sventolando un fazzoletto bianco.»

Rodney Hill in fuga con gli altri 

Nel 2011 il figlio, Andrew e il genero Nicholas Calver sono arrivati a Sulmona da Houston, nel Texas, per ripercorrere lo stesso mese e gli stessi giorni, la traversata da Sulmona a Casoli che aveva affrontato Rodney della Royal Artillery, nel gennaio 1944.

Rodney, con altri prigionieri, era fuggito dall’ospedale di Sulmona, situato allora nel palazzo dell’Annunziata, aiutato dal medico Concezio Alicandri Ciufelli e ospitato dalle famiglie Mattucci e Pappalepore in via Aragona. Il 13 gennaio, sotto la guida di Domenico Silvestri sono circa 100 persone che affrontano il Sentiero della libertà, attraverso il Guado di Coccia. Come Fox, anche Rodney Hill aveva scritto pagine di diario, dal settembre 1943 al gennaio 1944, rintracciate dal figlio, che descrivono la fuga, l’ospitalità ricevuta dalle famiglie sulmonesi. Ma in quei giorni del gennaio 2011 splendeva un sole abbagliante e niente neve. Perciò figlio e genero di Rodney non riuscirono a rivivere l’esperienza di quel 13 gennaio 1944, vissuto da Rodney e da quel centinaio di persone, delle quali riuscirono ad arrivare solo 47.

 

Dal Libro: “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale

a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta.

 

 

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